C’è qualcosa di profondamente disturbante nel modo in cui, dopo una morte violenta, c’è chi vorrebbe decidere quali pezzi della vita di una vittima possano essere raccontati e quali debbano essere messi sotto silenzio. Pamela Genini e Luigi Luca Esposito sono stati barbaramente uccisi. E proprio per questo, oggi, ogni tentativo di ricostruire le loro vite sembra urtare contro una barriera: quella della vittimizzazione secondaria, evocata ogni volta che una domanda diventa troppo scomoda, ogni volta che la biografia di una vittima smette di essere rassicurante.
Raccontare una vita non significa necessariamente giudicare chi l’ha vissuta. Significa, prima di tutto, cercare di capire. Il giornalismo investigativo serio, scevro da qualsiasi forma di voyerismo, nasce esattamente lì, nel punto in cui finiscono le versioni comode. Non è morbosità. Non è trasformare la vittima in un bersaglio per la seconda volta, ma non può nemmeno diventare una forma di censura morale, perché la vittima è una persona con le sue contraddizioni, le sue relazioni, le sue ambizioni, le sue fragilità, i suoi segreti. Talvolta sono proprio quei segreti a spiegare ciò che è accaduto.
Ci sono morti che, in Italia, sembrano avere diritto soltanto a una versione della propria vita. Quella pulita, quella presentabile, quella che non disturba. Poi ci sono le altre storie. Quelle che fanno male. Quelle che obbligano a fermarsi, a guardare più a fondo, a chiedersi se dietro una morte ci sia soltanto un assassino oppure un mondo intero che nessuno ha voluto vedere.
Pamela Genini e Luigi Luca Esposito sono morti barbaramente e dopo la loro morte è rimasta una domanda che continua a disturbare: quanto conosciamo davvero delle loro vite? Non delle vite raccontate dagli altri o di quelle confezionate per essere accettabili. Delle vite vere, quelle fatte di denaro, relazioni, sesso, ambizioni, paure, bugie, dipendenze, frequentazioni, segreti. Perché una persona non diventa improvvisamente innocente, colpevole, rispettabile o impresentabile nel momento in cui muore. Le persone restano quello che erano e bisogna avere il coraggio di dirlo: raccontare la vita di una vittima non significa necessariamente colpevolizzarla. A volte significa cercare il movente, una rete o, semplicemente, chi c’era intorno. In sintesi, significa cercare proprio quello che qualcuno avrebbe preferito non trovassimo.
La vittimizzazione secondaria non può diventare una parola magica
C’è una parola che oggi viene pronunciata sempre più spesso: vittimizzazione secondaria. È una parola importante, non foss’altro perché esiste davvero. Esiste quando una persona viene assassinata e, invece di ‘cercare’ il suo assassino, si mette sotto processo il suo abbigliamento, il suo lavoro, le sue relazioni, il suo modo di vivere. Esiste quando si insinua che una vittima, in qualche modo, se la sia cercata.
Quella è una barbarie, ma c’è un’altra barbarie, molto più sofisticata. È quella che utilizza la tutela della vittima come una serratura. Una parola pronunciata nel momento giusto e una porta si chiude. Non si può parlare del lavoro, dei soldi, delle relazioni, delle contraddizioni. Non si può parlare di ciò che non torna. Perché? Perché la vittima deve rimanere vittima, immobile, Intoccabile. Ma una persona vera non è mai così semplice. Anzi.
Se ogni domanda sulla vita di una vittima viene automaticamente bollata come vittimizzazione secondaria, si impedisce di cercare proprio quelle informazioni che potrebbero spiegare il contesto nel quale il crimine è maturato. La dignità di una vittima non dipende dalla sua rispettabilità e, sopra ogni cosa, il diritto alla verità non può dipendere dal fatto che quella verità sia piacevole.
Verificare ciò che non torna
C’è un confine sottile, ma fondamentale, tra raccontare la vita privata di una persona per soddisfare una curiosità morbosa e indagarla quando quella vita può avere una rilevanza pubblica o investigativa. Il primo è becero voyeurismo, il secondo è giornalismo e il giornalismo investigativo, quando è davvero tale, non ha il compito di confermare ciò che tutti vogliono credere, ma ha il compito opposto, ovvero, verificare ciò che non torna. A volte è necessario andare oltre le apparenze, le rappresentazioni costruite, oltre gli inganni, oltre persino quella patina di rispettabilità che, in certi ambienti, sembra diventare una seconda pelle.
Il fatto di essere stati vittime di femminicidio o omicidio non rende irrilevanti le domande sulla sua vita professionale, sulle sue disponibilità economiche, sulle persone che frequentavano, sulle relazioni che intrattenevano e sulla provenienza del denaro che possedevano. Sono domande, non sentenze e un’inchiesta seria deve avere il coraggio di tenerle aperte fino a quando le prove non consentono di chiuderle.
Il denaro parla. Ma bisogna saperlo ascoltare
In ogni grande storia criminale c’è una cosa che tende a lasciare impronte. Il denaro. Il denaro non ha morale, non è di destra né di sinistra, non è rispettabile né scandaloso. Segue le persone e, qualche volta, racconta la verità meglio delle persone stesse. Quando si parla di danaro ci sono sempre elementi che meritano di essere verificati senza pregiudizi.
Il denaro, in un’inchiesta, non è né innocente né colpevole, il denaro è una traccia e va seguita. Da dove arrivava? Chi lo movimentava? Con quali attività era compatibile? C’erano persone che beneficiavano economicamente dell’attività della vittima? Esistevano circuiti organizzati oppure, quelle somme di denaro, hanno una spiegazione perfettamente lecita? Sono domande molto diverse da un’accusa ed è proprio per questo che devono essere poste.
Perché se dietro quel denaro emergesse un ‘sistema’, le storie cambierebbero radicalmente. Non sarebbero più soltanto storie di omicidi, potrebbero diventare storie di un ambiente, di una rete, di persone che utilizzano altre persone come pedine, di vite costruite per sembrare qualcosa che forse non erano. Ma fino a quando questo non sarà provato, resterà solo un’ipotesi investigativa. E una buona inchiesta non ha bisogno di trasformare un’ipotesi in una certezza per renderla inquietante.
Le vite costruite per nascondere altre vite
Anche la storia di Luigi Luca Esposito sembra contenere elementi che meritano di essere approfonditi, a partire dalla rappresentazione della sua vita privata. Se fosse confermato che il matrimonio fosse stato costruito o raccontato come una copertura per nascondere altre relazioni, la questione non sarebbe soltanto quella della sua vita sentimentale. La domanda giornalisticamente rilevante sarebbe un’altra: che cosa si voleva nascondere e perché?
Qui bisogna essere estremamente rigorosi perché non basta parlare di rapporti con persone immigrate per costruire uno scenario criminale. Non basta l’orientamento sessuale, né l’origine nazionale o lo status migratorio di una persona costituiscono, da soli, elementi di reato. Esiste però un fenomeno reale che merita di essere conosciuto e studiato: il survival sex, cioè lo scambio di prestazioni sessuali in cambio di denaro, beni, alloggio o altre risorse necessarie alla sopravvivenza.
Se nelle relazioni di Esposito fossero documentati rapporti di questo tipo, la questione assumerebbe una dimensione completamente diversa perché bisognerebbe chiedersi chi fosse vulnerabile e, soprattutto, se qualcuno fosse diventato una pedina di un sistema più grande. Anche qui, però, una distinzione è indispensabile: un’ipotesi non è una prova e un rapporto sessuale non equivale automaticamente a sfruttamento ed è proprio questa distinzione che separa un’inchiesta da una costruzione narrativa.
Certe domande fanno male
Alcune domande, o meglio, alcune risposte, fanno male perché portano verso territori che l’Italia preferisce spesso guardare da lontano. Lo sfruttamento sessuale, la prostituzione organizzata, la vulnerabilità economica trasformata in merce, le persone che diventano strumenti per produrre denaro. Una domanda tra tutte è la più dolorosa: quante persone avrebbero potuto essere salvate prima che fosse troppo tardi?
Questa è la domanda che il perbenismo non vuole sentire perché costringe a spostare lo sguardo dal singolo assassino al contesto, dalla cronaca nera alla struttura, dalla responsabilità individuale alle eventuali responsabilità di una rete. Una rete è molto più difficile da raccontare di un mostro. Un mostro ha un volto, una rete no.
Giornalismo investigativo e verità
Prima regola: non si decide in anticipo quale debba essere il finale. Il compito del giornalismo investigativo non è assolvere i morti, non è condannarli, non è trasformarli in santi, né in colpevoli e, soprattutto, non è sostituirsi agli inquirenti nella ricerca della verità giudiziaria. Sono due piani diversi, che non devono essere confusi.
Chi indaga ha il compito di accertare responsabilità, raccogliere prove, ricostruire dinamiche e portare quei risultati davanti alla giustizia. Il giornalista scava, cerca documenti, testimonianze, contraddizioni. Ricostruisce relazioni, segue i soldi, mette in fila fatti che presi singolarmente possono sembrare insignificanti e che, osservati insieme, possono raccontare qualcosa di diverso. Il giornalista non emette sentenze, non pronuncia verdetti, non decide chi sia innocente e chi colpevole. Il giornalista fa domande e ha il dovere di farle soprattutto quando sono scomode.
Il giornalismo investigativo non deve necessariamente consegnarci una verità definitiva. Deve allargare il campo di ciò che sappiamo. Deve portare alla luce ciò che è rimasto nell’ombra, verificare ciò che è stato raccontato, mettere in discussione ciò che sembra già acquisito e questo vale anche quando si parla di vittime. Perché raccontare una vittima significa raccontare una persona, una persona intera con la sua storia, le sue scelte, le sue contraddizioni, le sue relazioni, le sue fragilità, le sue ambizioni e, se ci sono, anche le sue zone d’ombra.
Non per giudicarla, non per sporcarne la memoria, ma perché cancellare ciò che non ci piace della vita di una persona significa, in fondo, raccontare una storia incompleta, addomesticata. Una storia resa più facile da accettare. Il giornalismo investigativo, invece, dovrebbe avere il coraggio di stare proprio lì: nel punto in cui la storia smette di essere rassicurante anche quando è sporca, anche quando è scomoda, anche quando mette in discussione la narrazione che abbiamo già costruito.
Il giornalismo investigativo ha il dovere di far emergere tutto ciò che, prima delle loro morti, potrebbe essere stato davanti agli occhi di qualcuno senza che nessuno abbia avuto la volontà, la possibilità o il coraggio di guardarlo davvero.
Le vittime non sono santini
Abbiamo un problema con le vittime. Le amiamo soltanto quando possiamo renderle innocue, quando possiamo raccontarle come persone senza ombre, quando possiamo costruire intorno a loro una narrazione che non obblighi nessuno a fare domande. Le vittime erano solamente persone ed è proprio questo che dobbiamo restituire loro. La complessità, le contraddizioni, gli errori, le scelte, le relazioni, le zone d’ombra perché se eliminiamo tutto ciò che non ci piace della vita di una vittima, non la stiamo rispettando, la stiamo riscrivendo.
Una vittima non ha bisogno di essere resa rispettabile per meritare giustizia, questo dobbiamo pensare, questo è il faro che ci deve guidare. Una donna non deve essere una “brava ragazza” per meritare di non essere ammazzata e un uomo non deve avere una vita privata conforme alle aspettative sociali per meritare di non essere ucciso. La dignità non si guadagna comportandosi come vuole la società.
La verità
Il vero scandalo è far finta che qualcosa non sia mai esistito, far finta che la vittima fosse una persona diversa. Le storie che si raccontano con la schiena dritta, non sono storie sulla rispettabilità, sono storie sulla verità e, si sa, la verità, quasi sempre, è meno elegante. La verità non ha il titolo rassicurante. Ha persone, soldi, sesso, potere, paura, solitudine, manipolazione e, qualche volta, ha morte. Pamela Genini è stata uccisa e il suo corpo mutilato. Luigi Luca Esposito è stato ucciso.
Due persone, due vite, due storie che non possono essere ridotte al momento in cui sono morte. E allora forse dobbiamo smettere di chiederci soltanto chi ha premuto il grilletto, chi ha impugnato un’arma, chi ha compiuto materialmente il delitto. Dobbiamo chiederci anche cosa c’era prima perché il buio non è soltanto quello che si nasconde, ma è anche quello che scegliamo di non illuminare.




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