Giustizia a metà: l’omicidio di Nino Agostino ed Emanuele Piazza

Scritto da: Federico Carbone
17 Ottobre 2024

Nino Agostino ed Emanuele Piazza: due servitori dello Stato uccisi a breve distanza l’uno dall’altro. Nel primo caso, pochi giorni fa si è giunti alla condanna del mafioso Gaetano Scotto, considerato il mandante dell’omicidio. Ma giustizia è fatta? Solo a metà, secondo il criminologo Federico Carbone.

Una immagine di Nino Agostino con la moglie Ida Castellucci il giorno del loro matrimonio.

La strategia del silenzio

L’omicidio di Nino Agostino e della moglie Ida Castelluccio, avvenuto il 5 agosto 1989, non è solo una pagina nera nella storia criminale del Paese, ma rappresenta l’emblema di una guerra sotterranea tra poteri invisibili. Mafia, servizi segreti deviati e ambienti istituzionali corrotti si sono intrecciati in una fitta rete di depistaggi, un intreccio di silenzi e omertà che ha impedito per oltre tre decenni di fare chiarezza su una vicenda dove la violenza mafiosa si unisce a una strategia del silenzio gestita da chi, nello Stato, aveva tutto da perdere.

L’ergastolo inflitto a Gaetano Scotto, boss del mandamento dell’Arenella, segna un passo verso la giustizia. Ma il caso Agostino, come molti altri in Italia, lascia dietro di sé una scia di ombre, di domande ancora irrisolte. Cosa nascondeva Nino Agostino? E perché lo Stato stesso avrebbe dovuto temere le informazioni che stava raccogliendo? La risposta sembra risiedere non solo nelle dinamiche di Cosa Nostra, ma in una vera e propria “guerra interna” tra fazioni di potere che utilizzavano la mafia come strumento per eliminare chi, come Agostino, minacciava di svelare verità inconfessabili.

Gaetano Scotto arrestato dagli investigatori della DIA il 18 febbraio 2020.

Nino Agostino: un poliziotto in un gioco mortale

Nino Agostino non era un semplice poliziotto. Sotto l’incarico ufficiale di pattugliare le strade di Palermo, si nascondeva una missione molto più pericolosa. Agostino collaborava in modo riservato con Giovanni Falcone, impegnato nella caccia ai grandi latitanti di Cosa Nostra. Questo ruolo, svolto al margine delle strutture ufficiali, lo aveva portato a operare in quella “zona grigia” dove mafia e Stato deviato si sovrappongono, dove chi cerca la verità diventa inevitabilmente una minaccia per entrambi i mondi.

Il suo omicidio, avvenuto con precisione militare, mentre era insieme alla moglie incinta, non fu un semplice “delitto di mafia”. Due sicari colpirono a morte Agostino e, subito dopo l’omicidio, uomini legati a “strutture dello Stato” fecero sparire dalla sua abitazione documenti e appunti cruciali. Quell’intervento dimostra un altro livello di complessità: Agostino non fu ucciso solo per volere di Cosa Nostra, ma perché sapeva troppo, e parti dello Stato stesso avevano interesse a far tacere chi, come lui, era entrato in contatto con segreti troppo pericolosi.

Tecniche di depistaggio e operatività dei Servizi Segreti deviati

Le modalità operative con cui venne eliminato Nino Agostino riflettono un meccanismo ben collaudato, una strategia che rientra nelle operazioni coperte condotte da settori deviati dei servizi segreti italiani. In quegli anni, i servizi di sicurezza non solo collaboravano con Cosa Nostra, ma utilizzavano la mafia per eseguire operazioni sporche, eliminare oppositori o uomini scomodi con una precisione che gli apparati istituzionali non potevano permettersi di eseguire direttamente.

Uno degli elementi più caratteristici delle operazioni dei servizi segreti deviati è l’abilità nel creare depistaggi e confusione. Dopo l’omicidio di Agostino, la prima versione ufficiale parlava di un “delitto passionale”, un tentativo di ridurre il caso a un fatto di cronaca nera comune.

Queste operazioni si inseriscono nella più ampia strategia della tensione, dove attentati, omicidi mirati e azioni di destabilizzazione venivano orchestrate non solo per colpire la mafia, ma anche per proteggere equilibri di potere nascosti. Gli omicidi di Nino Agostino ed Emanuele Piazza, avvenuti a pochi mesi di distanza, seguono un modus operandi simile: eliminare chi era diventato una minaccia per i legami tra Stato e mafia. Entrambi gli uomini stavano lavorando su informazioni delicate e riservate che collegavano Cosa Nostra e apparati deviati dello Stato.

Dal punto di vista operativo, queste esecuzioni rientrano in un piano più vasto. Gaetano Scotto, attraverso la sua posizione di mediatore tra mafia e servizi segreti, era una pedina fondamentale per garantire l’efficienza di queste operazioni. La sua capacità di muoversi tra due mondi, fornendo alle istituzioni deviate le capacità operative di cui avevano bisogno, garantiva non solo l’eliminazione fisica dei nemici, ma anche la sicurezza che nessuno avrebbe mai scoperto i reali mandanti di questi delitti.

Gaetano Scotto: l’uomo di mezzo

Gaetano Scotto, condannato all’ergastolo per l’omicidio di Agostino, rappresenta il punto di incontro tra Cosa Nostra e i servizi segreti deviati. Il suo ruolo andava ben oltre quello di semplice esecutore di ordini mafiosi. Scotto era un mediatore, un uomo che sapeva muoversi con agilità tra la criminalità organizzata e i potenti apparati dello Stato. Grazie a lui, la mafia non solo operava sotto il radar delle forze dell’ordine, ma riusciva a mantenere un’influenza senza precedenti all’interno dello Stato stesso.

La sua condanna segna un passo importante verso la verità, ma resta il sospetto che il suo coinvolgimento fosse solo la punta di un iceberg molto più grande. Testimonianze raccolte nel corso degli anni suggeriscono che Scotto avesse contatti diretti con strutture come il Castello Utveggio di Palermo, ritenuto una base operativa dei servizi segreti italiani. Questo legame tra mafia e Stato deviato rappresentava una rete di protezione intoccabile, dove uomini come Nino Agostino e Emanuele Piazza divennero semplicemente delle pedine da eliminare.

Una foto di archivio di Gaetano Scotto.

Emanuele Piazza: un destino segnato

L’omicidio di Emanuele Piazza, giovane agente del Sisde, è il tassello mancante che rende questo mosaico ancora più inquietante. Piazza, come Agostino, aveva accesso a informazioni riservate che riguardavano i legami tra mafia, massoneria e servizi segreti. Venne ucciso e il suo corpo sciolto nell’acido nel marzo 1990, pochi mesi dopo l’omicidio di Agostino. Anche in questo caso, la mafia eseguì il delitto, ma il vero mandante era da cercare altrove.

Piazza era in contatto con il “Centro Skorpione di Trapani”, una struttura formalmente legata a Gladio, l’organizzazione segreta della NATO. Anche qui, come nel caso di Agostino, l’obiettivo era chiaro: eliminare chi stava per scoprire o rivelare la rete di collusioni tra mafia e Stato. La vicinanza temporale tra i due omicidi e la somiglianza delle modalità operative indica una strategia ben definita, orchestrata da chi voleva mantenere i propri interessi intoccabili.

Emanuele Piazza.

L’analisi criminologica: una strategia di Stato

Da un punto di vista criminologico, l’omicidio di Nino Agostino rientra in quella che viene definita una “strategia di contenimento” messa in atto da poteri occulti per eliminare le minacce alla loro stabilità. La mafia, in questo contesto, non agisce da sola, ma diventa uno strumento nelle mani di settori deviati dello Stato. Il delitto si configura come un esempio perfetto di crimine di potere, in cui l’obiettivo principale non è solo eliminare fisicamente un individuo, ma soprattutto annullare le sue informazioni, impedendo che esse possano destabilizzare il sistema di potere consolidato.

L’uso della mafia come esecutore materiale di questi omicidi consente di mantenere le operazioni coperte, facendo ricadere le responsabilità su un mondo criminale già noto e facilmente accusabile. Tuttavia, la verità dietro questi omicidi va ben oltre la mafia. Si tratta di una guerra segreta, una guerra tra fazioni dello Stato, in cui uomini come Agostino e Piazza si trovano a essere i bersagli perfetti.

Nonostante la condanna di Gaetano Scotto rappresenti un passo importante verso la giustizia, il caso Agostino rimane una ferita aperta nella storia della Repubblica Italiana. Gli intrecci tra mafia, servizi segreti e massoneria, emersi in questo e in altri casi, dimostrano quanto profondo fosse – e forse ancora sia – il legame tra criminalità organizzata e settori deviati dello Stato. La giustizia, finché questi legami non saranno completamente svelati, resterà incompleta, e le ombre che circondano l’omicidio di Nino Agostino continueranno a proiettarsi sulla storia italiana.

L’analisi di questo caso potrebbe trovare riscontro nei metodi di profiling criminale sviluppati da pionieri come John Douglas, uno dei fondatori dell’Unità di Scienze Comportamentali dell’FBI. Secondo Douglas, per comprendere il profilo psicologico di chi opera dietro questi crimini complessi, bisogna analizzare la “firma” del crimine, ovvero ciò che lo rende unico. Nel caso Agostino, la “firma” non si trova solo nell’esecuzione fisica dell’omicidio, ma anche nel complesso apparato di depistaggi e connivenze istituzionali che lo hanno seguito. Come suggerito da Douglas nel suo lavoro, spesso i crimini più intricati sono commessi da individui o gruppi che agiscono per proteggere segreti e consolidare il proprio potere.

Applicando il criminal profiling a questo caso, possiamo osservare come i mandanti dell’omicidio non fossero mossi solo dal desiderio di eliminare Agostino fisicamente, ma anche di proteggere una rete di interessi nascosti. Seguendo il metodo di Douglas, l’obiettivo non era soltanto il controllo territoriale, tipico della mafia, ma anche il silenzio di chi poteva svelare i legami tra la criminalità organizzata e lo Stato. Questa è una caratteristica che distingue i crimini orchestrati da élite del potere, dove la manipolazione e il controllo dell’informazione diventano parte integrante della strategia delittuosa.

Ma in ogni guerra, anche quella invisibile, le verità alla fine emergono. Come Douglas sottolineava spesso nei suoi studi, il comportamento dei criminali seriali e dei mandanti tende a lasciare tracce, indizi che prima o poi vengono rivelati. La memoria di uomini come Nino Agostino ed Emanuele Piazza resta un monito per le generazioni future: le verità nascoste possono essere occultate, ma non per sempre. La ricerca di giustizia continua, con essa la speranza che anche i più oscuri segreti, alla fine, vengano alla luce.

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Autore

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  • Criminologo esperto in scienze forensi, criminologia investigativa e criminal profiling, pedagogia giuridica, psicopedagogia forense e valutazione della pericolosità sociale, scienze penalistiche, educatore socio-pedagogico e giornalista pubblicista, direttore di comunità.Profondo conoscitore delle trame italiane del periodo che va dalla fine degli anni Ottanta alla metà degli anni Novanta.Consulente della famiglia Mandolini.

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