Un panorama desolante, quello della giustizia italiana. Lo dimostrano i due casi del momento: il delitto di Chiara Poggi e quello (perché di delitto si tratta) di Liliana Resinovich: una rissa tra youtuber improvvisati e giornalisti d’inchiesta improbabili, mentre il pubblico, assetato di sangue, urla alla ricerca del colpevole da mettere alla gogna…

Chiara Poggi e Liliana Resinovich.
“Il nostro Codice deontologico impone all’avvocato che rilasci dichiarazioni pubbliche o interagisca con i media o utilizzi i social network l’obbligo di assumere un comportamento riservato, sobrio e misurato a tutela del decoro e della dignità dell’avvocatura. Vicende giudiziarie complesse e dolorose richiedono da parte dell’avvocatura un atteggiamento improntato alla discrezione, al rispetto della sofferenza delle vittime, dei familiari e di tutti i soggetti coinvolti a qualsiasi titolo”
Così si legge nella nota firmata dal presidente dell’Ordine degli avvocati, Antonino La Lumia, pare indirizzata, ma senza nominarla, all’avvocato Angela Taccia del pool difensivo di Andrea Sempio, nel caso Garlasco. In realtà dovrebbe essere scolpita a chiare lettere su ogni toga, che per un motivo o per l’altro, si trova sotto i fari della ribalta occupandosi di casi penali dati in pasto all’opinione pubblica come se fossimo ad un Truman Show.
Truman Show del macabro
Vi siete mai chiesti perché il caso Garlasco crei così tanto interesse nell’opinione pubblica? Al punto che se ne parla da settimane ad ogni tipo di programma televisivo, che troneggia su ogni quotidiano anche il più blasonato, che fa schizzare le visualizzazioni anche del più improbabile fra gli YouTuber, che tiene banco negli infiniti gruppi social con utenti assatanati che non hanno altro nella vita. Da cosa deriva tutto questo interesse? Troppo semplice relegarlo a: perché c’è un possibile innocente in prigione o “la giustizia in Italia non funziona”. C’è qualcosa di più che si spalma su ogni caso “crime” affrontato dai media in Italia, ma non tutti sono così “succulenti”.
Sangue e arena
Se il caso Resinovich si fosse datato 2007 invece che 2021, stesso periodo di Garlasco, se ne parlerebbe ancora? Probabilmente no, forse avrebbero archiviato il tutto come un caso di suicidio e fine. Oppure il contrario: l’omicidio della povera Chiara nel 2021, avrebbe preso la strada a tutti nota? Idem: probabilmente no. Quindi cosa è accaduto dai primi anni 2000 in poi che possa aver segnato così pesantemente il destino giudiziario di molti casi di cronaca?
Fabrizio Corona, nel suo recente delirio di onnipotenza su YouTube, forse ha centrato il punto. Se prima il grande pubblico si interessava alla cronaca rosa e giudiziaria, ma solo per le “olgettine”, ora si interessa di “crime”. La regola del mercato vuole che dove c’è la domanda si crei l’offerta, ed ecco che i programmi televisivi si adattano e se prima si occupavano di cucina e dei fidanzati di Belen, ora si improvvisano giornalisti d’inchiesta e lanciano i loro inviati all’inseguimento della vittima o del loro “presunto colpevole”, fino alla toilette. Ma cosa sentite ripetere spesso dai bravi conduttori di questi programmi? “ il nostro pubblico”, “i nostri ascoltatori”, “la nostra community”. E siamo arrivati al punto. Chi segue i programmi, conta. Fa sentire tutto il suo peso. Uno vale uno, non più 1000 ascoltatori anonimi, ma Tizio, Caio, Sempronio. E quel che è peggio, è che questi benedetti ascoltatori moderni si riuniscono in gruppi social e parlano, criticano, giudicano.
The show must go on, and on, and on…
In tutta questa rivoluzione della comunicazione, il carrozzone della giustizia è rimasto al palo, coperto da ragnatele e polvere e si affanna a far quadrare i conti con un pallottoliere. Quindi, se in uno studio televisivo si presenta un avvocato rampante o un vecchio volpone che han capito bene come “usare” la massa di “uno sta ad uno”, ecco che giudici ed investigatori ci fan spesso la figura degli inetti. Il caso Garlasco è emblematico di questo cambio di passo.
Il caso Resinovich è un caso costruito quasi del tutto sui media ed è molto triste vedere come i gli stessi rappresentanti del palazzo di Giustizia si debbano adattare, inermi, sotto la pressione costante dei media e di abili “sfruttatori dei media”.
L’esempio più eclatante del corto circuito giustizia-media, si è consumato qualche giorno fa. I programmi serali che si occupano della vecchia “nera” sono pochi e spiccano sulle varie reti nazionali. Il venerdì sera è coperto dalle reti Mediaset e nello specifico da “quarto grado”. Accade che verso le 20 esce un articolo sul modesto quotidiano locale triestino (ma on Line pure lui, eh!) “Il Piccolo” che, in una prima versione chiaramente frettolosa, porta a conoscenza il mondo virtuale della stesura del capo d’accusa nei confronti del marito della Resinovich, Sebastiano Visintin, da parte della pm Iozzi incaricata del caso. Questo atto, necessario per una richiesta di incidente probatorio, viene avanzato in forma urgente dal legale del fratello Sergio Resinovich, avv Gentile; il pm Iozzi ne ravvede l’utilità a “congelare” la testimonianza del presunto amante della vittima, Claudio Sterpin, e sposa l’urgenza dettata dalla età avanzata e dalle condizioni di salute (insomma da toccarsi le parti basse).
Si può solo immaginare cosa può accadere in un programma televisivo che scadenza minuto per minuto, servizi, collegamenti, ospiti, pubblicità, diretta e registrato. Quindi, mentre andava in onda “Garlasco”, dietro le quinte sarà successo il panico per rendere “attuale” il caso Resinovich, già in scaletta e preconfezionato, con una notizia all’apparenza “bomba” uscita alle 20 e per di più, vaga al momento. Alla fine, da scoop la notizia sembra essersi sgonfiata a mero atto tecnico, quale è. Ma non cantiamo vittoria troppo presto. Però, c’è da chiedersi, chi ha fatto uscire la “velina” della Procura, datata 21 maggio, proprio verso le 20 del 23 sera? Chi già sapeva e si è tenuto il jolly in tasca?
Giustizia mediatica in Italia
I tempi del processo mediatico sono infinitamente più veloci del carrozzone lento e pesante della giustizia nei tribunali. Quindi, un mero atto tecnico come il capo d’imputazione (forse eccessivamente infarcito di particolari) per la richiesta di un incidente probatorio, per il pubblico virtuale è già sentenza. Già nel week end il marito accusato, si trasformerà in latitante, poiché osa non rispondere ai giornalisti.
Questo è un semplice esempio di come funziona l’informazione della “fu cronaca nera” ai giorni nostri e di come tutto il mondo media si sia assoggettato alla velocità della notizia archiviandone la qualità, la verifica, lo stile. Il giornalista che fuma nella redazione buia, solo, illuminato unicamente dalla sua lampada da tavolo e scrive nella notte il suo pezzo di cronaca nera, che forse in pochi leggeranno, è un film in bianco e nero, una pellicola impolverata nella bacheca di qualche cinema d’essai, oramai chiuso da decenni.
Dagli all’untore
Ora, il giornalista crime parla con i suoi follower, inveisce contro chi lo critica sui social e non si guarda mai alle spalle perché non ha tempo. Sempre nel caso Resinovich c’è un esempio lampante di come un caso crime non abbia più radici nella vita reale: la famigerata vertebra T2. La vertebra T2 ha tenuto banco per diverse settimane, ma mai nessuno ha approfondito l’argomento, carte alla mano (noi si, “caso Resinovich: le altre fratture di cui nessuno parla”).
Di fatto, la frattura della vertebra T2 non rappresenta il punto di volta del caso, non è fondamentale sapere se è perimortale o post mortem. Non è fondamentale per chi indaga, ma per il caso mediatico si, è questione di vita o di morte. E non è importante se c’è chi soccombe veramente: il povero preparatore anatomico, reo di essersi attribuito la frattura della vertebra durante il posizionamento del corpo per l’autopsia. È probabile che Molinari, da oggi in poi, si farà gli affari suoi anche se gli ammazzano una scolaresca sotto gli occhi. Addio al senso civico tanto invocato quotidianamente.
Ma che ci importa del destino di Molinari, l’importante è gestire l’onda dell’opinione pubblica verso una teoria piuttosto che l’altra. Non è importante far a pezzi la vita di una persona, aizzare gli odiatori a strappare con la bocca ogni lembo di pelle del malcapitato, non importa se chiunque può inventarsi false idiozie da urlare dal suo piccolo canale YouTube per sentirsi amato, non importa se anche chi ha approfittato della sua ingenuità ora lo castiga, non importa. Ormai è passata una settimana, non importa aver distrutto una vita solo per aver ragione, non importa.
La massa virtuale ha già il suo colpevole. È informatissima, segue tutto, si confronta, si divide in schiere per battagliare a suon di diffamazioni e calunnie. Se poi, all’interno di questo blob informe, ci ficcate anche i protagonisti del caso seguito, allora ecco che si parla di certezze, di testimonianze incontrovertibili in un commento, di “lui/lei possono parlare, tu no” e la frase più gettonata e divertente è “se sai tutto questo, vallo a dire in Procura”. Se si leggono gli atti d’indagine, si rimane attoniti nel constatare quanti messaggi, mail, suggerimenti, critiche arrivino da privati cittadini che devono dire la loro, tutte protocollate e inserite agli atti. Se un giorno potessimo leggere le attuali documentazioni del caso Resinovich, non mi meraviglieremmo se metà faldone fosse occupato da questo tipo di missive.
E attenzione, perché il privato cittadino ha sempre il suo colpevole. Quindi la vita del disgraziato farabutto di turno, viene scandagliata fino all’ultimo pelo del piede, coinvolgendo famiglia, cane, gatto e uccellino, padrone di casa, postino al quale dice “ciao”, e prosegue fino a farne resuscitare i cari defunti, che pure loro qualcosa sanno. E questo, non si limita ai social, si riverbera anche sullo schermo e sulla carta stampata.
E la Giustizia, il Diritto, in tutto questo, dove sono? Forse possiamo ancora trovarli nei libri di storia, nelle cronache del secolo scorso, ai giorni nostri sono meravigliosi codici che non riescono ad intervenire sul presente, a far prevalere l’etica, l’onestà, la giustizia e soccombono al mero interesse, anche il più piccolo e meschino. Si possono immaginare gli inquirenti chiusi nei loro uffici, assediati da chiunque, che non possono far altro che “chiudersi in un rigoroso riserbo” con porta blindata, perché non esistono strumenti per rimettere al loro posto l’orda urlante di tifosi e cronisti d’assalto.
Qui non basta una riforma, qui ci vuole una rivoluzione.




Buongiorno sig. Zanella,
Vorrei condividere alcuni pensieri che mi sono occorsi seguendo i contributi da lei pubblicati sul caso Garlasco:
1. Indizio “Fruttolo”. Ritengo che i killer abbiano appositamente svuotato 2 confezioni fruttolo ( gettandone il contenuto nel lavandino senza fare colazione insieme prima dell’ omicidio) e abbiano spinto la vittima giù per le scale per simulare goffamente e ingenuamente una caduta accidentale. Tale falsa caduta sarebbe poi stata supportata dall’ informazione data alle forze dell’ordine dalla cugina che, sopraggiunta sul luogo del delitto, avrebbe dichiarato i carabinieri che chiara firse era stata male perché allergica al lattosio… offrendo già una possibile stesa fi i carine precedentemente predisposta dai killer.
2) Ho ascoltato più volte alcune dichiarazioni di Stasi ( dialogo con la cugina di chiara presso stazione carabinieri e intervista alle Iene). Più volte lui ripete la domanda ” Ma me lo stai chiedendo?” . Pur non essenfo un medico, per motivi professionali ho avuto a che fare con molti asperger che soesso rivolgono questo tipo di domande agli interlocutori perché faticano a decifrare i sentimenti, l’ironia, le espressioni del viso o le informazioni della voce e che a loto volta non sanno edprimerle …. risultando sspesso spesso freddi o “antipatici”.
Spero che queste piccole mie riflessioni possano essere utili al suo grande lavoro che apprezzo moltissimo.