Tra il 1982 e il 1985, una serie di brutali rapine scuote il Belgio: 28 morti, nessun colpevole. Dietro la cosiddetta “Banda del Brabante Vallone” si cela un intreccio oscuro tra criminalità, estremismo di destra, servizi deviati e apparati NATO…

Identikit dei componenti della cosiddetta “Banda del Brabante-Vallone”.
Nel precedente articolo ci siamo concentrati sui colpi della banda, avvenuti tra il 1982 e il 1985. Quello che gli inquirenti si troveranno tra le mani già dai primi giorni di indagini è un complesso ed inquietante mosaico ancora oggi indecifrato. Un mosaico con diversi pezzi: trafficanti, gendarmi corrotti, estremismi di ogni sorta e quella terribile ombra di una “Gladio” belga dietro ai fatti della banda. Ma andiamo per ordine.
All’indomani dall’ultimo attacco avvenuto il 9 novembre ’85, le autorità giudiziarie belghe si trovano anch’esse sotto attacco. Perché si è arrivati a tanto? Come è stato possibile fallire nella cattura e nell’identificazione dei membri della banda per oltre quattro anni? E soprattutto, perché nonostante la militarizzazione completa del paese degli ultimi mesi le forze dell’ordine hanno esitato durante l’ultima carneficina nel supermercato di Aalst? Molte di queste domande sono ad oggi senza risposta. I mesi passano e la paura di nuovi attacchi spinge il governo a prorogare le misure di sicurezza nella speranza di compattare l’opinione pubblica e la società civile del paese e di imprimere un’accelerazione sulle indagini. La Gendarmeria (già al centro di forti polemiche e sospetti) indaga sui fatti. Vengono evidenziati sin da subito alcuni elementi che si impongono come marchi di fabbrica della banda:
- La crescita esponenziale della violenza e degli attacchi che iniziano con due rapine maldestre per poi aumentare gradualmente con l’episodio dell’Armeria Dekaise ed esplodere con l’assalto ai supermercati.
- L’utilizzo di un modello specifico di auto come segno distintivo della banda, quasi sempre modelli Volkswagen Golf GTI modificate e alleggerite nel peso in modo tale da risultare più veloci.
- Una conoscenza peculiare del territorio e il conseguente utilizzo di vie di fuga rapide attraverso strade secondarie (segno di probabili sopralluoghi precedenti o addirittura della presenza di membri residenti nelle zone degli attacchi).
- L’utilizzo delle stesse armi per le azioni criminose: Ingram MAC-10 e fucili calibro 12 (si pensa ad un Franchi SPAS-12 di produzione italiana e a due Winchester 1200 insieme ad uno o più revolver).
Facciamo particolare attenzione alle armi. Le indagini balistiche riveleranno l’utilizzo di particolari munizioni calibro 12 caricate con una grammatura di pallettoni simile (se non identica) a quelle utilizzate dal Gruppo Diane, un’unità d’élite della Gendarmeria Belga. Questo reparto della Gendarmeria tornerà a più riprese nel corso di questa storia. Ritorniamo alle auto. Sebbene la banda abbia rubato ed adoperato auto diverse soprattutto durante i primi colpi dell’82, la presenza costante delle Volkswagen salta subito all’occhio e non si può non pensare all’inquietante analogia con gli eventi della Uno Bianca Italiana; ma c’è di più. Le carcasse abbandonate delle auto hanno rivelato che i banditi possedevano notevoli capacità meccaniche nella modifica delle auto. Molte parti risultavano mancanti come i sedili posteriori (forse per facilitare una fuga più veloce attraverso il portabagagli), ma anche il logo del marchio e il numero di telaio che venivano asportati. Dalle perizie risultò anche che alcuni veicoli vennero ridipinti prima di entrare in azione. Risulta quantomeno curioso questo cambio di interesse per i modelli di auto utilizzate. Si riscontra anche in questo caso una prima ed una seconda fase della banda e anche qui è doveroso ricordare come nel caso italiano la banda dei fratelli Savi venne identificata inizialmente dai media come “la banda della Regata” per poi passare alla “Uno Bianca”.
C’è poi un altro particolare inquietante: i testimoni sopravvissuti parleranno di un uso delle armi da parte dei banditi molto simile a quello utilizzato negli addestramenti al tiro dalla stessa gendarmeria. Le voci tra gli stessi apparati di sicurezza si estendono talmente in alto da arrivare allo stesso fondatore del Gruppo Diane, il colonnello Arsène Pint, il quale giunto pochi minuti dopo sulla scena dell’ultimo attacco ad Aalst avrebbe pronunciato queste inquietanti parole:
“Operano in gruppi da tre, sono tiratori d’élite e utilizzano fucili a canna liscia che distruggono tutto. Merda! Non sarà mica gente di casa nostra?”
Gli inquirenti non crederanno mai alle testimonianze che riportarono queste dichiarazioni di Pint ma è lo stesso colonnello che nel 2017, ormai ottantaquattrenne, affermerà di fronte ai giornali l’assoluta veridicità delle sue dichiarazioni, aggiungendo che:
“Quella sera stessa chiamai il Tenente generale della Gendarmeria dell’epoca, il capo. Gli dissi di avere un insopportabile sentimento di déjà vu nella testa. Chiesi un’indagine e lui mi promise di lavorarci durante il fine settimana”.
Dopo 48ore esatte Pint riceve una telefonata dal Tenente: “L’inchiesta è risultata negativa. Nessuno del Gruppo Diane è coinvolto”. “Ancora oggi”, disse Pint ai giornalisti nel 2017, “Ho l’impressione di aver creato degli assassini”. Dichiarazioni che mettono i brividi, venute alla luce pubblicamente solo qualche anno fa e che gettano ulteriori interrogativi su quegli eventi. Ma per capire ulteriormente la difficoltà delle indagini di quel tempo dobbiamo addentrarci nella situazione politica del Belgio dell’epoca. Un paese che, al pari dell’Italia, stava sperimentando i suoi anni di piombo tra estremismi politici, violenza e silenzi impenetrabili.
I probabili legami tra la banda e l’estrema destra belga
Il Belgio degli anni ’80 non fu di certo un Eldorado di stabilità e tranquillità come spesso viene oggi descritto dalle guide turistiche e dai documentari divulgativi. Al pari dell’Italia, il Belgio è sempre stato terra di scandali, utilizzando una frase della giornalista Antonella Beccaria già attenta studiosa delle analogie tra la banda belga e quella della Uno Bianca. Oltre agli scandali politici e giudiziari, primi fra tutti il cosiddetto “Affaire Pinon” e il caso di Marc Dutroux, c’è anche un’importante vicenda politica che si incrocia con i fatti della banda e che coinvolge un gruppo di estrema destra all’epoca molto conosciuto in Belgio. Attenzione alle date, perché esse risultano importanti per avere il quadro generale in comparazione con gli attacchi della banda.
Siamo nel marzo del 1981 quando un estremista di destra, già conosciuto alle autorità belghe di nome Paul Latinus, fonda un movimento di estrema destra, il Westland New Post (WNP). Di ispirazione neonazista, il movimento nasce dalle ceneri di una precedente organizzazione, il Front de la Jeunesse (FJ), all’interno della quale lo stesso Latinus svolgeva il ruolo di coordinatore e capo politico, diffondendo le idee di destra attraverso una rivista, la Nouvel Europe Magazine. Il movimento accoglie tra gli altri esponenti della destra neonazista belga, del fronte rexista di Lèon Degrelle e soprattutto molti esponenti dell’OAS (Organisation armée secrète), fuggiti in Belgio dopo l’indipendenza dell’Algeria. Tra la fine degli anni ’70 e gli inizi degli anni ’80 alcuni membri del Front de la Jeunesse si macchiarono di crimini a sfondo razziale come l’omicidio di un uomo di origini algerine nel dicembre del 1980, attacchi incendiari a strutture di accoglienza per migranti richiedenti asilo e all’incendio della sede della rivista belga Pour nel luglio del 1981, dopo la pubblicazione di un articolo dove si analizzava la struttura interna dell’organizzazione, completa di membri e gerarchia. Gli attacchi del Front de la Jeunesse faranno scendere in piazza a Bruxelles migliaia di persone in una manifestazione antirazzista che vedrà la partecipazione dell’allora ministro della giustizia Philippe Moureaux, il quale sempre nel luglio del 1981 presenterà al parlamento federale belga quella che diventerà la prima legge antirazzista del paese, punendo gli atti di discriminazione, xenofobia e incitamento all’odio razziale.
La nascita del Westland New Post poggia le fondamenta sulla complicata situazione politica del Belgio dell’epoca. Da sempre diviso tra la comunità fiamminga a nord (Fiandre) e quella francofona a sud (nella Vallonia), il paese vede in quegli anni l’acutizzarsi delle tensioni etno-linguistiche nascoste da una unità politica che vacilla sempre di più. Il Belgio ha da sempre affrontato momenti di ricchezza e prosperità economica a fasi alterne, ora attribuite agli sforzi della comunità francofona, ora a quella fiamminga; e in un paese retto da un equilibrio così sottile e precario il clima della guerra fredda dell’epoca non ha di certo contribuito alla stabilizzazione sociale e politica della società. Oltre alle tensioni etniche e linguistiche tra fiamminghi e valloni, ci sono poi le violenze estremiste di carattere razzista, soprattutto nei confronti delle minoranze ebraiche e di quelle arabe giunte nel paese nel dopoguerra per lavorare nel settore industriale. In una situazione così esplosiva i gruppi estremisti come il Westland New Post hanno giocato un ruolo fondamentale. Preoccupati dall’eccessiva animosità dei valloni francofoni e dal loro crescente peso politico nel paese, i fiamminghi si organizzano a loro volta in gruppi nazionalisti, tra i quali possiamo annoverare il Vlaams Blok (Blocco Fiammingo) che a differenza del Westland New Post si organizzò come un vero e partito politico legittimo caratterizzato a sua volta da un forte sentimento indipendentista e secessionista (propagandando l’annessione delle fiandre ai vicini Paesi Bassi) e accompagnato dall’onnipresente sentimento anti-migranti. Non è il caso di addentrarci ulteriormente nella storia dell’indipendentismo fiammingo, ma certamente occorre sottolineare che erano numerosi i gruppi estremisti e nazionalisti da entrambe le parti della barricata, siano essi francofoni o fiamminghi, tutti fondati a cavallo tra la fine degli anni ’50 e gli inizi degli anni ’80.
Ma è la figura di Latinus ad essere particolarmente interessante. Insieme ad alcuni membri del suo gruppo viene indagato per una serie di gravi reati, tra cui l’omicidio di un immigrato nordafricano nel 1980 e di un duplice omicidio avvenuto presso la Sinagoga di rue de la Pastorale ad Anderlecht il 18 febbraio 1982. Oltre a Latinus, vennero sospettati alcuni suoi stretti collaboratori, tra cui Marcel Barbier e Michel Libert, quest’ultimo secondo in comando del Westland New Post. Fu dopo gli omicidi della sinagoga che le autorità belghe interrogarono Barbier e la sua compagna, perquisendo l’abitazione dei due ma senza effettuare nessun arresto. La coppia continuò a vivere indisturbata finché il 16 agosto del 1983 la polizia si reca nuovamente a casa di Barbier a seguito di una chiamata della stessa donna per violenza nei suoi confronti e questa volta quello che gli inquirenti belgi trovano nella sua abitazione ha dell’incredibile. Oltre ad armi, munizioni e materiale di propaganda neonazista vengono trovati documenti confidenziali della NATO, destinati a uso interno del personale. Barbier viene quindi arrestato e interrogato. Durante la detenzione rivelerà di aver fatto parte del Front de la Jeunesse e di un’altra misteriosa organizzazione di destra denominata Chevalerie teutonique. Oltre a ciò, le autorità vengono a sapere che l’esistenza del Westland New Post era già nota al VSSE, i servizi segreti belgi sin dal 1981 grazie alla presenza di un agente infiltrato all’interno del gruppo. Dunque, perché gli apparati informativi non hanno tempestivamente informato le autorità di polizia e giudiziarie già dal 1981 tenendo conto degli omicidi di Anderlecht dell’anno successivo? Nessuna informazione o atto informativo venne inviato agli organi giudiziari che stavano già indagando sull’ondata di violenze razziali che stava affrontando il paese. Nel frattempo l’inchiesta si allarga. Vengono fermati e interrogati anche Latinus e altri membri, i quali accusano Barbier di aver commesso gli omicidi della sinagoga. Le indagini porteranno alla successiva condanna del solo Marcel Barbier nonostante il sospetto di altri complici non identificati. In tutto ciò permane una domanda: chi fornì i documenti della NATO ad un violento estremista della destra belga?
Quei documenti segreti e la connessione con i servizi segreti belgi
Incalzato dalle domande degli investigatori sul possesso dei documenti, Barbier riferirà di averli custoditi per conto di Michel Libert, già citato in precedenza. Libert, arruolatosi come militare volontario, lavorava al tempo come addetto trasmissioni presso il centro NATO di Evere, poco distante da Bruxelles. Secondo le dichiarazioni delle autorità Libert avrebbe confessato di aver sottratto i documenti direttamente dalla caserma su ordine di Latinus per poi consegnarli allo stesso. Parte delle informazioni riservate finirà pubblicato poco dopo sulla rivista Althing del Westland New Post. Da indagini successive le autorità scoprirono tra l’altro che la rivista veniva consegnata anche ad alcuni membri dell’esercito belga. Quando gli inquirenti chiederanno a Latinus il motivo della pubblicazione di tutte quelle informazioni riservate, Latinus riferì di averlo fatto sotto comando degli americani per dare una “scossa” agli apparati militari del paese in merito alla scarsa sicurezza interna del Belgio e al pericolo di infiltrazioni esterne (questo caso lo conferma) nelle strutture militari. Come se non bastasse, le indagini appureranno che altri membri Westland New Post avevano lavorato al medesimo centro di trasmissioni della NATO e avevano passato documenti sensibili a Latinus sempre attraverso Michel Libert.
Cominciamo quindi a delineare il quadro: abbiamo esponenti dell’estrema destra belga che annoverano tra le loro fila membri dell’esercito con strettissimi legami con gli apparati della NATO, documenti riservati sottratti e fatti trapelare (forse) volontariamente per “risvegliare” le coscienze dei militari nei confronti dei pericoli esterni. Una trama già vista da qualche parte, non credete?
Ci sono poi i collegamenti con i servizi segreti e il gruppo di Latinus scoperti dagli inquirenti. Il WNP era stato infiltrato da un agente, tale Christian Smets. Quest’ultimo disse di aver precedentemente conosciuto Latinus e di averlo reclutato come informatore sulle attività dei gruppi di estrema sinistra in Belgio. Ma c’è di più. Smets riferisce che Latinus avrebbe lavorato per gli americani e che avrebbe provato addirittura ad entrare nei servizi segreti belgi senza tuttavia riuscirci a causa dell’articolo sulla rivista Pour del 1981 dove egli veniva descritto come membro dell’estrema destra infiltrato in gruppi di sinistra a scopo di destabilizzarli. Fu questo il motivo che spinse Latinus a fuggire nel Cile di Pinochet nel gennaio del 1981 per poi ritornare in Belgio qualche mese dopo per fondare il Westland New Post insieme a Barbier e Libert. Sorge spontaneo chiedersi quale fu il vero ruolo degli apparati di sicurezza in tutta questa storia? E soprattutto, in che modo questo mosaico così complesso si intreccia con i fatti della banda?
L’agente Christian Smets ha giocato un ruolo fondamentale in questa storia. Se da una parte egli avrebbe ammesso di essersi infiltrato nel gruppo per conto dello Stato, dall’altra emerse il ruolo svolto da quest’ultimo nell’organizzare la struttura stessa del WNP e soprattutto alcune operazioni particolari. Alcuni membri del gruppo riferirono che fu lo stesso Smets ad addestrarli nelle tecniche di pedinamento e controllo degli obiettivi da colpire, in particolare nel caso degli omicidi della sinagoga. Di fronte alla commissione parlamentare d’inchiesta sulla banda lo stesso Smets negò categoricamente di aver preso parte agli attacchi ma confermò di aver addestrato alcuni membri ad attività di sorveglianza e raccolta informazioni prima di essere trasferito a Bruxelles nel giugno del 1982 al reparto protezione VIP. Di fronte agli inquirenti Libert dichiarò di aver appreso che lo stesso Smets avrebbe scritto nell’anno successivo un interessante articolo su una rivista di destra la Nouvel Europe Magazine, dal titolo: “Gli apparati di sicurezza stanno preparando un colpo di stato?”
Il 24 aprile del 1984 la polizia trova il corpo di Paul Latinus nello scantinato della casa della sua compagna a Court-Saint-Étienne. Il cadavere presenta chiari segni di strangolamento sul collo ma senza ulteriori segni di lotta o disordini in casa. Accanto al corpo è presente un filo telefonico spezzato. La compagna riferì di aver trovato il corpo impiccato al soffitto attraverso quel cavo e di averlo tagliato nella speranza di salvare il compagno prestandogli soccorso. La donna verrà sentita dagli inquirenti già dal giorno successivo e dichiarerà di aver trovato e successivamente bruciato alcuni documenti di Latinus relativi all’affaire Pinon, un pesante scandalo che coinvolse ampi settori della politica e della magistratura belga dell’epoca relativo a presunti abusi su minori. Le indagini continuano e nell’inverno del 1985 vengono condotti rilevamenti nel seminterrato per cercare di capire se una persona di quelle dimensioni e peso potesse essersi suicidata impiccandosi con singolo cavo telefonico. Non trovando (ufficialmente) nessun nuovo elemento le investigazioni vengono chiuse nell’autunno del 1985: suicidio, ovviamente. Nessuno dei vecchi compagni di Latinus crederà alla versione del suicidio e la compagna non venne più sentita dagli inquirenti.
Quell’inquietante connessione con la Gendarmeria
Nell’ottobre del 2014 Michel Libert rilascia una dichiarazione spontanea all’emittente belga RTBF (un canale televisivo di lingua francese) dove rivela che il Westland New Post avrebbe condotto attività di sorveglianza e raccolta informazioni sui supermercati presenti nelle stesse zone degli attacchi della Banda del Brabante-Vallone. Alcuni membri avrebbero ricevuto l’ordine di monitorare gli orari di apertura, di chiusura, l’affluenza dei clienti nel corso della giornata e le eventuali misure di sicurezza dei negozi. L’ordine sarebbe partito dallo stesso Latinus. Interrogato nuovamente dalle forze dell’ordine dopo le sue dichiarazioni, Libert non è stato trattenuto in arresto e le perquisizioni effettuate presso la sua abitazione alla ricerca di eventuali indizi non hanno portato a nessun riscontro.
Sappiamo quindi dalle dichiarazioni degli anni ’80 che ci fu una commistione di interessi tra questi gruppi di estrema destra e gli apparati dei servizi belgi. Sappiamo anche che l’agente Smets confermò di aver addestrato alcuni membri del WNP alla raccolta informazioni e al pedinamento prima degli attacchi ai supermercati da parte della banda. Ci sono poi quei terribili sospetti sul Gruppo Diane della gendarmeria e soprattutto quei documenti riservati della NATO in mano agli uomini di punta dell’estremismo belga dell’epoca. Ma è la Gendarmeria belga a essere al centro di questa oscura storia attraverso due personaggi inquietanti sui quali a distanza di oltre quarant’anni aleggiano ancora molti misteri. Gli uomini del mistero si chiamano Robert Beijer e Madani Bouhouche, entrambi appartenenti alla Gendarmeria.
Beijer, nato a Bruxelles nel 1952, entra nella gendarmeria nel 1974 quando essa dipendeva ancora dal Ministero della Difesa belga. Venne subito impiegato nella sezione narcotici e successivamente distaccato presso il Bureau National des Drogues, un corpo d’élite contro il traffico di droga costituito prendendo spunto dalla statunitense Drug Enforcement Agency (DEA). Qui Beijer ha modo di affinare le accurate tecniche investigative importate dagli americani come le infiltrazioni nelle reti di trafficanti, intercettazioni e pedinamenti. Ma quelli furono anni di grandi scandali giudiziari in Belgio. Uno di questi coinvolse nel 1980 anche il capo dell’Ufficio Nazionale Antidroga, il comandante della gendarmeria Léon François, accusato di essere lui stesso un trafficante. Qualche anno prima però, nel 1977, Beijer fu promosso al servizio investigativo della gendarmeria, la brigata di sorveglianza e investigazione (BOB), non prima di passare presso il dipartimento di raccolta informazioni e successivamente nell’antidroga. Si rintracciano in quel periodo i primi contatti con Madani Bouhouche all’interno del dipartimento antidroga della gendarmeria. I due poliziotti inizieranno però ad intercettare illegalmente alcuni loro colleghi appartenenti a sezioni diverse del reparto, ufficialmente per sottrarre informazioni utili per precedere i colleghi nella cattura dei criminali. Quando la cosa venne alla luce, Beijer fu trasferito dai suoi superiori al dipartimento di intelligence del BOB. Poco dopo i vertici della gendarmeria decisero di adottare misure più drastiche e trasferirono lui e Bouhouche dal BOB in diverse brigate locali a Bruxelles. Secondo lo stesso Beijer, ciò era dovuto ai legami di Bouhouche con ambienti di estrema destra. Questi avevano messo in imbarazzo la gendarmeria, tanto che il caso delle intercettazioni fu utilizzato per rimuovere Bouhouche dal BOB, e con lui Beijer, come persona coinvolta in quel caso.
La figura di Madani Bouhouche risulta essere la più oscura ed emblematica di tutta questa storia. Figlio di padre algerino e madre belga, convinto neonazista ed estremista di destra, avvia la sua carriera di poliziotto con la Bijzondere Opsporings Brigade (BOB). Poco dopo essersi unito alla brigata, Bouhouche si rende protagonista di alcune attività illegali con alcuni gendarmi dello stesso reparto, facendosi conoscere per il suo carattere scontroso e violento. Nel 1981 viene scoperto insieme a Beijer nella sua attività di intercettazione illegale e successivamente demansionato al servizio regolare. È nello stesso periodo che avviene la misteriosa rapina all’armeria del Gruppo Diane a Etterbeek, azione che segna informalmente la stagione della Banda del Brabante Vallone. Sempre nel 1981 l’ufficiale superiore di Madani che lo aveva segnalato e demansionato fu oggetto di un attentato con l’utilizzo di armi automatiche mentre un altro investigatore venne quasi ucciso da un’autobomba. Entrambi i tentati omicidi furono collegati a Bouhouche, il quale si affrettò a lasciare la gendarmeria insieme allo stesso Robert Beijer. Fu così che i due fondarono infine un’agenzia investigativa privata, l’Agence de Recherches et d’Informations. Oltre alle sue competenze acquisite nella gendarmeria, Bouhouche si presentava come appassionato ed esperto di armi, tanto da rilevare un’armeria e dedicarsi alla modifica e riparazioni di armi da fuoco. La cosa più inquietante di questo ex-poliziotto belga risulta essere la sua sospetta partecipazione ai campi di addestramento paramilitari organizzati dai gruppi di estrema destra, tra cui membri del Westland New Post, come emerso durante le indagini della commissione parlamentare d’inchiesta sui fatti della banda.
Ma Bouhouche non si limitò alle investigazioni private e al tiro a segno nei boschi. Riuscì a raggruppare sotto la sua ala ulteriori elementi della criminalità, ex-gendarmi, rapinatori e venne sospettato di aver condotto nel corso degli anni ’80 una serie di rapine in banca e altri attacchi armati. Sorge spontaneo chiedersi: quante bande armate erano allora attive in Belgio? Sono le stesse mani che spareranno da lì a poco nei supermercati falciando vite innocenti? Nonostante le similitudini con il modus operandi, le indagini sul gruppo di Bouhouche non portarono a nessuna prova concreta di appartenenza alla Banda del Brabante.
Robert Beijer e Madani Bouhouche vennero arrestati nel gennaio 1986 con l’accusa di aver ucciso Juan Mendez, un ingegnere dipendente del colosso delle armi FN Herstal e già conoscente di Bouhouche. L’ingegnere aveva denunciato il furto della sua collezione privata di armi qualche tempo prima dell’omicidio e aveva fatto il nome di Bouhouche sospettandolo di aver commesso il fatto. Inoltre una pistola fu trovata nella casa dello stesso Bouhouche e ritenuta, almeno inizialmente, balisticamente compatibile all’arma del delitto di Mendez. Tuttavia le prove furono contestate e Madani fu rilasciato nel novembre 1988. I sospetti sul coinvolgimento di Bouhouche nei 28 omicidi ancora irrisolti commessi tra il 1982 e il 1985 crebbero man mano che emergevano dettagli sul suo comportamento violento e sui suoi precedenti. La rivelazione più notevole fu che Madani era stato a capo di un complesso piano di estorsione per far saltare in aria dei gasdotti appena fuori dai negozi di una catena di supermercati (altra strana coincidenza). Bouhouche aveva ideato il piano di estorsione alla fine degli anni Settanta e aveva coinvolto diversi amici nei preparativi che portarono alla costruzione di un tunnel di fuga segreto dall’edificio dove sarebbe stato effettuato il pagamento del riscatto.
Un altro inquietante collegamento con possibili traffici di armi coinvolse l’ingegnere Mendez e la sua copiosa collezione di armi. Secondo gli stessi familiari, prima del suo omicidio Mendez si era mostrato molto preoccupato dopo il furto nella sua abitazione in quanto temeva che le sue armi fossero state utilizzate nei colpi della banda del Brabante. Tale era la sua preoccupazione da aver chiamato più e più volte la polizia per ottenere informazioni e rassicurazioni in tal senso. L’ingegnere era inoltre responsabile delle vendite per l’America Latina in anni in cui le industrie di armamenti europee erano sospettate di fare affari d’oro con governi di estrema destra nella vendita di armi per combattere le formazioni di guerriglia comuniste. Quello dell’ingegner Mendez rimane ad oggi l’ennesimo omicidio non risolto di quegli anni in Belgio. Di cosa aveva paura Mendez? Che connessioni vi sono tra la banda, gli ex-gendarmi e le armi utilizzate? Nonostante i sospetti, le dimensioni fisiche e i tratti del viso di Bouhouche (che non corrispondono a nessuna descrizione ricavata dai primi attacchi banda del Brabante) hanno contribuito a scagionarlo dalle accuse, sebbene permangano terribili e pesanti sospetti sul ruolo che avrebbe avuto in questa orribile vicenda. Dopo essere stato condannato per rapina e omicidio agli inizi degli anni ’90, Madani Bouhouche fu liberato il 15 settembre del 2000 per poi scomparire nell’anonimato di un tranquillo paesino nei Pirenei francesi, vicino alla piccola città di Fougax-et-Barrineuf. Una pensione di tutto rispetto se non fosse che nel novembre 2005 il signor Madani muore improvvisamente in un apparente incidente mentre potava un albero nella sua proprietà. Il corpo venne trovato con la testa mozzata ai piedi della scala da giardiniere che stava utilizzando. Inutile a dirlo, l’autopsia confermò la morte “accidentale”.
C’è poi un’altra figura emblematica del panorama criminale belga di quegli anni, quella del bandito Patrick Haemers a capo di un’altra banda di criminali specializzata nell’assalto ai portavalori nel corso di tutti gli anni 80. Haemers venne coinvolto in un complesso sistema di riciclaggio di denaro e si rese responsabile del clamoroso rapimento dell’ex primo ministro belga Paul Vanden Boeynants nel gennaio del 1989. Il sequestro terminò con il suo rilascio il mese successivo dopo il pagamento di un pesante riscatto (anche se lo stesso Vanden e le autorità hanno sempre negato il pagamento della somma). Neanche a farlo apposta, il nome di Vanden rientrerà nel complesso gioco di scandali a sfondo sessuale che sconvolse l’opinione pubblica belga parallelamente agli attacchi della banda. Dopo essere stato catturato in Brasile da latitante ed imprigionato in Belgio, Patrick Haemers venne trovato morto impiccato.



Una storia incredibile, sembra un romanzo thriller ma non lo è purtroppo. Grazie Matteo per il tuo dettagliato resoconto, tienici informati su eventuali sviluppi
Rimanete sintonizzati. è in arrivo un terzo articolo.
Un abbraccio