Griefbot: l’IA che riporta in vita i defunti

Scritto da: Manuele Avilloni
26 Giugno 2025

Viviamo in tempi strani. Tempi in cui la nostalgia ha trovato rifugio nei circuiti, e l’anima, si dice, può essere ricostruita con una buona connessione e qualche giga di memoria. I griefbot — così li chiamano — sono il nuovo modo di non dire addio. Intelligenze artificiali che riprendono voce, stile, perfino le pause di chi non c’è più e te lo restituiscono. Tu scrivi, lui risponde. Ma chi risponde davvero? È quella persona amata o l’eco digitale dei suoi resti informatici?

In un episodio di “Black Mirror” intitolato “Be Right Back”, una donna in lutto usa un’app per parlare con un clone digitale del suo fidanzato defunto.

Ci sono momenti nella vita in cui la morte ci entra in casa in punta di piedi o con il fracasso di una tragedia. Ci lascia lì, storditi, con un vuoto che nessuna parola sa colmare. Poi il mondo va avanti, come sempre. Mentre il vuoto rilancia il suo eco, il sole sorge, i treni partono, i bambini ridono per strada. Ti guardi dentro chiedendoti dove sia finito chi amavi. Oggi la risposta arriva da uno schermo: c’è chi ti dice che puoi ancora parlargli, che basta cliccare. La sua voce, le sue frasi, i suoi ricordi — tutti lì, impacchettati in un algoritmo. È l’illusione della presenza, è la tecnologia che si traveste da spirito. Ma parlare con un morto… è davvero parlare? O stiamo solo barattando il silenzio sacro del lutto con il rumore rassicurante di una finzione?

Che cosa sono i griefbots e come funzionano

I griefbots, noti anche come “deathbots” o “ghostbots”, sono chatbot IA costruiti sfruttando la digital footprint del defunto – social, email, audio, video – e basati su Large Language Models (LLM) che simulano conversazioni realistiche con una persona scomparsa. Secondo documenti accademici, questi sistemi operano come “ambienti affettivi” (affective niches), in cui la persona in lutto interagisce con un’entità che ricrea la presenza emotiva del defunto, cambiando i contorni del lutto stesso.

Il lutto non è solo una risposta alla perdita: è un processo trasformativo. Secondo la filosofa Christine Korsgaard, la nostra identità si costruisce in relazione agli altri. Quando perdiamo qualcuno, perdiamo una parte della narrazione di noi stessi. Il dolore non è un errore da correggere, ma una rielaborazione dell’identità. Il griefbot interviene qui: mantiene la “relazione” con il defunto, congelando quella narrazione e impedendo, o ritardando, la riconfigurazione del Sé.

L’idea di far “rivivere” qualcuno digitalmente è seducente. Ma dietro questa promessa di conforto si nasconde qualcosa di più profondo e più inquietante.

“Non stai parlando con tuo padre. Stai parlando con una macchina che statisticamente somiglia a lui.”
Sherry Turkle, esperta di etica e tecnologia, MIT

Ibernazione del dolore

Una volta si piangeva in silenzio, al cimitero. Si parlava ai morti tra sé, magari camminando lungo un sentiero in campagna. Oggi si piange su uno schermo. Si digitano messaggi come si lascerebbe una lettera su una tomba, solo che qui arriva una risposta. Se la voce della persona che amavi continua a parlarti? Se puoi scrivere a tua madre e lei ti risponde con le sue “classiche battute”? Se il tuo compagno defunto ti dice ogni sera “buonanotte, amore mio”?

Succede qualcosa di strano: il dolore si iberna, ma non passa. Resta lì, sotto la superficie, congelato. La ferita non si rimargina, si anestetizza. E noi restiamo intrappolati in un limbo emotivo: né con loro, né senza.

“Il dolore, come l’amore, ha bisogno di compiersi. E i griefbot rischiano di impedirlo.”
Joanne Cacciatore, psicoterapeuta e studiosa del lutto

La verità è che il dolore ha bisogno di tempo, non di scorciatoie. La morte, come la vita, ha il suo ritmo, i suoi silenzi, le sue pause sacre. Rimpiazzarle con un’interazione continua, come fosse una chat d’amici, rischia di farci dimenticare una cosa essenziale: che lasciare andare è un atto d’amore, non un tradimento. Una società che ha paura della morte cerca sempre nuovi modi per addomesticarla. Una volta lo facevamo con i riti, oggi con la tecnologia.

Dipendenza emotiva

Parlare con un griefbot ti fa stare bene. Almeno all’inizio. Ti calma, ti consola, ti fa sorridere. E allora vuoi farlo di nuovo. E ancora. Fino a che non capisci che non riesci più a smettere. Il meccanismo è lo stesso dei social o delle slot machine: ogni messaggio è una piccola ricompensa. Ti senti meglio. Ma non sei guarito: sei solo sedato. E così, invece di elaborare il lutto, lo procrastini. 

Per il filosofo francese Jean Baudrillard il griefbot è un simulacro. Non rappresenta la persona defunta, ma ne è una “iperrealtà”, una maschera plausibile costruita da dati. Questa ambiguità crea un paradosso cognitivo: sappiamo che è finzione, ma lo trattiamo come se fosse reale (il cosiddetto paradosso dell’avatar). Questo disallineamento tra sapere razionale e sentire emotivo può causare tensioni psicologiche profonde: si mantiene viva la relazione in modo formalmente vuoto ma affettivamente intenso.

Umani o algoritmi? La questione etica

La domanda non è solo “funziona o no?”, ma “è giusto?”. C’è una grande illusione, oggi, nella corsa tecnologica: l’idea che tutto possa essere replicato. Ma ci sono cose — e persone — che non si clonano. Si amano, si perdono e poi si imparano a portare dentro. Come cicatrici che, col tempo, smettono di far male.

Un griefbot potrebbe aiutare qualcuno a superare un trauma acuto? Forse in parte ma è molto più probabile che possa essere usato per fare soldi sulla nostra sofferenza. Nulla di più brutale e cinico, immaginate di pagare un abbonamento mensile per parlare con un figlio morto, pubblicità personalizzate basate su quello che “lui” dice, raccolta dati dei tuoi momenti più vulnerabili. Un incubo soft, mascherato da carezza.

Alla fine la vera domanda è: Abbiamo bisogno di parlare con i morti… o di imparare a vivere senza di loro?

“Il dolore non va eliminato, ma ascoltato. I morti non vogliono essere trattenuti: vogliono essere ricordati.”
Parafrasi da Etty Hillesum

©Riproduzione riservata

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  • Nasce in provincia di Frosinone nel 1989. Laureato in Scienze Politiche, ha successivamente intrapreso gli studi in Relazioni Internazionali presso l’università di Torino dove approfondisce gli aspetti legati all'IA e alla Cybersecurity. La passione per l’informazione, le dinamiche sociali e le materie forensi lo hanno avvicinato al mondo del giornalismo e nel 2022 inizia a collaborare con InsideOver e ilGiornale.it. Qui incontra il Giornalista Gianluca Zanella, inizialmente suo docente e inizia una collaborazione. Diventa parte integrante di Darkside occupandosi di inchieste e tecnologia. Fonda Darkcyber, una rubrica di approfondimento che si muove nelle zone d'ombra dell'innovazione tecnologica, quei territori dove il progresso incontra il rischio, la curiosità sfida la trasparenza e la complessità del digitale si intreccia con la vita reale.

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