“Mia Moglie” non è stato solo un contenitore di immagini rubate, ma un teatro patriarcale 2.0, dove la libertà femminile è sistematicamente umiliata. Ogni foto pubblicata era un atto simbolico: “lei è mia, posso esibirla, posso annullare la sua volontà”.

Il gruppo Facebook “Mia Moglie🖤🖤🖤” rimosso da Meta dopo migliaia di denunce inviate alla Polizia Postale italiana.
Retaggio vuole che un amore sia per sempre, scritto nelle stelle o nelle pagine di un contratto sociale. Un amore, anche quello più grande può finire, può sfaldarsi come roccia friabile, può diventare un letamaio. Quell’amore fatto dell’incontro tra due libertà assolute dovrebbe rimanere tale, la volontà di scegliersi continuamente sapendo che la libertà dell’altro è qualcosa che non potrà mai appartenerci.
Leggere di questa storia mi ha fatto pensare ad un momento, nelle pagine de Le fedeltà invisibili di Delphine de Vigan, in cui una donna scopre che l’uomo con cui divide la vita, di notte, davanti allo schermo di un computer, si trasforma. Non è più il marito conosciuto tra le mura di casa, ma una creatura diversa, che nel buio del web lascia uscire rancore, violenza, disprezzo. È come se, spente le luci del giorno, emergessero i demoni nascosti e il mondo virtuale diventasse il teatro di un’aggressività altrimenti trattenuta.
Chi legge la nostra rubrica DarkCyber sa che questo è un fenomeno estremamente diffuso, attraversa i nostri giorni, il web spesso diventa il luogo in cui l’intimità si frantuma e il rancore trova nuove forme per esprimersi.
Il gruppo Facebook “Mia Moglie” (talvolta indicato anche come “Mia Moglie❤❤❤”) è nato intorno al 2019 come spazio pubblico, aperto e accessibile a chiunque, ed è rimasto attivo fino alla sua chiusura nell’agosto 2025. Nel tempo ha raccolto circa 32.000 iscritti, un numero molto elevato che ne ha amplificato la visibilità e la diffusione dei contenuti.
All’interno del gruppo venivano condivise soprattutto immagini di donne, spesso partner, ex partner o conoscenti, pubblicate senza il loro consenso. Molti contenuti avevano carattere sessuale o intimo, talvolta accompagnati da commenti volgari, sessisti e denigratori. Secondo alcune testimonianze giornalistiche, comparivano anche immagini manipolate digitalmente o generate con l’ausilio dell’intelligenza artificiale, inserite con intento degradante.
La dinamica tipica consisteva dunque nell’esposizione non consensuale della figura femminile, che veniva ridotta a oggetto di consumo e di scherno, in un contesto che incoraggiava la spettacolarizzazione della violazione della privacy. La natura pubblica del gruppo rendeva queste pratiche ancora più gravi, poiché i contenuti erano visibili e rilanciabili da chiunque.
La violenza online contro le proprie partner o ex partner non è voyeurismo di coppia e non nasce dall’amore, ma dal suo contrario: dal rifiuto della libertà dell’altra. Si tratta del contorno ben delineato dell’uomo fragile di fronte a un rifiuto o semplicemente alla rivendicazione dell’autonomia femminile. Un uomo incapace di elaborare il dolore passa direttamente all’atto violento: colpisce, annulla, distrugge e in questo caso, denigra e schernisce con l’intento di spersonalizzare, rendere oggetto.
È questo il filo rosso che lega le storie di cronaca nera ai post pubblicati in “Mia Moglie”. Non c’è differenza sostanziale tra l’uomo che aggredisce la compagna e quello che espone il suo corpo online senza consenso: in entrambi i casi, si tratta di un gesto che nega la soggettività femminile e riduce la donna a oggetto di possesso.
“Mia Moglie” non è stato solo un contenitore di immagini rubate, ma un teatro patriarcale 2.0, dove la libertà femminile è sistematicamente umiliata. Ogni foto pubblicata era un atto simbolico: “lei è mia, posso esibirla, posso annullare la sua volontà”.




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