Cosa lega la morte di Simonetta Cesaroni, la scomparsa del giudice Paolo Adinolfi e lo strano suicidio dello 007 Mario Ferraro? Apparentemente si tratta di vicende tra loro scollegate, ma c’è un filo rosso. Magari si tratta di una suggestione, o forse è lì, nei piccoli dettagli, che si nasconde il bandolo della matassa…

Da sinistra, Simonetta Cesaroni, Paolo Adinolfi e Mario Ferrraro.
Nel luglio del 1996 compare un lancio d’agenzia molto particolare. A pubblicarlo è un’agenzia di stampa altrettanto particolare, oltre che molto informata: la Publicondor, fondata dal leader di Avanguardia Nazionale Stefano Delle Chiaie, ritenuto vicino a certi settori dei servizi segreti. Il lancio contiene una rivelazione inquietante: il giudice romano Paolo Adinolfi, consigliere della Corte d’Appello sparito nel nulla due anni prima, sarebbe in realtà stato “sisdemato”, ossia ucciso mentre si accingeva a rivelare quanto da lui scoperto “sugli investimenti miliardari” di alcuni funzionari del Sisde.
Connessioni inquietanti
Ma cosa c’entra un giudice scomparso, esperto in fallimenti societari, con il delitto di Simonetta Cesaroni? Nell’elenco di nomi, reati e connessioni scottanti che Adinolfi – come è ormai opinione comune in chi si occupa da anni del caso – avrebbe dovuto consegnare al collega della Procura di Milano Carlo Nocerino – che a sua volta indagava sul crack dell’Ambra Assicurazioni – figurerebbero alcune delle stesse società di copertura del Sisde che abbiamo visto aver avuto un ruolo oscuro nel caso di via Poma.
Ad attirare l’attenzione del magistrato della sezione fallimentare sarebbe stato il ripetersi dello stesso magheggio fraudolento di scatole cinesi – atto a fare “artatamente sparire” dai bilanci parecchi miliardi di lire, “in gran parte del pubblico erario”. Secondo il fin troppo ben informato Delle Chiaie, alcune “manine” avevano fatto sparire la bellezza di “circa 300 miliardi” da alcune società riconducibili ai servizi segreti civili, tra cui tre società dal nome simile: la Ficom spa, la Ficom Commissionaria spa, la Ficom Finanziaria spa. Evidente il riferimento alla nota Fiscom.
I “tentacoli” della rete: dalla Somalia alla zarina
Leggendo il lancio della Publicondor, sul quale certamente torneremo in modo più approfondito, il primo nome a saltare all’occhio è quello della Servo Immobiliare srl. Sequestrata nell’ambito dell’inchiesta sui fondi neri del Sisde, negli anni Novanta aveva la sede in via del Nuoto 11, ma possedeva anche alcuni appartamenti in un palazzo di via Piccolomini 28, dove abitava Manlio Indaco Giammona: il proprietario dell’ufficio dove venne uccisa Simonetta.
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Il lancio della Publicondor su Paolo Adinolfi.
Dietro la Servo Immobiliare ci sarebbe stato, però, quel Michele Finocchi ex capo di gabinetto del Sisde poi coinvolto nel Sisdegate, che era anche amico dell’avvocato Francesco Caracciolo di Sarno, il presidente degli Ostelli di via Poma. E in via Poma, qualcuno sostenne di aver visto proprio Finocchi, la mattina dell’8 agosto 1990, quando venne ritrovato il corpo della ventenne. Lo stesso Finocchi, come vedremo, si pone come collegamento tra vicende apparentemente scollegate tra loro: sempre la sparizione del giudice Paolo Adinolfi e il “suicidio” dello 007 Mario Ferraro. Ma torniamo all’agenzia di Delle Chiaie.

Michele Finocchi, ex funzionario dei servizi segreti.
Nell’elenco compare anche la Palestrina III, controllata dalla Edilmark spa, che aveva sede sociale proprio in via Poma, dove, secondo il sedicente collaboratore dei servizi Luciano Porcari, ci sarebbe stata anche una succursale della Dolmen srl, altra società ombra dedita a strani traffici con il Nordafrica, tra cui la Somalia.
In Somalia, come emerso nel corso del processo sui fondi neri del servizio civile, si sarebbero recati più volte, portando con sé ingenti somme di denaro contante, alcuni funzionari del Sisde, poi incriminati. Tra questi, Matilde Paola Martucci, conosciuta come la “zarina”, segretaria particolare dell’ex direttore del Sisde Riccardo Malpica, anche lui incriminato. Quel Malpica che abbiamo già incontrato, in quanto cognato del segretario nazionale dell’Aiag Vito Di Cesare.
La conferma dei viaggi, a spese pubbliche, in Somalia – e non solo – della zarina e compagni è contenuta nella testimonianza di Francesco Cotronei, pupillo della Martucci. Che, secondo l’ispettore Pacilio Consiglio, avrebbe incontrato più volte il faccendiere stipendiato dal Sisde Roland Voller, proprio quando entrò in scena per depistare verso Federico Valle le indagini sul caso di via Poma.
Nel lancio “bomba” sganciato dalla Publicondor nel luglio del 1996 vengono citate anche altre società di copertura. Come la Kepos srl (fino al 1990 era in via Mirabello, a soli sette minuti a piedi da via Poma, ndr) e la Proim srl, basate entrambe in in via Antonelli 10, presso lo studio del commercialista e fiduciario del Servizio Giovanni Colmo, amministratore anche dell’Immobiliare Savellia srl. Un nome evocativo che collega l’opaca e tentacolare rete di fiduciarie dei servizi ad altre “torbide vicende”.
“Convergenze parallele”: via Poma-via Gradoli
Fra il materiale sequestrato il 18 aprile 1978 dalla Digos nel covo delle BR di via Gradoli 96, c’era “un foglietto manoscritto – si legge nel verbale – con recapito telefonico n° 659127 dell’immobiliare Savellia”. All’epoca, l’Immobiliare Savellia srl aveva sede nel Palazzo Orsini di via di Monte Savello, a poche centinaia di metri da via Caetani, dove il 9 maggio 1978 venne ritrovato il corpo dell’Onorevole Aldo Moro. Che interessi avevano i servizi ad avere un “occhio” nella zona del Ghetto ebraico? Ma, soprattutto, cosa ci faceva il numero di telefono di una fiduciaria del Sisde nella base operativa usata dai brigatisti nelle prime fasi del sequestro Moro?
Le connessioni inquietanti si spingono ben oltre. Nel 1994, durante una perquisizione in via Gradoli 96, l’ispettore del commissariato Flaminio nuovo Pacilio Consiglio – lo stesso che aveva partecipato anche alle indagini sul delitto di via Poma – fece una scoperta sconcertante, che in seguito gli costò cara. Tra i fascicoli sequestrati nell’ufficio di Domenico Catracchia, l’amministratore dello stabile, ne saltò fuori uno intestato all’ex capo del Sisde Vincenzo Parisi (che abitava in via Cavour 44 sopra la sede nazionale dell’Aiag, la cui succursale regionale stava all’interno 7 di via Poma, oltre a essere il suocero di Sergio Costa, il funzionario del Sisde che indirizzò le indagini sul delitto di Simonetta Cesaroni, ndr), in quanto proprietario dal 1979 di una serie di immobili proprio in via Gradoli. Una prova ulteriore che lì i servizi c’erano eccome, potendo contare su un intrico di fiduciarie e prestanome a garanzia dei propri interessi.

Vincenzo Parisi, ex funzionario dei servizi segreti.
L’Immobiliare Gradoli spa, amministrata da Catracchia e proprietaria di otto appartamenti nell’omonima via, era controllata dalla Fidrev srl, la società di consulenza sita in piazza della libertà 10 che – come ammesso dal primo direttore amministrativo del Sisde Pasquale De Rosa, in sede di audizione davanti alla Commissione d’inchiesta ministeriale sul Sisdegate – si occupava di aggiustare i bilanci delle varie società di copertura dedite a traffici illeciti.
Durante il sequestro Moro, altri 15 appartamenti della palazzina Imico di via Gradoli 96 erano di proprietà di un’altra società immobiliare, la Caseroma srl, legata ai soliti fiduciari dei servizi e con la struttura societaria fotocopia di altre. Amministratore unico fino alla liquidazione nel 1982: sempre Domenico Catracchia. Che, per l’oscura logica delle convergenze parallele, nel 1981 – secondo quanto ricostruito durante il processo a carico di Paolo Bellini per la strage di Bologna – avrebbe affittato, in via Gradoli, un appartamento poi usato dai Nar come base.
Sempre in via Gradoli, c’era anche la Monte Valle Verde srl, proprietaria di otto immobili. Ad amministrarla dal 1976 era il commercialista Aldo Bottai. Lo stesso che, dalla ceneri della Sofigen, fondò la Nagrafin spa, poi divenuta dal 1989 Capture Immobiliare srl: altra società di copertura travolta dallo scandalo dei fondi neri, che stando al lancio – molto informato – della Publicondor sarebbe tra quelle attenzionate dal giudice Adinolfi prima di sparire nel nulla, il 2 luglio 1994.
Intrecci criminali: tra BR e il falsario di Stato
Ma c’è un altro particolare interessante che riguarda la “madre” della Capture srl. Il 21 aprile 1978, tre giorni dopo la scoperta del covo brigatista, ci fu un passaggio di testimone, nella carica di amministratore unico della Monte Valle Verde srl (dichiarata fallita nel dicembre 1978, ndr), tra Aldo Bottai e il commercialista Galileo Bianchi, nel cui studio lavorava Gianni Diana, anche lui residente in un appartamento di via Gradoli 96, di proprietà della Monte Valle Verde, insieme a Lucia Mokbel, nota informatrice della polizia.
A occuparsi della maggior parte delle operazioni immobiliari e societarie di via Gradoli era lo studio notarile Fenoaltea che, nel 1979, non solo gestì il primo rogito in favore dell’allora dirigente del Sisde Vincenzo Parisi, ma curò anche gli atti di compravendita di un appartamento della brigatista Adriana Faranda. Più di dieci anni dopo, uno dei notai Fenoaltea – Francesco – risultò tra i membri del consiglio di amministrazione della Raggio di Sole Immobiliare spa, che controllava la Palestrina III, nota società ombra del Sisde.

Adriana Faranda, ex militante delle Brigate Rosse.
Mentre tra i fondatori e i membri del cda dell’Immobiliare Gradoli spa, figurava un certo Vittorio Silvestri, anche sindaco della Fincom spa (la stessa che avrebbe insospettito il giudice Adinolfi, ndr) e azionista di maggioranza della Immobiliare & Servizi e della Servo Immobiliare srl, entrambe acclarate fiduciarie dei servizi sequestrate nel gennaio 1994 nell’ambito dell’inchiesta sui fondi riservati. Non solo. Vittorio Silvestri – secondo un’inchiesta del mensile Area del maggio 1998 – sarebbe stato anche nel collegio sindacale della Compagnia San Giorgio spa, importante società immobiliare controllata dallo Ior, la banca del Vaticano, il cui capo contabile, Pellegrino De Strobel, figurerebbe, anche lui, tra gli allora sindaci della San Giorgio.
Il fratello, Pietro De Strobel, sarebbe stato invece il sindaco della Brink’s Securmark spa, l’istituto trasporto valori oggetto della famosa “rapina del secolo”, messa a segno, il 24 marzo 1984, da Tony Chichiarelli: il pittore e “falsario di Stato” (assassinato in un agguato sei mesi dopo, ndr) a cui è stato attribuito il depistaggio del falso comunicato del Lago della Duchessa, diffuso proprio lo stesso giorno della scoperta del covo di via Gradoli. Convergenze parallele.
Soltanto coincidenze
San Giorgio, però, non era solo il nome di una società immobiliare con strani intrecci di interessi. A Porto San Giorgio è nato il capo brigatista Mario Moretti. Ma non era il solo, in via Gradoli, a provenire dalla piccola cittadina in provincia di Fermo. Al numero 89 – riporta Sergio Flamigni ne “Il covo di Stato” -, nella palazzina di fronte al covo delle Br, durante il sequestro Moro abitava il sottufficiale dei carabinieri Arcangelo Montani. Che, oltre ad essere compaesano di Moretti, era anche un agente del Sismi. L’ennesima coincidenza inquietante, tra le tante che mischiano le pagine più buie e apparentemente distanti della storia d’Italia.





Se la memoria non mi inganna Obama in uno dei suoi discorsi, forse quello di insediamento parlò del potere di portare alla luce ciò che a lungo era stato tenuto nascosto, taciuto, coperto. Immagino che DarkSide faccia riferimento alla nostra voglia di vedere il lato oscuro e integrare la percezione di realtà per giudicare e agire in coscienza. Tempo fa ho visto una foto di Gianluca con Sigfrido Ranucci e ho visto in quella foto un passaggio di testimone che mi auguro avvenga centinaia e migliaia di volte così che nessuna legge bavaglio possa silenziare la diffusione giornalistica di indagini tanto importanti. Vi ringrazio Martina e Gianluca per aver costruito un racconto così attento che deve approdare al largo pubblico.
Grazie a te Renata