Nel cuore delle Dolomiti, dove i rumori della natura sussurrano storie di bellezza e pace, si cela un caso di cronaca che sembra essere uscito dalla penna di uno scrittore. Un grazioso paese è stato il teatro di una storia inquietante che ha trasformato il suo scenario montano in un palcoscenico di oscuri intrighi e omicidi misteriosi, dove ogni vittima rappresenta un tassello di un puzzle mortale…

Alleghe, provincia di Belluno, Veneto.
1933, Alleghe, provincia di Belluno. Un paese dal fascino naturale che si affaccia sull’omonimo lago e dove la tranquillità sembra regnare sovrana. Un’atmosfera calda e ospitale che trova il suo culmine nell’albergo del paese, gestito dalla famiglia Da Tos, dove gli avventori possono trovare momenti di riposo. Sarà cosi almeno fino a quel martedì 9 Maggio in cui un evento terribile cambierà per sempre la narrazione di questa storia.
Morte in camera
9 Maggio 1933. È mattina quando all’interno dell’albergo scatta il panico. Adelina Da Tos, la figlia del titolare della struttura, lancia l’allarme dopo aver fatto una scoperta agghiacciante: Emma De Ventura, la cameriera diciannovenne, giace dentro la camera 6, riversa in una pozza di sangue. Sul comodino c’è un rasoio con tracce ematiche e, appoggiata su una mensola, una boccetta di tintura di iodio.

Emma De Ventura.
Sul posto arrivano le autorità e a stretto giro giunge anche il medico legale che, dopo aver analizzato il corpo, decreta la morte come suicidio. Emma avrebbe prima cercato di uccidersi ingerendo la tintura di iodio e in seguito, forse per accelerare il processo di morte, si sarebbe tagliata la gola con il rasoio.
Un suicidio che appare piuttosto bizzarro se si considerano gli elementi presenti sulla scena: sia la boccetta di tintura che il rasoio sono relativamente distanti dal cadavere, entrambi riposti su dei mobili. In una dinamica suicidaria come quella individuata dal medico ci si sarebbe aspettati che gli oggetti utilizzati per togliersi la vita fossero nelle immediate vicinanze. Nonostante queste evidenti stonature, l’inchiesta viene subito chiusa e archiviata come morte auto-inflitta, lasciando soltanto il tragico ricordo di una vita spezzata e dimenticata troppo presto.
Un corpo nel lago
Il 4 dicembre 1933, un altro episodio inquietante si consuma e stavolta vede protagonista il lago di Alleghe. Quella sera le acque ghiacciate invitano a pattinare e due ragazzini si dirigono verso l’imbarcadero con questa intenzione, ignari della scoperta che stanno per fare. Mentre si incamminano notarono un oggetto misterioso che affiora dal lago, attirando la loro attenzione. Avvicinandosi, la curiosità si tramutò in orrore: il cadavere di una donna giace sotto lo specchio dell’acqua. La notizia si diffonde rapidamente tra gli abitanti del paese, e tra i primi accorsi c’è Pietro De Biasio, marito di Adelina Da Tos, che riconosce con un tremito la vittima: Carolina Finazzer, novella sposa di Aldo Da Tos, figlio minore dei proprietari dell’albergo.

Carolina Finazzer.
Solo il giorno prima, i neosposi avevano interrotto il loro viaggio di nozze in seguito a un imprevisto turbamento di Carolina, che sembrava dovesse affrontare un incontro difficile con la madre. Gli investigatori si trovarono nuovamente a confrontarsi con una macabra possibilità: suicidio. Ma questa spiegazione non convinceva i familiari, che fecero presente un’anomalia. Perché la donna aveva degli evidenti lividi sul collo? Il medico legale minimizzò la questione, ascrivendo quei segni come riconducibili all’inizio della putrefazione. Una giustificazione che sembrava vacillare di fronte alla logica: la donna era stata trovata nel giro di poche ore, intrappolata in quel lago gelido, troppo presto per fare in modo che iniziasse il processo di decomposizione. La verità si dissolse nel mistero, e, come accaduto sette mesi prima, le ombre sembravano prendere il sopravvento sulla luce della realtà: anche Carolina Finazzer si era suicidata. Eppure, le domande continuavano a rimanere sospese nell’aria, dove nessuno sembrava disposto a cercare risposte.
Una strana rapina
18 novembre 1946. È notte inoltrata quando Luigi Del Monego e sua moglie Luigina De Toni, soprannominati Gigio e la Balena, chiudono le porte del circolo Enal che gestivano. Mentre si dirigono a piedi verso casa, in prossimità del Vicolo La Voi, Luigi decide di fare una sosta per recarsi all’orinatoio. Improvvisamente degli spari di pistola squarciano il buio. I coniugi, colti di sorpresa, crollano a terra, privati della vita in un attimo, uno distante dall’altro, come se il destino avesse deciso di separarli nell’ultimo respiro.

Luigina De Toni e Luigi Del Monego.
Nessuno sembra aver udito quei colpi fatali, non sembravano esserci testimoni di quell’orrore consumato sotto la luce pallida della luna. Fu solo all’alba che Angelo De Toffol, cognato di Luigina, scoprì i corpi esanimi e la verità si presentò crudele e ineluttabile. In un primo momento, la matrice del delitto apparve quasi scontata: una rapina, visto l’incasso rubato dalla borsetta di Luigina. Eppure, qualcosa non tornava. Le circostanze, infatti, suggerivano l’ipotesi di un agguato orchestrato: gli spari simultanei, i corpi distanziati. Una mappa di eventi che tracciava una traiettoria oscura, lontana dall’idea di un furto finito in tragedia. Il cerchio delle indagini, chiuso in fretta e furia senza l’individuazione di uno o più responsabili, lasciò nel cuore del paese un eco di inquietudine, un mistero che sembrava avvolgersi intorno a tutti, quasi come una nebbia fitta.
E mentre gli abitanti riprendevano le loro vite, il ricordo di Luigi e Luigina si affievolì, ma non scomparve mai del tutto. Nel frattempo in paese si mormoravano a bassa voce storie che mettevano paura. Si parlava del campanile di una chiesa sommersa nel lago, di come la notte fosse possibile sentire le sue campane suonare in un atto di commemorazione verso quelle inquietanti morti accadute nel corso degli anni.
L’indagine
Il 13 Aprile 1952 il giornalista Sergio Saviane scrisse un articolo in cui sosteneva che i quattro tragici decessi, distribuiti in un arco temporale di 13 anni, fossero collegati dalla stessa linea di segreti, un filo rosso che raccontava di un passato oscuro che non sarebbe mai dovuto venire a galla.
L’articolo di Saviane rimase particolarmente impresso nella mente di Enzo Cesca, un brigadiere dei carabinieri di Agordo. Cesca decise di scendere nell’oscurità avvolgente del paesino di Alleghe per indagare. Sotto falso nome, trovò lavoro come operaio e frequentò le osterie, dove il vino scorreva insieme alle confidenze. Fu proprio lì, tra chiacchiere addolcite e risate complici, che iniziò a ricostruire le fila di quell’inquietante mistero.
Nel turbinio di segreti e timori, Cesca raccolse il nome di Giuseppe Gasperin, un uomo che si vociferava avesse avuto un ruolo nell’uccisione di Luigi e Luigina. Fu proprio Gasperin a rivelargli l’esistenza di Carolina Valt, una signora anziana abitante del vicolo La Voi, indicata come custode di verità nascoste. Espandendo la sua rete di fiducia, Cesca si legò alla nipote di Carolina, conquistando così l’accesso alla fonte di informazioni cruciali. Carolina Valt raccontò al brigadiere di aver visto la sera del delitto tre uomini sul luogo del crimine tra cui lo stesso Giuseppe Gasperin. Un freddo brivido discese lungo la schiena di Cesca; la rivelazione sembrava il pezzo mancante di un mosaico a tinte macabre. Gasperin fu dunque convocato in caserma e le sue parole condussero a una serie di arresti che svelarono un orrendo quadro di violenza.
Il vaso di Pandora
Le indagini portarono all’arresto di Pietro De Biasio, Aldo Da Tos e infine, della stessa Adelina. La verità inizia ad emergere e a rivelare un meccanismo infernale che aveva portato alla catena di omicidi. Ad uccidere Emma De Ventura nel Maggio 1933 era stata Adelina Da Tos, per motivi di gelosia verso il marito, inscenando in seguito il suicidio con l’aiuto dei familiari. Aldo Da Tos, che all’epoca probabilmente manteneva un barlume di coscienza, era rimasto molto scosso da quell’evento e proprio durante il viaggio di nozze si era confidato con la moglie, rivelandogli quanto accaduto.
A questo punto Carolina, più che comprensibilmente, si spaventa, chiude in anticipo il viaggio e fa rientro ad Alleghe. Una volta arrivata chiama la madre per farsi venire a prendere il giorno successivo. La famiglia Da Tos però nel frattempo ha già intuito tutto e organizza un piano di eliminazione del testimone. Quando la sera stessa Carolina rientra nella sua camera d’albergo viene seguita da Aldo, Adelina e Pietro. I tre entrano nella stanza e la aggrediscono, i primi due la tengono ferma mentre Pietro le stringe le mani attorno al collo, strangolandola a morte.
Aldo esce dall’albergo con il cadavere della moglie sulle spalle, andando a gettare il corpo nel lago. Durante questa operazione però viene avvistato da una coppia di fidanzati. I due fidanzati sono Luigi Del Monego e Luigina De toni. Proprio loro, che verranno freddati a colpi di pistola 13 anni dopo. Probabilmente, dopo anni di silenzio, avevano deciso di rivelare quanto avevano visto quella sera. Da qui nasce l’esigenza di liberarsi anche di loro. A prendere parte all’omicidio, insieme a Pietro e Aldo, ci sarà il già citato Giuseppe Gasperin, un tipo disposto a tutto per soldi e che sa usare le armi da fuoco. Sarà lui infatti a sparare a Luigi, mentre Luigina verrà invece uccisa da Pietro durante l’attacco simultaneo e pianificato.
Il processo e le condanne
L’8 giugno 1960, la Corte d’Assise di Belluno emise la sentenza, condannando all’ergastolo Aldo, Adelina Da Tos e Pietro De Biasio. I due uomini furono ritenuti responsabili dell’omicidio di Carolina Finazzer e del duplice delitto del 1946, mentre per Adelina fu attribuita la sola corresponsabilità della morte di Carolina, in quanto l’omicidio di Emma De Ventura era ormai caduto in prescrizione. Giuseppe Gasperin invece ricevette una condanna a trent’anni di reclusione, di cui sei vennero condonati. Nelle fasi successive del processo Pietro De Biasio e i Da Tos ammisero la loro colpevolezza. Il 4 febbraio 1964 la Corte di Cassazione confermò definitivamente le loro pene. Aldo e Pietro morirono durante la detenzione, mentre Adelina Da Tos ottenne la grazia nel 1981 per poi decedere nel 1988.
Si conclude così la storia dei delitti di Alleghe. Un racconto imprevedibile che si perde nel tempo, una matrioska di eventi dove ogni omicidio celava al suo interno un segreto. Un meccanismo da romanzo di Agatha Christie ma che in questo caso non è frutto della fervida fantasia ma di un reale marchingegno diabolico venuto alla luce a distanza di anni. Restano le poche foto in bianco e nero dei protagonisti di questa inquietante vicenda: i volti di coloro che si sono macchiati dei terribili crimini che abbiamo raccontato e quelli invece delle quattro vittime, diapositive che sembrano intrappolare i ricordi di una triste pagina di cronaca del nostro paese.




Mooolto interessante! Senza alcun supporto scientifico ma con l’abilità investigativa e la ferma volontà. Quando, nell’ormai preistoria della Procedura Penale, si facevano ancore le indagini e la Polizia Giudiziaria si muoveva su iniziativa propria senza bisogno del permesso del Magistrato.