La scomparsa del giornalista Mauro De Mauro è un enigma ancora irrisolto che, a oltre mezzo secolo di distanza, continua a suscitare domande e a rimanere avvolto nel buio. La vicenda non si limita a un semplice caso di sparizione, ma intreccia mafia, politica, servizi segreti e alcuni degli episodi più oscuri della recente storia italiana, come la morte di Enrico Mattei e il tentativo di colpo di Stato noto come Golpe Borghese. Quali sono le possibili ragioni che portarono alla sparizione del giornalista palermitano?

Il giornalista Mauro De Mauro.
La vita di Mauro De Mauro
Mauro De Mauro nacque a Foggia il 6 settembre 1921, ma si trasferì a Palermo nel 1948 per iniziare la sua carriera giornalistica. Prima di diventare uno dei giornalisti d’inchiesta più temuti e rispettati di Palermo, De Mauro passò attraverso una trasformazione profonda. Durante la Seconda guerra mondiale, aderì alla Repubblica Sociale Italiana, combattendo dalla parte fascista. La fine del conflitto lo vide cambiare radicalmente vita, abbandonando le ideologie politiche estremiste per abbracciare una vocazione giornalistica che lo portò a combattere con penna e parole le ingiustizie del suo tempo.
Entrato a far parte della redazione del quotidiano palermitano L’Ora, noto giornale di sinistra finanziato dal PCI, De Mauro si distinse per la sua determinazione nell’affrontare tematiche scomode. In particolare, si concentrò sulle connessioni tra la mafia siciliana e il mondo politico e imprenditoriale. Nel corso degli anni ’60, pubblicò inchieste che gettarono luce su questo legame pericoloso, in un’epoca in cui la mafia era ancora un tema largamente sottaciuto in Italia e di cui in Sicilia si negava persino l’esistenza.
Tra i suoi lavori più noti, va ricordata un’inchiesta sulle attività mafiose, nella quale riportò un’intervista esclusiva con la vedova Serafina Battaglia, la prima donna a testimoniare contro Cosa nostra. Inoltre, scrisse sulla figura di Lucky Luciano, uno dei più celebri boss mafiosi del Novecento, che ebbe un ruolo fondamentale nello sbarco americano in Sicilia durante la Seconda Guerra Mondiale. De Mauro divenne così un cronista noto per la sua capacità di scavare in profondità nei fatti, collegando tra loro eventi e contesti apparentemente scollegati.
La scomparsa
La sera del 16 settembre 1970, Mauro De Mauro fu rapito sotto casa sua, in Viale delle Magnolie, a Palermo. La sua auto, una BMW blu scuro, fu ritrovata il giorno successivo a pochi chilometri di distanza, ma non vi erano segni che potessero fornire indicazioni utili per rintracciarlo. Il rapimento avvenne solo pochi giorni prima del matrimonio di sua figlia Franca, e fu proprio lei a vederlo per l’ultima volta, mentre stava parcheggiando la macchina di fronte a casa.
Nonostante l’immediato impegno delle forze dell’ordine, guidate da figure di spicco come Carlo Alberto Dalla Chiesa e Boris Giuliano, le ricerche non portarono a nulla. La città di Palermo fu setacciata da posti di blocco e indagini capillari, ma di De Mauro non si ebbe più notizia. Col passare dei giorni, la sua scomparsa divenne un caso nazionale, attirando l’attenzione di media e investigatori da tutta Italia. Le prime teorie riguardanti la sua scomparsa si focalizzarono sul suo lavoro giornalistico: era ovvio che qualcuno avesse voluto far tacere quella penna tanto pericolosa.
Impossibile non fare un’analogia con un altro caso che si verificherà nove anni dopo la scomparsa di De Mauro, il caso di Mino Pecorelli che fu assassinato il 20 marzo 1979 a Roma. I due casi, pur distinti nei dettagli, presentano numerose similitudini. Entrambi i giornalisti si trovarono nel mirino di poteri occulti per il loro impegno nel denunciare scandali che intrecciavano mafia, politica e affari. In entrambi i casi, i depistaggi e la mancanza di una verità giudiziaria certa lasciano intendere che le loro morti siano state il frutto di un sistema colluso, dove mafia e politica corrotta agivano in sinergia per proteggere interessi superiori. E proprio come nel caso del direttore di OP, per l’omicidio di De Mauro ci sono tante piste, tutte plausibili ma nessuna prevalente.

Il rinvenimento dell’automobile di De Mauro.
Le piste investigative
Le indagini sulla scomparsa di Mauro De Mauro portarono a seguire diverse piste, molte delle quali legate alle sue inchieste giornalistiche più scottanti. Con il passare degli anni, le ipotesi si moltiplicarono, ma nessuna di esse portò a una verità definitiva.
Una delle ipotesi più accreditate e discusse riguarda il collegamento tra la scomparsa di De Mauro e le sue indagini sulla morte di Enrico Mattei, presidente dell’ENI, deceduto in un misterioso incidente aereo il 27 ottobre 1962. Mattei era una figura centrale nello scenario economico e politico dell’Italia del dopoguerra e la sua politica energetica, con la volontà di affrancarsi dal cartello petrolifero anglo-americano e trattare l’acquisto di greggio e gas direttamente dai paesi produttori africani e arabi. La sua morte ha suscitato da subito dubbi sulle circostanze del presunto incidente. De Mauro stava lavorando a un’inchiesta per il regista Francesco Rosi, che si preparava a girare un film su Mattei, e aveva raccolto informazioni inedite sulle ultime ore di vita del presidente dell’ENI, contenuto in dossier mai più ritrovato.
Secondo alcuni pentiti di mafia, tra cui Francesco Di Carlo e Rosario Naimo, De Mauro sarebbe stato ucciso perché aveva scoperto verità pericolose sul sabotaggio dell’aereo di Mattei, informazioni che avrebbero sconvolto l’equilibrio politico ed economico dell’Italia. Queste rivelazioni si intrecciano con la convinzione che la morte di Mattei non fosse accidentale, ma orchestrata da potenti forze economiche e politiche internazionali contrarie alle sue politiche energetiche.

Enrico Mattei davanti al suo aereo.
Un’altra pista seguita dagli investigatori è quella legata al tentativo di colpo di Stato noto come il Golpe Borghese, pianificato dal principe Junio Valerio Borghese e alcuni settori della destra eversiva italiana nel 1970. Alcuni sostengono che De Mauro avesse scoperto i dettagli di questa cospirazione e che la sua scomparsa fosse legata alla necessità di impedirgli di pubblicare queste informazioni. La mafia, direttamente coinvolta nel pusch come hanno confermato molti anni dopo boss del calibro di Luciano Liggio e Tommaso Buscetta, in questo contesto, sarebbe stata utilizzata come braccio armato da poteri occulti per eliminare il giornalista.
La connessione tra De Mauro e il Golpe Borghese è stata suggerita anche da altri pentiti, che hanno descritto una presunta collaborazione tra Cosa nostra e gli ambienti di estrema destra coinvolti nel golpe. Questa pista non ha trovato conferme certe ma resta una delle principali ipotesi per spiegare il suo rapimento.
Una delle prime ipotesi avanzate dopo la scomparsa di De Mauro fu quella che collegava il suo rapimento a un’inchiesta sul traffico internazionale di stupefacenti. Questa pista, tuttavia, fu rapidamente smentita e gli stessi investigatori la considerarono un tentativo di depistaggio. Negli anni successivi, questa teoria fu completamente abbandonata a favore delle altre piste più credibili.
Il processo a Totò Riina e le rivelazioni dei pentiti
Nel 2006, a distanza di oltre trent’anni dalla scomparsa di De Mauro, si aprì un processo a Palermo con l’accusa rivolta a Totò Riina di essere stato il mandante del rapimento e dell’omicidio del giornalista. Il processo si basava in gran parte sulle testimonianze di alcuni pentiti, che avevano indicato la mafia come responsabile dell’omicidio, eseguendo l’ordine di poteri superiori preoccupati per le scoperte di De Mauro.
Tuttavia, il processo si concluse con l’assoluzione di Riina per mancanza di prove sufficienti. Nel 2011, la Corte d’Assise di Palermo stabilì che, sebbene vi fossero elementi che indicavano un coinvolgimento di Cosa nostra, non vi erano prove concrete per condannare il boss mafioso. Alcuni pentiti avevano parlato di un coinvolgimento diretto di Riina e di altri boss mafiosi nell’omicidio, ma le loro testimonianze non furono considerate sufficienti per emettere una condanna.
Depistaggi e verità nascoste
Uno degli aspetti più inquietanti del caso De Mauro è rappresentato dai numerosi depistaggi che hanno ostacolato le indagini. Fin dall’inizio, le forze dell’ordine si trovarono di fronte a una serie di ostacoli e tentativi di sviare l’attenzione dalle piste più promettenti. I depistaggi sembravano essere orchestrati da poteri occulti, interessati a mantenere il segreto su ciò che De Mauro aveva scoperto.
Sin dall’inizio, infatti, il rapimento di De Mauro fu avvolto da un muro di omertà, tipico del contesto mafioso siciliano. Diverse persone che avrebbero potuto fornire informazioni chiave non parlarono per paura di ritorsioni o per interesse personale e alcune testimonianze raccolte durante le indagini si rivelarono poi false o incomplete. Sulla scena comparvero due figure enigmatiche: il cavaliere Nino Buttafuoco, che subito dopo la scomparsa del giornalista contattò la famiglia sostenendo di conoscere la verità su Mauro, e soprattutto Vito Guarrasi, avvocato legato ad ambienti mafiosi, che aveva partecipato con gli Alleati alla stesura dell’armistizio di Cassibile, in Sicilia, che il 3 settembre 1943 sancì la fine della Seconda Guerra Mondiale.
Negli anni successivi alla scomparsa del giornalista, si scoprì che alcuni degli inquirenti stessi avevano legami con ambienti mafiosi o con i servizi segreti deviati. Ciò fece sì che molte piste investigative venissero abbandonate o oscurate. Nel 2014, la Corte d’Appello di Palermo sottolineò che, nonostante il coinvolgimento della mafia fosse ormai certo, rimanevano dubbi irrisolvibili su chi avesse ordinato l’esecuzione.
Un passato oscuro
Da questo quadro magmatico e per certi versi dispersivo, emerge una certezza: Mauro De Mauro era un uomo dal passato oscuro. Il giornalista, infatti, non solo aderì alla RSI, ma militò, nel 1943, nelle SS italiane, operando a Roma al comando del maggiore Herbert Kappler, che nell’agosto del 1977, arrestato per la sua partecipazione all’eccidio delle Fosse Ardeatine, fu protagonista di una clamorosa fuga dall’ospedale militare del Celio, organizzata e gestita da Adalberto Titta, grande capo dell’Anello, il servizio segreto clandestino legato al Ministero dell’Interno.

Herbert Kappler, ufficiale delle SS a capo della Gestapo a Roma, imprigionato dalle forze alleate.
Nel 1947, a guerra finita, De Mauro finisce sotto processo per collaborazionismo con i nazisti e, cosa ancora più grave, di aver partecipato proprio all’eccidio delle Fosse Ardeatine, in cui persero la vita 335 persone. Diversi articoli di stampa e documenti del periodo ’44-45, svelano che De Mauro, con l’alias di Roberto Marini, avrebbe partecipato alla fucilazione di partigiani ed ebrei e assistito, anche se non come parte attiva, alle sevizie della famigerata banda di Pietro Koch, una sorta di nucleo di polizia speciale legate alla RSI.
Ma la connessione che potrebbe essere decisiva per spiegare la fine di De Mauro è in realtà un’altra: nel 1944, infatti, si arruola nella Xa Flottiglia Mas del Principe Junio Valerio Borghese, gruppo d’èlite militare nato da una costola della Marina e che, nonostante l’armistizio, sceglie di continuare a combattere al fianco dei tedeschi. Accanto alla sua prima attività giornalistica nell’ufficio diffusione e propaganda, De Mauro si sposta in Piemonte, a Novara, dove avrebbe ricoperto un ruolo di funzionario di primo piano nell’amministrazione locale legata alla RSI. Tuttavia, questa connessione è importante soprattutto per una cosa: la zona di Novara è permeata da una forte presenza partigiana. E proprio in questo territorio agisce la divisione Valtoce, formazione mista di partigiani cattolici ed ex militari, in cui milita il giovane Eugenio Cefis, successore di Mattei alla guida dell’Eni e sospettato come il principale mandante della sua morte.
È in questo quadro che De Mauro, che nel 1948 verrà assolto dall’accusa di collaborazionismo, stringe se non legami almeno amicizie destinate a durare. Magari le stesse amicizie dalle quali, nell’estate del 1970, apprende che si prepara in Italia un golpe militare guidato dal suo antico comandante, il principe Borghese, con la partecipazione attiva della mafia. Poco prima della sua scomparsa, in un degli ultimi colloqui coi familiari, il giornalista si vanta di aver scoperto “qualcosa che farà tremare l’Italia”. Una definizione troppa altisonante per un traffico di stupefacenti o per fatti di mafia, che all’epoca non era ancora vista come un fenomeno nazionale bensì solo siciliano, ma adatta per una notizia come il tentato golpe. Una primizia soprattutto per un giornale come L’Ora, legato e finanziato dal PCI. Proprio la sua appartenenza allo storico giornale palermitano, che resterà negli anni in prima linea nella lotta alla mafia, ha restituito alla figura di De Mauro una certa ‘verginità antifascista’, usando la definizione di Pierpaolo Pasolini, e cancellando totalmente il suo passato fascista. E facendo venire il sospetto che proprio quei legami possano essere decisivi per spiegare la sua scomparsa.





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