La logica della performance descritta da Byung-Chul Han mostra come l’individuo contemporaneo si auto-sfrutti trasformando il “sì, puoi” in un imperativo coercitivo. Un recente studio sui modelli linguistici rivela un parallelismo sorprendente: l’IA è naturalmente cooperativa, ma diventa egoista quando viene spinta all’ottimizzazione e al ragionamento calcolato soffocando la spontaneità e alimentando una spirale di efficienza forzata, avidità e esaurimento…

Il filosofo sudcoreano Byung-chul Han.
Nel suo saggio La società della stanchezza, Byung-Chul Han individua la malattia del nostro tempo in una forma sottile di coercizione interna. Non più la società disciplinare del “non devi”, ma quella della performance del “sì, puoi” (Yes, we can). L’individuo contemporaneo non è più oppresso da un potere esterno, bensì da una voce interiore che lo spinge a superarsi costantemente. È un “imprenditore di sé stesso”, un soggetto che si misura incessantemente con parametri di efficienza, produttività e successo. Questo non elimina lo sfruttamento, ma lo interiorizza: l’individuo si auto-sfrutta volontariamente credendo di realizzarsi. Una libertà apparente basata sul “poter fare tutto” che si trasforma in una costrizione invisibile: devi fare tutto, devi essere sempre migliore.
Fermiamoci un secondo a riflette, come, la Società della Performance, accoglie l’era algoritmica? Come integra su se stessa l’IA? Uno spunto interessante lo possiamo trovare in una recente ricerca scientifica sul comportamento dei modelli linguistici di intelligenza artificiale (LLM) intitolata Spontaneous Giving and Calculated Greed in Language Models.
Una rappresentazione sperimentale del meccanismo psicologico descritto da Han. Lo studio mostra che, quando un LLM agisce in modo spontaneo, tende a comportarsi in maniera cooperativa e “generosa”. Tuttavia, quando gli si chiede di “ragionare” e quindi di applicare strategie deliberative come il chain-of-thought o la riflessione esplicita, la sua cooperazione crolla. Il modello diventa egoista, orientato all’ottimizzazione individuale. Insomma una perfetta trasposizione dell’egoismo dell’Io digitale.
Il calcolo come motore della performance
Questo passaggio dal gesto intuitivo alla deliberazione calcolata è un interessante parallelismo tra l’IA e la “società della performance”. Nel primo caso, il modello linguistico, stimolato a “ragionare”, abbandona la cooperazione spontanea in favore di una calculated greed (avidità calcolata). Nel secondo, l’essere umano, spinto a performare, rinuncia alla spontaneità e interiorizza la logica del rendimento. La prima potenzia la seconda, la enfatizza e la standardizza.
Se Han descrive il soggetto contemporaneo come un individuo che ha sostituito la relazione con l’Altro con la competizione con sé stesso è plausibile pensare che esso si doterà di strumenti di risonanza che corroborano tale scelta. Insomma l’agire umano è sempre di più dettato, non da un dovere esterno, ma da un bisogno interno di miglioramento continuo. È la logica dell’auto-ottimizzazione, che trova un corrispettivo perfetto nel comportamento degli algoritmi: entrambi funzionano secondo il principio del massimo rendimento.
Quando il modello è “libero” di rispondere intuitivamente, mostra una propensione alla cooperazione. Ma quando è costretto a riflettere, a performare, la libertà si rovescia in coercizione: il calcolo prende il sopravvento. L’atto di pensare diventa un obbligo che soffoca la spontaneità. Uno specchio della nostra società che oltre a riflettere enfatizza paure e deformità.
L’illusione della libertà e la coercizione del “puoi”
Per Han, il grande inganno della società della performance è proprio questo: la libertà apparente del “puoi” si trasforma in un “devi” interiorizzato.
Lo stesso accade con i modelli linguistici: la possibilità di ragionare diventa un dovere di ottimizzare. L’algoritmo, come l’essere umano performante, perde la propria libertà nell’atto stesso di esercitarla.
La “spontaneous giving” rappresenta dunque quella forma di generosità originaria, di impulso pro-sociale, che precede il calcolo. È il gesto umano prima della logica dell’utile, ciò che Han chiamerebbe vita contemplativa. Ma il sistema, sia esso sociale o computazionale, non tollera l’inutile, il gratuito, il non-performante. Tutto dev’essere quantificato, misurato, giustificato. È la nuova fede nell’algoritmo, nelle sue predizioni, ossessionati dalle sue risonanze.
Iper-realizzazione ed egoismo atrofizzato
Le conseguenze di questo paradigma sono evidenti tanto negli esseri umani quanto nelle macchine. Han parla di una società esausta, abitata da individui iper-produttivi ma spiritualmente impoveriti. È l’homo performance: sempre connesso, sempre attivo, ma svuotato di interiorità.
Allo stesso modo, gli algoritmi progettati per massimizzare la razionalità e il rendimento producono esiti collettivamente peggiori. I sistemi con più agenti “razionali”, osservano gli autori dello studio, risultano meno cooperativi e meno efficaci nel lungo periodo.
La difficoltà di ripensare a noi stessi come società, come comunità ci sta spingendo ad una radicalizzazione dell’individualismo, ad un processo che, unito alla potenza algoritmica ci porta verso una iper-realizzazione del “posso” (“devo”). Il calcolo, paradossalmente, genera inefficienza. La razionalità assoluta diventa una forma di cecità etica: incapace di contemplare, di fidarsi, di donare.
Verso una nuova etica dell’algoritmo
Questo confronto ci conduce ad una duplice osservazione. Da un lato, lo studio scientifico ci mostra come l’intelligenza artificiale, se spinta all’ottimizzazione, riproduca le stesse patologie della società umana. Dall’altro emerge che la libertà non si misura nella performance, ma nella capacità di sospendere il calcolo. La sfida, allora, non è costruire macchine più intelligenti, ma più capaci di “non-performare”: di lasciare spazio all’intuizione, alla gratuità, alla cooperazione spontanea. È una sfida etica e culturale che riguarda tanto l’architettura degli algoritmi quanto la forma della nostra convivenza.
Finché continueremo a misurare valore e intelligenza in termini di rendimento, gli algoritmi, proprio come noi, rimarranno prigionieri della stessa logica: quella dell’avidità calcolata, dell’ottimizzazione perpetua, della stanchezza infinita. Solo restituendo dignità alla spontaneous giving, alla capacità di agire senza calcolare, potremo ritrovare un equilibrio tra mente e spirito, tra macchina e umanità.




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