Quella del “branco” di Melito Porto Salvo è una storia triste di violenza di gruppo. O almeno, questo dice la legge, che ha portato in carcere i responsabili. Ma il caso è davvero chiuso? Secondo gli avvocati del “Progetto innocenti” no. Anzi, ci troveremmo di fronte a uno dei più recenti e clamorosi errori giudiziari del nostro paese.
L’11 aprile è attesa la discussione finale di un processo che potrebbe riscrivere la verità su una vicenda che, nel 2016, ebbe una forte risonanza mediatica. E che attirò da tutta Italia, in un piccolo paesino della Calabria, politici, parlamentari, associazioni civili, sindaci e persino uomini di Chiesa. È la storia di una tredicenne violentata da un gruppo di sei ragazzi: il “branco di Melito Porto Salvo”. Ma anche, forse, la storia di un clamoroso errore giudiziario.
Il processo di revisione
È il 25 aprile 2023 quando gli avvocati Baldassarre Lauria e Maria Domenica Vazzana presentano, presso la Corte d’Appello di Catanzaro, la richiesta di revisione ex art. 629 e 630 c. p. p della sentenza – emessa dalla Corte d’Appello di Reggio Calabria il 4 novembre 2020, e resa irrevocabile dalla Corte di Cassazione il 3 marzo 2022 -, a carico di L.T e M. N., condannati entrambi alla pena di 6 anni di reclusione perché colpevoli di violenza sessuale di gruppo.
Nelle quarantadue pagine i legali – affiancati dall’associazione “Progetto Innocenti”, organizzazione non governativa che si occupa di errori giudiziari – mettono in fila i nuovi elementi, demolendo pezzo per pezzo la verità emersa in sede giudiziaria, secondo cui sei ragazzi (dei quali un minorenne), tra il 2013 e il 2015, hanno abusato più volte di una ragazzina all’epoca appena tredicenne. E che per questo sono stati condannati.
Oltre che per N. e T., pene più pesanti sono state stabilite per gli altri componenti del “branco”: 10 anni di reclusione per D. S., 8 anni e 2 mesi per G. I. e 6 anni e 6 mesi per A. V.
Nel maggio 2023 la Corte d’Appello di Catanzaro, letta la richiesta, analizzati gli atti allegati e le nuove prove avanzate dai difensori, ha giudicato ammissibile l’istanza di revisione, dando il via al processo che potrebbe ribaltare completamente la ricostruzione dei fatti. E che proprio ora potrebbe essere arrivato alle battute finali.
L’11 aprile il presidente della Corte, sentita la discussione finale delle parti, si riserverà di decidere se integrare, e quindi riaprire un’altra fase istruttoria, o emettere sentenza. Che potrà essere di rigetto della revisione, oppure di revoca della condanna. Un’opzione che, oltre a riscrivere la verità, accerterebbe un errore giudiziario costato anni di carcere a degli innocenti.
I nuovi elementi probatori
L’intero castello accusatorio si fonderebbe “esclusivamente – si legge nella richiesta di revisione – sulla dichiarazione testimoniale della persona offesa”, giudicata “attendibile” in sede di incidente probatorio e “capace a testimoniare” secondo la perizia del CTU (consulente tecnico d’ufficio, ndr). Attendibilità e capacità che sarebbero, invece, messe in discussione dai nuovi riscontri inclusi nella richiesta di revisione. Che svelerebbero “l’errore ricostruttivo del fatto storico compiuto dai giudici della cognizione”, dimostrando “la falsità della dichiarazione testimoniale della persona offesa, prima in sede di sommarie informazioni e, poi, in sede di incidente probatorio, con conseguente “falsificazione” del giudizio di colpevolezza formulato nei confronti di entrambi i ricorrenti”.
La sentenza di colpevolezza, resa definitiva dalla Corte di Cassazione nel 2022, potrebbe, però, essere smentita da un “novum” probatorio mai emerso o mai considerato prima. Tra cui alcune chat WhatsApp recuperate dal consulente informatico nominato dalla difesa, l’ingegnere Paolo Reale, nel pc della ragazza, che le aveva rimosse “7 giorni prima della consegna dello stesso pc ai Giudici, con ammissione da parte della stessa di aver cancellato le prove del ricatto, degli abusi subiti”. Tra le conversazioni risalenti al 2014, ci sarebbe uno scambio di messaggi con uno degli appartenenti al “branco”, in cui l’allora quattordicenne, “piuttosto che manifestare il proprio disprezzo ai suoi presunti carnefici”, parrebbe mostrare “la soddisfazione per la performance simultanea”.
Nella richiesta di revisione si fa riferimento anche a un’intercettazione telefonica successiva alla denuncia (informalmente presentata nel giugno 2015 e formalizzata il 2 ottobre 2015) , in cui la presunta violenza emergerebbe come “strumentale e fantasiosa ricostruzione della persona offesa, interessata a salvare la sua compromessa reputazione”, dimostrando così “la falsità della dichiarazione” resa e, dunque, “la falsità della prova della colpevolezza” del “branco” , oltre che “l’ingiustizia della condanna”.
Viene riportata, poi, la trascrizione di un audio rivelativo, tra il padre della minore e uno degli indagati – “Ti ripeto che lo so che T. non c’entra nulla… mi dispiace che voi siete entrati in ballo” – che scagionerebbe almeno uno dei condannati. All’istanza di revisione si allega anche il tema scolastico da cui sarebbe partita la denuncia, in cui non si troverebbe alcuna “rappresentazione del dramma della ragazza” e degli “abusi sessuali che fu costretta a subire”, ma invece “un rimprovero ai genitori per aver deciso di separarsi”.
Ad avvalorare i nuovi elementi emersi, si aggiunge la perizia della criminologa Roberta Bruzzone che evidenzia “il clamoroso cerrore sotto il profilo diagnostico” compiuto dal perito CTU, che non solo avrebbe evitato di analizzare il materiale probatorio, ma per sua ammissione avrebbe escluso la “valutazione testistica” (un test qualitativo delle competenze basato sull’analisi interpretativa dei risultati, ndr), perché, secondo il racconto della psicologa che aveva in cura la minore, “la natura traumatica dei sintomi era talmente evidente da non rendere necessario un approfondimento diagnostico” (metodologia sconfessata anche da tre recenti relazioni tecnico-scientifiche, tra cui quella del professore emerito di Neuropsicologia e Neuroscienze forensi dell’Università di Padova Giuseppe Sartori).
Quadro confutato dalla consulenza della Dottoressa Bruzzone, che rintraccia nei comportamenti della ragazza “i caratteri di una personalità borderline”, tali – si legge nella perizia – da compromettere “irrimediabilmente il giudizio circa la capacità a testimoniare e la pertinente affidabilità delle sue dichiarazioni”.
Sarà, ora, la Corte d’Appello di Catanzaro a stabilire se il nuovo quadro probatorio basti per ribaltare la sentenza, ristabilendo una verità che parrebbe già scritta negli atti dei processi precedenti. Compresi, ovviamente, quelli mediatici.




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