Il 4 Marzo del 2005 l’auto nella quale erano a bordo Nicola Calipari funzionario del SISMI e la giornalista Giuliana Sgrena viene investita da una raffica di colpi provenienti da fuoco amico. Ancora oggi, per i motivi di quella raffica, dobbiamo navigare tra mezze menzogne e mezze verità. Il non detto pesa ancora di più, anche so oramai solo per alcuni, per tutti gli altri la verità rimane sospesa in quell’attimo di illusione tra il vedere la Morte a distanza e il sentire il fragore dei colpi che attraversano la carne.

Nicola Calipari.
Trenta giorni, un mese, per decidere di due vite, quella della giornalista Giuliana Sgrena, rapita il 4 febbraio 2005 e quella di Nicola Calipari, funzionario del Sismi che si occupò della liberazione poi avvenuta il 4 marzo 2005. Poco meno di un kilometro, 700 metri dal viaggio di ritorno, una breve distanza che ha fatto la differenza tra un pieno successo d’intelligence e il tragico epilogo di una vicenda dai contorni ancora opachi che odorano di “agguato”. Vi abbiamo raccontato di questa storia attraverso le parole di Carlo Biffani conoscitore di quella che, a suo tempo, era una delle zone più calde del mondo. L’interrogativo rimane ancora vivido e tagliente, ovvero come sia possibile che una pianificazione strategioca accurata, un’analisi del rischio calibrata anche nelle sue deviazioni da una figura più che esperta sia potuta finire tra lo stridio del fuoco amico. Perchè tornarci su? A suscitare le nostre riflessioni è stato l’articolo pubblicato su “Il Manifesto” lo scorso 4 febbraio 2025 riguardo una conversazione tra la stessa Giuliana Sgrena e Carlo Parolisi oggi in congedo ma che all’epoca dei fatti era dirigente operativo nonché Vice di Calipari.
Vari Sequestri
Dalle parole dello stesso Parolisi possiamo confermarvi ciò di cui vi avevamo già raccontato, ovvero che la struttura operativa italiana a Baghdad era solida, aveva saputo intessere concreti rapporti locali, era strutturata da tempo ed aveva già gestito altre missioni delicate come il sequestro avvenuto pochi mesi prima ai danni di Simona Pari e Simonetta Torretta. Ma ci sono state trattative anche per episodi meno noti o che comunque hanno fatto meno rumore, come il rapimento di due nostri agenti del SISMI. In quel periodo gli operatori di intelligence sul territorio non erano poi molti, tra questi vi era, per stessa ammissione di Parolisi, Andrea Carpani del dipartimento Ricerca di cui Calipari era direttore. E allora partiamo da qui per porci alcuni interrogativi. Siamo tornati a confrontarci con Carlo Biffani per capire se conoscesse qualcosa di più.
La Sgrena parla di un rapimento di due nostri agenti del SISMI avvenuto poco tempo prima in una moschea, lei conosce di chi parliamo?
Di questa storia sono stato testimone indiretto in tempo reale. Io quel giorno ero partito per rientrare in Italia e diversamente dall’andata, stavo rientrando con un volo di linea che mi aveva portato da Baghdad ad Amman in Giordania, da dove il giorno dopo sarei ripartito per Roma. Al Palestine, l’albergo nel quale alloggiavo a Baghdad insieme a tutti gli operatori dei media italiani, la mia stanza era vicina a quella dell’amico Ferdinando Pellegrini, inviato di guerra di Radio Rai. Fu lui che verso sera, mi chiamò per dirmi che era successa una cosa davvero strana. Poco prima, un giornalista della Reuters, era passato al Palestine sapendo che vi alloggiavano gli italiani e gli aveva raccontato questa storia. “Poco più di un ora fa, mentre stavo intervistando l’iman di una moschea, ho sentito dei rumori di gente che si muoveva trafelata e da una zona in penombra della moschea, due voci mi hanno urlato – Siamo italiani e ci stanno sequestrando. Sono subito corso da voi per dirvelo e per capire se manchi qualcuno”. Così Ferdinando per prima cosa verifica che nessuno dei suoi colleghi manchi all’appello come in effetti risulta, poi sapendo che conosco il gruppo di italiani che lavora in ambito security ed alloggia all’hotel Babylon, mi chiede di fare una telefonata per verificare se fra di loro, qualcuno manchi. Come chiudo con lui la telefonata promettendogli di risentirci entro un paio d’ore, faccio qualche chiamata in modo di fare questa verifica e mi viene risposto che tutti gli italiani facenti parte di quel gruppo, sono in albergo tranquilli e beati. Così richiamo Ferdinando e glielo spiego, ed insieme conveniamo sul fatto che, tranne due dirigenti dell’ICE che avevo conosciuto e che erano inseriti fra il personale accreditato in ambasciata, non vi era nessun altro italiano che potesse essere stato vittima di un sequestro, se non fra coloro i quali lavoravano per il MAE o per l’Intelligence. Mi chiese di rilasciargli comunque una intervista nella quale dicessi chi ero e cosa ci facessi a Baghdad e la stessa andò in onda la mattina dopo sul notiziario delle 6. Io non potevo saperlo, ma fu ascoltata da centinaia di migliaia di persone, oltre che da moltissimi giornalisti, alcuni dei quali mi attesero con tanto di telecamera, all’uscita degli arrivi passeggeri all’aeroporto di Fiumicino. Ma questa è un’altra storia.
Intelligence o azione militare. L’obiezione USA.
Dalla conversazione nelle stanze del Manifesto possiamo anche dedurre anche un altro aspetto riguardante le trattive per la liberazione della Sgrena, mentre il governo e l’intelligence italiana prediligevano le trattive vi era una corrente “americana” che figurava un possibile blitz delle forze speciali ma dagli esiti imprevedibili. Un blitz temuto anche dai carcerieri della giornalista. Eppure proprio la struttura d’intelligence italiana aveva ampiamente dimostrato di saper trattare non solo per connazionali ma anche prestandosi per trattative di paesi amici.
Biffani perché l’ipotesi del blitz americano era ritenuta, dai carcerieri, così plausibile?
Perché sapevano che la Coalizione, americani in testa, avevano orecchie digitali ed infiltrati ovunque e che in città vi erano Distaccamenti delle Forze Speciali di ogni nazionalità e tipo. Basti pensare agli americani di Delta e Navy Seals od a gli inglesi dell’SAS e dell’SBS oltre che ai francesi ed ai nostri. A riprova di quanto affermo basterà ricordare che la liberazione dei security contractor italiani sequestrati e del polacco trattenuto con loro, fu operata con un blitz fatto da un distaccamento dell’SBS inglese.
Pallottole americane
Ma ora veniamo al nodo della questione. Difficile pensare che la pianificazione del rilascio e le decisioni prese in una struttura alberghiera negli Emirati da una quindicina di nostri operatori di intelligence non abbia tenuto conto di ogni singola variante. Già in quel meeting emersero le prime preoccupazioni per il possibile comportamento degli americani. Il contingente USA era teso e vi era un rischio di ingaggio anche dove non necessario.
Dalla conversazione tra la Sgrena e Parolisi appare evidente che il rischio di un ingaggio con gli americani fosse possibile, perché?
Il contingente americano era sotto attacco tutti i giorni, di giorno, quanto soprattutto dopo il calar del sole. Ricordo bene come fra le SOP (Procedure Operative Standard) che adottavamo, vi fosse quella di non restare nel traffico od in movimento, dietro o comunque in prossimità di uno dei molti convogli e dispositivi americani che incrociavamo spostandoci in città od in periferia. Di notte poi la sensazione di rischio si amplificava e tutti i militari e gli appartenenti a PMC che lavoravano per il Governo Provvisorio diventavano estremamente guardinghi e di conseguenza, molto, molto pericolosi. Era di notte, visto che vigeva il coprifuoco, che chiunque si muovesse su un mezzo ruotato od a piedi, diventava immediatamente un possibile target. Considerate che sempre durante la notte, gli insorgenti preparavano le azioni che poi avrebbero svolto a partire dalle prime luci dell’alba, arrivando persino a sostituire interi segmenti di guard rail, con elementi apparentemente uguali, ma trappolati con esplosivo. Proprio per queste ragioni, tutti ci siamo a lungo interrogati chiedendoci quali predisposizioni tattiche avesse intrapreso il Dott. Calipari in ordine al movimento su strada in una condizione di rischio elevatissima accentuata forse, mi si lasci dire, dalla scelta del tipo di autovettura, che in qualche misura essendo estremamente diffusa ed utilizzata anche dai terroristi, poteva purtroppo lasciare adito a “fraintendimenti”.
Una versione Semplice, fin troppo!
Sono passati 20 anni e ancora oggi abbiamo una versione semplice. Un posto di blocco, una toyota bianca che procede verso la destinazione di esfiltrazione ed una raffica dopo un “alt” non rispettato. Una soluzione comoda ma in contrasto con quanto a suo tempo sostenuto dallo stesso Carpani che all’epoca dei fatti guidava proprio quella Toyota. Procedeva a rilento e nessuna raffica di avvertimento venne mai sparata. Ma sopratutto perchè quel checkpoint era ancora attivo nonostante il funzionario americano avesse già raggiunto la sua destinazione?
La stessa Sgrena nelle parole dei sui carcerieri rivaluta quanto le è accaduto dopo. Gli americani erano stati dispiegati su vasta scala in vista della visita di un loro funzionario, ma comunque informati della nostra operazione, ci potevano essere così tanti problemi di comunicazione?
Il dispositivo intorno all’aeroporto e lungo le vie di accesso, già di suo imponente, era stato rinforzato per via dell’arrivo dell’ambasciatore Negroponte. Le comunicazioni su linea GSM venivano probabilmente ascoltate e se si parla di cellulari in uso a personale in forza a Servizi di Intelligence, credo si possa togliere tranquillamente il condizionale. Con il mio gruppo di lavoro utilizzavamo anche telefoni satellitari che comunque, anche allora, erano certamente intercettabili ed in ogni caso chi fa il mestiere del dott. Calipari questo lo sa benissimo. Le comunicazioni sia radio che telefoniche vanno sempre considerate “compromesse”.




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