Il caso Enzo tortora: un orrore giudiziario

Scritto da: Marcello Altamura
17 Giugno 2025

L’arresto di Enzo Tortora, volto amato della televisione italiana, segna uno dei più clamorosi errori giudiziari della storia repubblicana. Accusato ingiustamente di affiliazione camorristica sulla base delle parole di pentiti poco credibili, Tortora viene travolto da una macchina del fango mediatica e giudiziaria. Dopo anni di umiliazioni, sarà assolto con formula piena, ma la vicenda lo condurrà lentamente alla morte. A oltre quarant’anni di distanza, il caso continua a interrogare coscienze e istituzioni. Nel 2026, la serie “Portobello” di Marco Bellocchio ne riporterà alla luce la tragica attualità…

Enzo Tortora nella trasmissione televisiva “Portobello”.

Sono le 4.12 del mattino del 17 giugno 1983. Due carabinieri bussano alla porta di una stanza dell’Hotel Plaza in via del Corso a Roma. Gli apre la porta un uomo distinto, ancora assonnato e in canottiera. Forse i due giovani carabinieri sorridono a vederlo così. Sono abituati infatti a vederlo, tutti i venerdì sera, sui teleschermi, il vestito grigio e la cravatta scura, elegantissimo con i suoi modi da gentiluomo di altri tempi. Un gentiluomo che risponde al nome di Enzo Tortora, celebre volto della Rai, ideatore e conduttore della trasmissione Portobello, seguita da milioni di persone tutte le settimane.

A Tortora, anzi a Tortora Enzo Claudio, come la fredda lingua della burocrazia lo definisce sull’ordine di arresto, i carabinieri non usano alcun riguardo, anzi. Frugano nelle sue cose, rompono un salvadanaio di ceramica a forma di porcellino che il presentatore aveva comprato per sua figlia. Tortora è stralunato, portato via dopo aver appena avuto il tempo di vestirsi. Caricato a bordo di un’Alfetta, è portato in via In Selci, sede del nucleo operativo dei carabinieri. Condotto in ufficio, Tortora viene fatto sedere davanti a una scrivania ingombra di incartamenti. “Lei è in stato d’arresto”: Tortora sgrana gli occhi e fa un mezzo sorriso: “Come?”. “C’è un ordine d’arresto dalla procura di Napoli per lei”. “Ma per cosa??”. “Non lo sappiamo”.

Inizia così il più grande errore giudiziario della storia del nostro Paese. Un errore che porterà nel giro di appena 5 anni, Enzo Tortora alla morte.

L’arresto di Enzo Tortora.

LA MACCHINA DEL FANGO

Ma quale era effettivamente l’accusa mossa a Tortora? Il suo nome era comparso negli 856 mandati di cattura ordinato dai sostituti procuratori Lucio Di Pietro e Felice Di Persia nel quadro del cosiddetto maxi-blitz contro la NCO, la Nuova camorra organizzata del boss Raffaele Cutolo. Arresti cui la maggior parte del Paese applaude, piazzato, forse in maniera strategica, a dieci giorni dalle elezioni politiche. Una retata in cui è rientrato anche Enzo Tortora, accusato non solo di essere un affiliato alla camorra ma addirittura di essere uno spacciatore di droga. L’arresto del presentatore è anche il primo esempio di spettacolarizzazione delle manette in Italia. Tortora, infatti, è trattenuto in via in Selci dall’alba sino a mezzogiorno, quando finalmente è tradotto nel carcere di Regina Coeli. Il tempo giusto perché la stampa e soprattutto le tv possano costruire il tritacarne mediatico in cui Tortora verrà infilato. Lui, che la tv in Italia l’aveva fatta praticamente dagli inizi, conducendo trasmissioni di culto come Campanile Sera, Telematch o La Domenica Sportiva prima di Portobello, lui, inviato de La Nazione negli anni di Piazza Fontana e dell’omicidio Calabresi, a cui lo legava un’amicizia sincera, ora si ritrova inghiottito e travolto da quello stesso mezzo.

Tutto è stato predisposto perchè lo show abbia il massimo clamore. Il cellulare dei carabinieri, per esempio, è stato posteggiato dall’altra parte della strada proprio per consentire meglio a cameramen e fotografi di vivisezionare in tutta calma il volto del prigioniero, zoomando sulle manette che stringeranno i suoi polsi. Eccolo lì, il colpevole, il mostro che ha tradito la fiducia di milioni di fedeli telespettatori: nelle immagini d’epoca, Tortora ha un giubbetto azzurro e la camicia a righe, il volto incredulo stretto tra due carabinieri con le loro divise color cachi, quelle estive dell’epoca.

Mentre sale sul cellulare, Tortora è travolto dagli insulti di quella stessa gente che appena qualche giorno prima seguiva in tv Portobello commentando davanti ad un piatto di spaghetti “Quel Tortora, eh, quanto è bravo, proprio un signore”. La notizia del suo arresto, in barba al segreto istruttorio, è già stata annunciata alle 16,25 del giorno prima da un flash dell’Ansa. Ai cronisti che gli fanno domande, Tortora risponde con la consueta ironia: “Eh sì, lo ammetto, hanno proceduto per ordine alfabetico: Tognazzi, Tortora, Vianello…”. E giù una risata, anche se amara.

CAMORRISTA PER ERRORE

A Regina Coeli, a Tortora vengono prese le impronte digitali e scattate le foto di rito, faccia e profilo, come un delinquente qualsiasi. E come un delinquente qualsiasi, è fatto accomodare nella cella 16 bis. Lì, in quelle quattro mura scrostate e maleodoranti, Tortora scopre quanto feroce può essere l’invidia umana. Dalla lettura dei giornali scopre che colleghi e presunti amici lo accusano, lo additano, plaudono ai magistrati perché, come scrive una penna ‘di sinistra’ come Camilla Cederna, “se un uomo viene arrestato in piena notte qualcosa ha pur commesso”.

Ma cosa aveva veramente commesso Enzo Tortora? E soprattutto chi lo accusava? Nella retata contro la NCO, il nome di Tortora era stato fatto da due cosiddetti “pentiti”, Giovanni Pandico, detto ’o pazzo,  e Pasquale Barra, detto ’o animale. Il primo, definito dalle perizie psichiatriche paranoico e schizoide,  era in carcere per l’omicidio di 2 persone in un ufficio del comune di Liveri di Nola, ree di essere troppo lente nel consegnargli un certificato, oltre che per tentato parricidio e tentato avvelenamento della madre, aveva trascorso diverso tempo nel manicomio giudiziario di Aversa, dove era detenuto anche Raffaele Cutolo, diventandone una sorta di segretario. Il secondo, efferato killer della NCO, deve il suo soprannome all’abitudine cannibalesca di divorare cuori e visceri delle sue vittime dopo averli assassinati.

Ed è proprio Barra ha dire di aver conosciuto Tortora in alcuni night milanesi e di averlo presentato a Cutolo, che gli aveva offerto 80 milioni di lire per ogni partita di droga spacciata tra i personaggi dello spettacolo. Tortora poi aveva rubato 46 milioni all’organizzazione, però non era stato ucciso perché secondo Cutolo era troppo famoso, sarebbe stato controproducente. Anche Pandico accusa Tortora di essere uno spacciatore e soprattutto di essere affiliato alla NCO, con tanto di cerimonia iniziatica.

Uno scenario surreale tracciato da due pentiti con un profilo personale certo non affidabile ma a cui, incredibilmente, i giudici credono. Salta fuori anche un’agenda di un camorrista, in cui è segnato il numero di telefono di un Enzo Tortora che si rivelerà poi essere in realtà Enzo Tortona, un commerciante di bibite del Salernitano. E anche su un’altra agenda, quella del camorrista Puca, spunterà un Portobello, che i giudici sostengono essere Tortora ma che in realtà è solo un soprannome di un affiliato.

Camorrista per errore, Enzo Tortora, una delle 144 persone arrestate risultate poi omonime di presunti appartenenti alla NCO. Un orrore giudiziario nel quale anche i giudici rimangono intrappolati. Se fosse venuto a galle che le accuse dei pentiti contro Tortora erano false, si sarebbe dovuto mettere in discussione tutto l’impianto del blitz e quello del primo maxiprocesso alla NCO, generato proprio dagli arresti del 17 giugno 1983 e soprattutto dalle dichiarazioni dei pentiti.

Tortora fu dunque un capro espiatorio, il personaggio noto che finisce in manette anche per dimostrare che la giustizia non guarda in faccia a nessuno, che sbatte in galera anche gli idoli delle masse. E soprattutto che ha trovato in materia di camorra la risposta a Tommaso Buscetta, il grande pentito che ha contribuito a smantellare Cosa Nostra.

MORIRE D’INGIUSTIZIA

Dopo sette mesi di detenzione in carcere, l’imputato ebbe gli arresti domiciliari dal tribunale della libertà, quasi in coincidenza con il pentimento di un rapinatore, Gianni Melluso, detto Gianni il bello, che raccontò di consegne di stupefacenti da lui fatte a Tortora per conto del boss milanese Francis Turatello. Enzo Tortora fu eletto eurodeputato radicale il 17 giugno 1984. Il 20 luglio 1984 tornò in libertà ed annunciò che avrebbe chiesto al Parlamento europeo di concedere l’autorizzazione a procedere nei suoi riguardi; autorizzazione che fu data il 10 dicembre. Rinviato a giudizio, il 4 febbraio 1985 comparve davanti al Tribunale di Napoli, ribadendo ai giudici la sua innocenza, in contrasto con le accuse dei pentiti. Il 17 settembre arrivò la sentenza di primo grado: condanna a dieci anni di reclusione per associazione per delinquere di tipo mafioso e traffico di stupefacenti.

Un anno dopo, il 15 settembre 1986, la Corte di Appello di Napoli rovesciò il verdetto: Tortora fu assolto con formula piena, ed i pentiti furono giudicati non credibili. “E’ la fine di un incubo”, disse il presentatore. L’innocenza dell’imputato fu definitivamente confermata il 13 giugno 1987 dalla prima sezione penale della Corte di Cassazione. Meno di un anno dopo, il 18 maggio 1988, Enzo Tortora morì per un cancro ai polmoni.

“ARRESTATO PER COPRIRE IL CASO CIRILLO”

Enzo Tortora, dunque, paga per tutti. E la sua vicenda giudiziaria monopolizza l’opinione pubblica. Ma anche a 42 anni di distanza dal suo arresto, ci si domanda perché il presentatore fu ‘sacrificato’. In assenza di risposte certe, una chiave di lettura la fornisce una lettera inedita scritta nel 1988 da Raffaele Cutolo a sua moglie Immacolata Iacone, in cui il boss della NCO parla del caso Tortora.

“Il nome di Tortora fu fatto dire a Pandico, Barra e Melluso e soci per occultare la scandalosa trattativa Cirilo. I giudici vengano a sentire me, così potrò testimoniare su quella pagina sporca che resterà nella storia come la colonna infame di Manzoni”

Nella lettera, Cutolo afferma che il suo nome non fu inserito nell’elenco degli imputati del maxiprocesso alla NCO perché gli inquirenti avrebbero avuto paura proprio delle sue dichiarazioni sul caso Tortora

“Non lo fecero certo per farmi un favore, bensì per non farmi parlare. Nessun giudice volle ascoltare quello che avevo da dire sul caso Tortora fatta eccezione per il sostituto procuratore di Salerno, Greco, al quale spiegai che il nome di Tortora era stato fatto per nascondere la verità sul caso Cirillo”.

In realtà, l’arresto di Tortora è del 1983, due anni dopo il rapimento e la liberazione con relativa trattativa tra le BR e lo Stato, dell’assessore regionale campano. La coincidenza temporale indicata da Cutolo, dunque, non regge, ma è probabile che il boss, come era solito fare, abbia voluto mandare un messaggio a qualcuno sulle cose che sapeva e che si è portato nella tomba il 17 febbraio 2021.

Cutolo e Tortora si incontrarono poi nel supercarcere dell’Asinara, quando il presentatore era deputato del Partito Radicale ed era in prima linea per migliorare le condizioni dei detenuti.

“Dissi a Tortora: la mia mano si onora di stringere la mano di un uomo onesto come lei. Gli dissi anche: dottor Tortora, guai all’innocente se non è più astuto del colpevole”.

PORTOBELLO, NEL 2026 LA SERIE DI BELLOCCHIO

E proprio al caso Tortora, è dedicata PORTOBELLO, la nuova serie di Marco Bellocchio, dedicata alla drammatica vicenda del conduttore televisivo, in arrivo nel 2026 su HBO Max.

L’attesa serie è la prima produzione originale italiana annunciata da Warner Bros. Discovery per la nuova piattaforma streaming HBO Max è una produzione OUR FILMS, società del gruppo Mediawan, e KAVAC FILM, in coproduzione con ARTE France ed in collaborazione con The Apartment Pictures, una società del gruppo Fremantle. È prodotta da Lorenzo Mieli e Mario Gianani per Our Films e da Simone Gattoni per Kavac Film.

Nel cast della serie Fabrizio Gifuni, nel ruolo di Enzo Tortora, Lino Musella, Romana Maggiora Vergano, Barbora Bobulova, Carlotta Gamba, Alessandro Preziosi, Fausto Russo Alesi e Salvatore D’Onofrio. La serie è stata scritta da Marco Bellocchio, Stefano Bises, Giordana Mari e Peppe Fiore.

La fotografia è di Francesco Di Giacomo, la scenografia di Andrea Castorina, i costumi di Daria Calvelli, il montaggio di Francesca Calvelli, le musiche di Teho Teardo.

Le prime immagini dell’attesa serie di Bellocchio:

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  • Nasce a Napoli. Ha scritto “Dodici Leoni” insieme a Franco Esposito nel 2015 per Absolutely Free poi “La Borsa di Moro” per Iuppiter Edizioni nel 2016. Nel 2017 è stata la volta de “L’anno del Grifo” per Absolutely Free e per la stessa casa editrice, nel 2018, “Le quattro vite di Mike”. Nel 2019 ha pubblicato “Il professore dei misteri” per Ponte alle Grazie e, per la stessa casa editrice, anche “La Casta è rimasta”, nonché, per Slalom Edizioni, “Bomber con i guanti”. Ha scritto, insieme ad altri autori, “Tutti in piedi per la Carpisa” per Graf Editore nel 2006 e “Totò sbanca” per Iuppiter Edizioni nel 2017. Dal 2019 cura, insieme a Gianluca Zanella, il format di approfondimento storico e politico DarkSide - Storia Segreta d’Italia.

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