Il Delitto di Graziella Mansi: il corpo bruciato e il mistero di Castel del Monte

Scritto da: Florinda Ambrogio
10 Agosto 2025

Il 19 agosto 2000 la piccola Graziella Mansi, 9 anni, fu uccisa e bruciata a Castel del Monte in Puglia. Cinque giovani vennero condannati, ma tra confessioni ritrattate, suicidi in carcere e nuove perizie che mettono in dubbio la versione ufficiale, il caso continua a sollevare interrogativi e richieste di revisione mai accolte…

Graziella Mansi.

Graziella Mansi aveva nove anni appena e negli occhi quella scintilla che sa di felicità, di sogni ancora tutti da immaginare. Era un po’ più alta delle sue coetanee, snella, i capelli lunghi raccolti spesso in una coda di cavallo. Aveva il passo leggero e l’anima libera, come dovrebbero averla tutte le bambine alla sua età. Indossava una maglietta lilla con dei brillantini cuciti a formare una farfalla e dei pantaloncini corti. Ai piedi portava dei sandali bianchi.

Graziella adorava stare in piazza, tra le voci del mercato, al banco del papà e del nonno. Era lei il cuore pulsante di quella bancarella. Con un sorriso contagioso, salutava ogni turista come un vecchio amico e con parole gentili sapeva come far brillare i suoi prodotti. Per i bambini, aveva sempre un piccolo sacchetto di noccioline, mentre agli anziani regalava un sorriso. Quel giorno, il 19 agosto del 2000, il caldo faceva mancare l’aria.

Alla bancarella l’acqua era finita e suo papà, intento a sistemare i braccialetti colorati, la guardò un attimo, poi le fece un cenno. “Vai alla fontana vicino alla Taverna Sforza. Ma non perderti in chiacchiere, torna subito. Cinque minuti, capito?”. “Sì, papà!» rispose lei, contenta. Afferrò la borraccia e si allontanò verso il sentiero che costeggiava il bosco. Graziella conosceva bene quel percorso, lo aveva fatto tante volte.

Ma quella volta fu diversa dalle altre. Tra la folla, qualcuno la stava osservando. Era Pasquale Tortora, un ragazzo appena maggiorenne, un tipo strano, dicevano in paese. Uno sguardo fisso, famelico. Pasquale non la perse di vista nemmeno per un istante. La desiderava. Non con l’amore innocente con cui si guarda una bambina, ma con una fame oscura. Una brama feroce, malata. La seguì. Voleva possederla. Voleva nutrirsi della sua bellezza, della sua innocenza. E l’orrore, quel giorno, trovò la sua strada.

Il macabro scenario

È il 19 agosto 2000, una data che rimane ancora oggi impressa nella memoria collettiva, Una data che ha segnato per sempre la storia di Graziella Mansi, strappata alla vita in uno dei luoghi più suggestivi e misteriosi della Puglia, Castel del Monte. Un nome che per generazioni ha evocato storia, ma che per la piccola Graziella divenne, quella sera, il teatro di un incubo.

Quel pomeriggio d’estate, mentre il sole iniziava la sua discesa, Graziella svanì nel nulla. Ogni minuto che passava era un’agonia per chi la cercava. Poi, poche ore dopo, alle 20:25, l’orrore prese forma. Una guardia volontaria del parco di Castel del Monte, percorrendo un sentiero si imbatté in Pasquale Tortora. Una figura spettrale, solo, il fiato corto e affannato, i vestiti sporchi e stracciati come se avesse lottato con la terra stessa, e un delirio di parole sconnesse che gli uscivano dalle bocca.

Dopo pochi, interminabili minuti, l’arrivo dei Carabinieri rivelò il macabro scenario, un’immagine che avrebbe perseguitato per sempre chi vi fu testimone. Il corpo della piccola Graziella Mansi fu trovato lì, carbonizzato e adagiato tra le foglie umide e silenziose del bosco, non un giaciglio, ma un rogo. L’autopsia, nei giorni successivi, rivelò che il cadavere della bambina presentava lesioni vaginali nonostante le mutandine fossero intatte.

In quel luogo di morte c’era Pasquale Tortora. Immobile, occhi bassi, persi nel vuoto di un orrore che lui conosceva fin troppo bene. Accanto a lui, l’autorità composta dei Carabinieri, sconvolti e testimoni impotenti di una tragedia inaudita. Dopo poche ore, in un dolore così lacerante da sembrare fisico, giunsero il padre e il nonno di Graziella. Tremanti, il loro sguardo si posò su ciò che restava della loro piccola, quella bambina che, gridavano straziati, avrebbero dovuto proteggere.

La confessione

Inizialmente, con un’apparente lucidità che strideva con il suo stato iniziale, Tortora confessò l’omicidio, affermando di aver agito da solo. Una dichiarazione che avrebbe potuto chiudere il cerchio, ma che fu solo l’inizio di un labirinto di bugie contorte e deliranti. Quella prima confessione si sgretolò presto e Tortora cambiò versione per ben diciotto volte, un numero sconcertante che rivelava una mente nel caos o una volontà ferrea di nascondere la verità.

Ogni nuova versione inseriva di volta in volta persone che non esistevano, fantasmi creati per depistare, individui con età improbabili o figure che nemmeno lo conoscevano. Un vortice di menzogne e contraddizioni che da subito gettò un’ombra cupa e indelebile sulla ricerca di una verità trasparente, rendendo il dolore della famiglia e la sete di giustizia ancora più strazianti.

La caccia ai mostri

Tra il 2000 e il 2001, le indagini si concentrarono con implacabile determinazione su un gruppo di giovani della zona. Sembrava la logica conseguenza di un atto così efferato, cercare i responsabili tra le pieghe di quella comunità. Questo portò, uno dopo l’altro, all’arresto di cinque ragazzi tra i 18 e i 20 anni. Oltre a Pasquale Tortora, già intrappolato nelle sue stesse, mutevoli menzogne, vennero coinvolti Giuseppe Di Bari, Vincenzo Coratella, Domenico Margiotta e Michele Zagaria. A quel punto, in un Paese che aspettava risposte, sembrava che la giustizia avesse finalmente scovato i colpevoli, i “mostri” capaci di tanta barbarie.

Sentenze inappellabili: un grido dal carcere

I processi, che si protrassero tra il 2002 e il 2004, si conclusero con condanne di una pesantezza schiacciante, un macigno posto su vite ancora così giovani. Per Pasquale Tortora, la sua confessione – per quanto instabile e manipolatoria – e la scelta del rito abbreviato gli valsero una condanna a 30 anni di reclusione. Con un’amara ironia del destino, o forse grazie a una giustizia che concede riduzioni di pena, dopo aver scontato 24 anni di carcere per buona condotta, Pasquale viene scarcerato il 15 febbraio 2024. Un paradosso per chi aveva trascinato altri in quell’inferno.

Ma per Giuseppe Di Bari, Vincenzo Coratella, Domenico Margiotta e Michele Zagaria, il destino fu ben diverso, sigillato con un’implacabilità che ancora oggi interroga. Condannati con rito ordinario, si sono sempre, in ogni istante della loro detenzione, professati innocenti. Eppure, il verdetto fu inappellabile: ergastolo.

Il peso di quella condanna fu tale che, il 14 dicembre 2008, un dramma scosse le mura del carcere di Lecce. Vincenzo Coratella si suicidò. Lasciò dietro di sé una lettera straziante, non un addio alla vita, ma un estremo, disperato grido di innocenza. Un dramma nel dramma, che gettò un’ulteriore domanda sulla complessità di questo caso, quasi a voler urlare che forse, in quelle celle, c’erano più verità non dette di quanto si volesse ammettere.

Verità inquietanti e voci silenziate

Oggi, nel 2025, a oltre vent’anni dalla tragica morte della piccola Graziella Mansi, il sipario sulla giustizia non si è ancora chiuso del tutto. Le vite di Giuseppe Di Bari, Domenico Margiotta e Michele Zagaria, condannati all’ergastolo nel lontano 2004 per l’omicidio di Graziella Mansi, sono ancora scandite dalle sbarre di una cella. Nessuno dei tre ha ottenuto sconti di pena, nessun beneficio carcerario e, con una tenacia che stupisce e che tormenta, continuano a proclamare la propria innocenza.

Negli ultimi mesi, gli avvocati hanno provato a scardinare quella sentenza, presentando diverse istanze di revisione, in particolare per Giuseppe Di Bari. Nuove perizie psichiatriche, frammenti di dati da videosorveglianza, elementi che, secondo la difesa, avrebbero dovuto riaprire il caso. Ma la Corte d’Assise d’Appello di Lecce ha sempre risposto con un muro di gomma. Tutte le richieste sono state respinte, come quella del 12 novembre 2024, definita “manifestamente infondata”. Una decisione che, di fatto, ha ribadito la condanna all’ergastolo senza alcuna possibilità di nuova istanza, chiudendo ogni porta a un possibile ripensamento giudiziario.

Così, Giuseppe Di Bari continua la sua detenzione in un carcere di Milano, in un regime di ergastolo ostativo che, in Italia, significa restare in cella a tempo indeterminato, salvo rari casi. Nonostante il rigetto delle sue nuove prove da parte della Corte di Lecce, i suoi legali persistono nel ribadire la sua estraneità ai fatti, una battaglia senza fine contro un destino segnato.

Anche per Domenico Margiotta e Michele Zagaria, reclusi in istituti di massima sicurezza, la decisione della Corte di Lecce ha confermato definitivamente l’ergastolo. Nessuno dei due ha ceduto, nessuno ha mostrato segni di ritrattazione della propria linea difensiva. Continuano a dichiararsi estranei al delitto, sostenuti dalle loro famiglie e dagli avvocati che, ancora oggi, non smettono di voler mostrare la verità. Per loro il tempo si è fermato a quel 2004, intrappolati in un’accusa che, per quanto legalmente definita, continua a essere contestata con una forza disperata.

Contraddizioni e dubbi: le perizie sfidano la verità ufficiale

Anche se il verdetto giudiziario sembra aver chiuso il caso, gli interrogativi persistono sulla scena di quel delitto, alimentata da analisi e perizie indipendenti che sfidano la verità ufficiale. Una delle discordanze più clamorose riguarda le riprese delle telecamere di videosorveglianza della Banca Popolare di Andria. Queste immagini, catturate quella maledetta sera, avrebbero mostrato alcuni dei condannati nelle immediate vicinanze della banca alle ore 20:04. Dettaglio cruciale, un lasso di tempo e spazio che, secondo calcoli precisi, giustificherebbe la loro inequivocabile presenza ad Andria e non a Castel del Monte, nel momento in cui l’orrore si consumava.

L’orario del decesso di Graziella, stimato dagli inquirenti tra le 19:30 e le 20:15, si scontra frontalmente con queste evidenze. Tra Andria e Castel del Monte ci sono circa 15 chilometri, una distanza che, anche in auto, richiede un tempo di percorrenza stimato di almeno 35 minuti. A piedi, poi, il viaggio si protrarrebbe per oltre 90 minuti. Questi dati sono il frutto del meticoloso lavoro di Ettore Marras, un investigatore privato ed ex carabiniere, esperto in ricostruzioni logistiche complesse. Marras ha verificato personalmente ogni singolo aspetto. Ha cronometrato i tempi, ha incrociato percorsi e ipotetiche deviazioni, percorrendo il tragitto sia di giorno che di sera, a piedi e in auto. Le sue conclusioni, implacabili, mettono seriamente in discussione la possibilità che i condannati potessero trovarsi ad Andria alle 20:04 e, contemporaneamente, compiere l’atto efferato a Castel del Monte nell’arco temporale del decesso di Graziella. Una falla temporale clamorosa.

Ma questa non è l’unica crepa. Anche la dinamica della combustione del corpo di Graziella ha sollevato forti dubbi tra gli esperti. Il dottor Giancarlo Candiano, criminologo forense, ha evidenziato con chiarezza che le modalità della combustione non sono affatto compatibili con le dichiarazioni rese da Pasquale Tortora, che aveva dichiarato di aver coperto il corpo di Graziella con delle foglie e poi le aveva dato fuoco con un accendino.

A rafforzare questa tesi, il professor Massimo Benedetti, luminare nel campo degli incendi e della combustione, docente di Scienze Forensi e autore di numerosi studi sul comportamento del fuoco:

“È scientificamente impossibile che un corpo umano, incendiato con un accendino e foglie secche, prenda fuoco autonomamente o inneschi un incendio boschivo di 10.000 metri quadrati. Questo perché il corpo umano è composto per circa il 60% da acqua e non è intrinsecamente infiammabile. Per la combustione completa di un corpo è necessaria una fonte di calore intensa e continua, superiore ai 700-900 gradi Celsius, come quella di un forno crematorio. Un accendino e foglie secche sono del tutto insufficienti: possono causare solo bruciature superficiali, ma non carbonizzare un corpo o provocare un incendio di vaste proporzioni”.

La versione fornita da Pasquale Tortora era una menzogna fisica, oltre che giuridica.

Quando le perizie parlano, ma la giustizia non sente

La storia di Graziella Mansi resta un capitolo oscuro e profondamente inquietante della cronaca nera italiana. Se da un lato le sentenze hanno tentato di chiudere definitivamente il caso giudiziario, dall’altro le voci dei condannati, le discrepanze temporali e le inequivocabili analisi scientifiche continuano a voler dimostrare con insistenza che, forse, la verità è ancora avvolta nell’ombra.

Il caso di Graziella Mansi, pur nella sua singolare efferatezza, non è un’eccezione isolata. La giustizia italiana è costellata da altri fascicoli che, nonostante le condanne definitive, continuano a lasciare perplessità, interrogativi aperti e il retrogusto amaro di un mistero mai del tutto risolto. Un promemoria costante di come, a volte, la verità processuale possa non coincidere appieno con la verità dei fatti.

©Riproduzione riservata

sostienici!

Con il tuo sostegno possiamo realizzare nuove inchieste, approfondimenti, eventi e garantirti un canale di informazione libero e indipendente.

sostienici ora!

Con il tuo sostegno possiamo realizzare nuove inchieste, approfondimenti, eventi e garantirti un canale di informazione libero e indipendente.

Autore

Autore

  • Classe '74, laureata in Scienze e Tecniche Psicologiche, ho sempre nutrito un profondo interesse per le dinamiche oscure della mente umana. Mi occupo principalmente di cronaca nera, analizzando casi complessi con un approccio attento e approfondito. Appassionata di interviste immersive, collaboro con diverse testate online, dando voce alle storie che meritano di essere raccontate. Collaboro con organi di stampa, radio e tv per servizi e articoli di cronaca, inchieste, reportage e approfondimenti con uno stile narrativo in grado di coinvolgere.

condividi

tag dell’articolo

0 commenti

Invia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

0 commenti

Invia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *