Delitto di via Poma: il mistero della morte di Simonetta Cesaroni

Scritto da: Alessio Pizzichi

Il 7 agosto del 1990, in un appartamento del terzo piano dell’edificio di Via Poma 2 a Roma, si consumò un delitto ancora oggi irrisolto. Nel corso degli anni vi è stato un susseguirsi di piste investigative che però non hanno portato ad individuare il colpevole dell’omicidio dell’allora poco più che ventenne Simonetta Cesaroni.

Un’immagine d’archivio di Simonetta Cesaroni.

Roma, Agosto 1990.

Il periodo estivo è a regime da tempo e siamo nel mese in cui la Capitale si svuota. Le strade appaiono semi-deserte, molti cittadini sono andati a godersi le meritate ferie dopo un anno di lavoro. Un’estate particolare, quella delle “notti magiche” con i Mondiali di calcio giocati in casa e che si sono conclusi da circa un mese. L’amarezza per non aver visto trionfare la nazionale ha ormai lasciato spazio alla voglia di staccare per un po’ la spina dalla quotidianità.

Simonetta

Simonetta Cesaroni. 21 anni da compiere, abita in Via Serafini con i genitori e la sorella più grande. Capelli neri mossi, grandi occhi color nocciola che le donano uno sguardo intenso. Una ragazza socievole e determinata. Ha un gruppo di amici che frequenta regolarmente e un ragazzo di nome Raniero. La relazione va avanti da due anni tra alti e bassi piuttosto comuni per dei giovani della loro età. Lavora tre giorni alla settimana come segretaria alla Reli SAS, uno studio commerciale gestito da Ermanno Bizzocchi e Salvatore Volponi. Da quell’estate Simonetta ha anche un secondo impiego: il martedì e il giovedì si reca alla sede dell’AIAG (Associazione Italiana Alberghi della Gioventù), situata nella palazzina di Via Carlo Poma 2, dove si occupa di inserimento dati.

L’ultimo giorno di lavoro

Martedì 7 Agosto. Sono le 15:00 quando Simonetta esce di casa e si fa accompagnare dalla sorella fino alla fermata della metropolitana. Ha in programma di recarsi al complesso di Via Poma dove l’aspetta l’ultimo pomeriggio di lavoro prima delle ferie estive. Non la preoccupa il fatto che in ufficio sarà da sola, d’altronde la palazzina sembra piuttosto tranquilla e si tratta di un lavoro di poche ore. Arriva allo studio intorno alle 16:00 e inizia a inserire dati al computer come di consueto.

Alle 17:15 fa una telefonata a una collega per avere informazioni sulla corretta immissione di un codice. La collega non è a conoscenza della risposta ma si mette in contatto con la responsabile amministrativa e alle 17:30 richiama Simonetta fornendole quello che aveva richiesto. Un piccolo intoppo risolto in modo rapido. Per il resto tutto sembra scorrere regolarmente, la ragazza ha in programma di svolgere la sua mansione per un’altra ora prima di rientrare a casa.

La scoperta

Sono le 20:00 e la famiglia Cesaroni è in apprensione. Simonetta non è ancora rientrata. Solitamente è sempre puntuale e non è da lei non avvisare in caso di imprevisti. Passa un’altra ora senza ricevere nessuna notizia, così la sorella Paola decide di uscire per andare a cercarla, accompagnata dal fidanzato. I ragazzi non sono a conoscenza dell’indirizzo degli uffici AIAG e quindi si recano a casa di Volponi, uno dei datori di lavoro della RELI. Dopo una serie di giri e telefonate riescono a risalire all’ubicazione: Via Carlo Poma 2. Nel frattempo si è unito alle ricerche anche il figlio di Volponi.

I quattro si dirigono presso l’edificio e suonano all’appartamento del portiere dello stabile, Pietrino Vanacore. Si affaccia la moglie, Giuseppa, la quale dopo essersi consultata con il marito e aver preso le chiavi, accompagna il gruppo all’ingresso degli uffici dove lavora Simonetta. Il primo a entrare è Volponi e ai suoi occhi si apre una scena devastante: nella stanza in fondo a destra giace il corpo senza vita della ragazza, sdraiata supina sul pavimento e seminuda. Le macchie di sangue non lasciano spazio a dubbi: è stata uccisa.

Un’immagine d’archivio dell’edificio di via Poma, a Roma.

Un delitto feroce

La Polizia arriva sulla scena del crimine, in mezzo alla disperazione della sorella e dei famigliari che hanno appena appreso la notizia. I primi rilievi restituiscono tutta la brutalità del crimine: Simonetta è stata uccisa con 29 colpi di arma da taglio, sferrati con un oggetto bitagliente, affilato sulla punta ma non sui lati e che non verrà mai ufficialmente ritrovato. Si ipotizzerà che potesse trattarsi di un tagliacarte ma non ci sono tuttora certezze in proposito.

Gli agenti notano la poca presenza di sangue sul luogo nonostante l’efferata azione delittuosa, come se la zona fosse stata ripulita. Tra le tracce ematiche che vengono repertate ce ne sono alcune anche sulla porta e sul telefono.

La vittima riporta un’ecchimosi facciale che fa pensare sia stata colpita al volto prima di essere accoltellata. Indosso ha soltanto i calzini e il reggiseno, mentre il corpetto le è stato appoggiato sul ventre. Le scarpe si trovano in un angolo della stanza, stranamente in posizione ordinata. Il resto dei vestiti risulta mancante. Alla ragazza sono stati sottratti anche un bracciale, un anello, gli orecchini e un girocollo.

Un quadro straziante, una scena del crimine con una serie di elementi destabilizzanti. Da una parte l’atto omicida che sembra scaturito da un moto d’impeto, come se l’assassino avesse perso la testa agendo in preda a un impulso folle, colpendo prima la ragazza in faccia e poi iniziando ad accoltellarla. Dall’altra parte sono presenti una serie di altri elementi inspiegabili: il sangue che sembra essere stato pulito, il corpetto appoggiato sul cadavere, la sottrazione dei vestiti e dei gioielli. Azioni che hanno richiesto del tempo, con il rischio di essere scoperti. Questo fa supporre che il killer volesse mettere in scena una personale raffigurazione di morte e di conseguenza l’atto di soddisfare questa sua fantasia lo abbia spinto a prendersi questo azzardo. Oppure si potrebbe ipotizzare che sul posto fosse sopraggiunta successivamente una seconda persona con l’intento di nascondere delle tracce. Da questi elementi si delinea una situazione cupa, dai tratti indefinibili. Gli inquirenti dovranno cercare di far luce in mezzo a questa foschia.

La pinza per i capelli di Simonetta ritrovata sulla scena del crimine.

Le prime indagini e il portiere

Il primo a finire sotto i riflettori è il portiere, Pietrino Vanacore. È lui che solitamente ha il controllo della situazione su chi entra ed esce dal palazzo. L’uomo, 58 anni, dichiara di non aver visto niente di strano. Quel giorno c’era poco movimento nell’edificio e lui racconta i suoi spostamenti. Dalle dichiarazioni risultano alcune incongruenze sugli orari e tra gli investigatori nascono i primi sospetti. A una prima ispezione emerge anche che sui pantaloni che aveva indossato quel 7 agosto sono presenti delle macchie di sangue. A questo punto Vanacore viene arrestato.

Anche la moglie del portiere viene convocata in questura. Lei dice di aver effettivamente visto qualcosa nel pomeriggio dell’omicidio. Un uomo che usciva dal palazzo. Lo descrive come alto circa 1 metro e 80, sui 40 anni, leggermente claudicante. Secondo la sua testimonianza indossava un cappello a visiera e aveva in mano un fagotto.

Nel frattempo arrivano i risultati dalle analisi delle tracce ematiche repertate sui pantaloni del portiere. Il sangue appartiene allo stesso Vanacore, il quale soffriva di emorroidi e questa è con ogni probabilità la causa della presenza di quelle macchie. Il 30 agosto l’uomo viene rilasciato, su di lui non c’è nessuna prova e non bastano certo le suggestioni per portare avanti una tesi.

Vengono passate al vaglio altre linee d’indagine ma non si arriva a niente di concreto. Il tempo passa e la soluzione sembra sempre più inafferrabile. Difficile capire dove risieda la verità. Difficile capire anche se c’è qualcuno che sa qualcosa di più e non parla, magari per timore di finire inghiottito da questa vicenda. Fatto sta che il delitto di Via Poma resta sospeso nel limbo degli irrisolti, sempre piuttosto dibattuto ma allo stesso tempo senza novità che possano portare a una soluzione.

Foto di archivio di Pietro Vanacore, il portiere dello stabile di via Poma.

La vicenda si riapre: il processo Busco

Passano 17 anni prima che si possa scrivere un nuovo capitolo su questa storia. Siamo nel 2007 e le tecniche forensi hanno fatto passi avanti. Le indagini sono state riaperte e dagli esami sulle tracce genetiche presenti sul corpetto e sul reggiseno della vittima viene fuori una compatibilità con il DNA di Raniero Busco, il fidanzato dell’epoca.

Vengono riesaminate anche le foto dell’autopsia. La vittima aveva un’escoriazione in prossimità del capezzolo sinistro e i periti attestano anche in questo caso una compatibilità con l’arcata dentale di Busco. Raniero si trova così risucchiato nuovamente nella vicenda a distanza di tempo. Nel Novembre 2009 viene rinviato a giudizio.

Il processo ha inizio nel Febbraio 2010. Viene chiamato a testimoniare anche Pietrino Vanacore, ma pochi giorni prima di deporre, l’ex portiere si toglie la vita affogandosi nel golfo di Taranto, città dove risiedeva da tempo. Aveva lasciato anche dei biglietti d’addio: “20 anni perseguitati senza nessuna colpa” “20 anni di sofferenza e sospetti portano al suicidio”. Dopo quasi un anno di udienze arriva la sentenza di primo grado: Busco viene condannato a 24 anni di carcere.

Il giallo sembrerebbe avviarsi verso una conclusione a due decenni di distanza dai fatti, ma le cose vanno diversamente poiché l’Appello ribalta tutto assolvendo l’imputato, assoluzione che sarà confermata anche in Cassazione il 26 Febbraio 2014. Non è Raniero Busco l’assassino di Simonetta Cesaroni. Le tracce organiche rinvenute sui vestiti di Simonetta non sono così significative dato che i due ai tempi avevano una relazione. L’escoriazione sul seno invece non è un marchio riconducibile a un morso, visto che manca l’opponente.

Raniero Brusco, fidanzato di Simonetta Cesaroni all’epoca del delitto di via Poma.

Una soluzione che manca

Ancora oggi, dopo quasi 34 anni, il caso continua a restare irrisolto e a far discutere.  Viene da chiedersi come possa essere accaduto un delitto del genere all’interno della stanza di un palazzo regolarmente sorvegliato. Si affacciano alla mente due ipotesi: o siamo di fronte a un folle spregiudicato che ha avuto una buona dose di fortuna a entrare e uscire dalla struttura senza essere notato, oppure chi agisce in quel pomeriggio conosce bene per qualche motivo il comprensorio e sa come e dove muoversi. Naturalmente in mancanza di ulteriori elementi restano valide entrambe.

In mezzo alle circostanze inspiegate e ai molti nodi da sciogliere resiste la speranza di raggiungere la verità e dare giustizia a Simonetta, ragazza di 20 anni rimasta vittima di una crudeltà senza limiti. Ci auguriamo che questo possa accadere il prima possibile.

 

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  • Alessio Pizzichi

    Ricercatore di misteri e casi di cronaca irrisolti. Tutto inizia dopo che ha visitato di persona uno dei luoghi in cui ha agito il Mostro di Firenze. Da qui nasce un interesse che lo porta a esplorare le storie che hanno insanguinato il nostro paese, spingendolo all’approfondimento di molte vicende rimaste appese a un filo e talvolta dimenticate.

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