Estate 1983, Napoli. Due vicende solo in apparenza lontane si intrecciano: l’arresto di Enzo Tortora e il massacro di Ponticelli. Storie diverse per protagonisti e contesto, ma unite da un filo rosso fatto di errori giudiziari, pressioni criminali e verità piegate all’urgenza di trovare colpevoli. Quando questo meccanismo si innesca, nemmeno l’innocenza riesce a fermarlo…

Da sinistra, Giuseppe La Rocca, Ciro Imperante e Luigi Schiavo: i tre “mostri” del quartiere Ponticelli.
Luglio 1983, Ponticelli: quartiere periferico di Napoli. Un quartiere fra quelli popolari, difficili, in una regione e in una Napoli che pian piano cercavano di rialzarsi dal terremoto dell’Irpinia. C’è molto fermento culturale in quel periodo, con una serie di artisti che tentavano di dare voce ad una Napoli nuova, una Napoli lontana dall’immagine folkloristica che da sempre le era stata cucita addosso: Massimo Troisi con il suo cinema campione di incassi che ad oggi viene addirittura paragonato a quello di François Truffat, Pino Daniele con il suo “blues napoletano” e tutta una serie di artisti che hanno fatto storia. L’anno successivo sarebbe arrivato per la prima volta Maradona, che trascinerà negli anni successivi la SSC Napoli alla vittoria di due scudetti. Un periodo importantissimo per la città che sembrava finalmente avviarsi verso un’era di nuova luce. Non è così però per il quartiere Ponticelli dove, al contrario, incombeva il buio.
L’orrore e il degrado
Il 2 luglio al rione Incis (acronimo di “Istituto nazionale per le case degli impiegati statali”), due bambine, Barbara Sellini e Nunzia Munizzi di 7 e 10 anni, furono viste per l’ultima volta alle 19:30, dopodiché scomparvero nel nulla. Un’ora dopo partirono le ricerche da parte di amici, familiari e gran parte degli abitanti del rione che setacciarono le campagne circostanti. I loro corpi furono ritrovati il giorno seguente, il 3 luglio, nei pressi di una sopraelevata che copriva il torrente Pollena di Volla – una strada che ad oggi collega la zona ai paesi vesuviani, ma all’epoca ancora in costruzione e utilizzata come una sorta di discarica – da un gruppo di persone. I corpi delle due bambine erano stati ritrovati carbonizzati e riversi l’uno sull’altro fra le sterpaglie e la spazzatura.
In breve tempo giunsero sul posto le forze dell’ordine che riscontrarono, su ciò che restava dei corpi, alcuni segni di sevizie che le bambine parevano aver subito. La perizia medico-legale successiva effettuata dal professor Zarone confermò che le vittime erano state seviziate, dopodiché erano state colpite ripetutamente con un coltello a serramanico anche in zone non vitali. Segni che potevano far pensare ad una sorta di “accanimento sadico” dell’assassino nei confronti delle due bambine, sulla più grande delle quali furono trovate anche tracce di violenza carnale.
L’ombra dell’orco
Inizialmente le indagini si concentrarono su un pregiudicato, su cui tutti gli indizi sembravano convergere. A lui si arrivò grazie ad alcune testimonianze, la prima delle quali era di Silvana Sasso, nove anni, un’amica delle due bambine, la quale raccontò agli inquirenti che il giorno prima dell’omicidio era stata invitata da Barbara ad incontrarsi con un certo “Gino” «possessore di una Fiat 500 verde scura». A Silvana fu poi impedito da sua nonna, all’ultimo momento, di aggregarsi alle due amiche. Silvana Sasso descrisse tal Gino come una persona alta e robusta «con le lentiggini e biondo», aggiungendo che avevano dato a questa persona anche un soprannome: “Tarzan tutte lentiggini”, un particolare fondamentale. Pare che questa persona si intrattenesse spesso con le bambine, offrendo loro delle caramelle o un gelato.
Un’altra bambina, Antonella Mastrillo, sostenne di aver visto le due bambine nei pressi della pizzeria “La Siesta” allontanarsi con un uomo a bordo di una Fiat 500 blu con un fanalino rotto e la scritta “vendesi”. Il racconto fu confermato dalla testimonianza di un altro ragazzo che sostenne di aver visto una Fiat 500 che si allontanava a gran velocità dal quartiere in direzione Volla.
A quel punto, avendo un identikit ben preciso, la polizia setacciò il quartiere alla ricerca di tal Gino che si rivelò essere Corrado Enrico, una persona dalla corporatura robusta, e chiamata “Maciste” dalle persone del quartiere. L’uomo fu fermato dalle forze dell’ordine e, interrogato, affermò di non avere un vero e proprio lavoro stabile ma di arrangiarsi con la vendita saltuaria di oggetti sacri. Confermò di frequentare il rione Incis e di aver familiarizzato con i bambini del luogo e che il 2 luglio si trovava in quella zona per motivi di lavoro. Aggiunse di aver parcheggiato la sua Fiat 500 blu nei pressi della zona in cui Nunzia e Barbara furono viste per l’ultima volta e di aver appreso della loro scomparsa da una loro foto apparsa sui giornali (anche se in realtà non fu pubblicata alcuna foto dai quotidiani dell’epoca, nei giorni appena successivi l’omicidio). Fu anche accertato che l’uomo avesse disturbi relativi alla sfera sessuale. La moglie di Corrado Enrico smentì anche il suo alibi, non confermando l’orario di rientro a casa del marito.
Tutto sembrava andare convergere nella sua direzione, in quanto ogni particolare corrispondeva in tutto e per tutto alle testimonianze raccolte, ma alcuni errori delle forze dell’ordine – come il non aver arrestato subito l’uomo, dandogli così la possibilità di bruciare la sua auto – portarono, il 4 settembre 1983, all’arresto a sorpresa di tre ragazzi incensurati, tra i 18 e i 20 anni: Ciro Imperante, Giuseppe La Rocca e Luigi Schiavo. Si era arrivati a loro per via della testimonianza di un altro ragazzo: Carmine Mastrillo, fratello di Antonella Mastrillo.
Mostri o vittime?
Il processo tardò a partire e dopo tre anni, tra il carcere di Poggioreale e soggiorni obbligati, arrivò la condanna, confermata in Appello e Cassazione: ergastolo. Nel 2015 Ciro, Giuseppe e Luigi hanno finito di scontare la loro pena e da allora sono uomini liberi, dopo aver passato bene 27 anni di carcere. Ma da allora, come anche dal giorno del loro arresto, continuano a gran voce a professarsi innocenti. Negli ultimi anni il loro caso è tornato sotto i riflettori grazie alla trasmissione Le Iene: Giulio Golia e Francesca De Stefano hanno fatto un lavoro egregio, ritornando a parlare del caso dei “mostri di Ponticelli” mettendone in luce tutte le contraddizioni e le falle nelle indagini e dei processi. I due hanno anche scritto un libro dal titolo I mostri di Ponticelli: o vittime di un enorme errore giudiziario? edito da Piemme. Così come se ne è interessata Giuliana Covella con il suo libro Il mostro ha gli occhi azzurri. Il delitto di Ponticelli. Si è quindi poi interessato al caso anche Roberto Saviano, il quale ha dedicato una puntata sul suo canale YouTube per la rubrica Outsider, e sostenendo che il loro è stato un «processo completamente manipolato dalle organizzazioni criminali». E proprio Saviano e lo stesso Giulio Golia alle Iene hanno tracciato un interessante parallelismo tra questa vicenda ed un’altra molto più “famosa” della cronaca italiana: quella dell’arresto di Enzo Tortora, avvenuto pochi giorni prima del massacro di Ponticelli, e che ad oggi è considerata uno dei più clamorosi errori giudiziari della nostra storia recente.
Il caso della vergogna: Enzo Tortora
Il 17 giugno 1983 Enzo Tortora, uno dei volti più noti della televisione italiana, fu arrestato all’alba con l’accusa di traffico di droga e legami con la camorra. Accuse che si sono poi rivelate totalmente infondate, ma che causarono la rovina della carriera televisiva e della vita di Tortora, il quale morì un anno dopo la sentenza di assoluzione della Corte di Cassazione nel 1987. Il luogo in cui le due storie convergono è quello della Caserma Pastrengo di Napoli, dove i tre ragazzi arrestati per il massacro di Ponticelli furono prima interrogati e poi trattenuti.
Era quello un periodo particolare anche per la magistratura napoletana, particolarmente attiva – o almeno tentava di darlo a vedere – a causa dell’ondata di omicidi che avvenivano sul suolo campano con cadenza quasi giornaliera. Erano gli anni delle guerre di camorra: in primis fra la Nuova Camorra Organizzata (NCO) di Raffele Cutolo e la Nuova Famiglia nata per contrastare l’egemonia della prima. L’attivismo della magistratura dell’epoca, impegnata in numerosi arresti, fece dare loro l’appellativo de i “Maradona della Procura”, giusto per ribadire l’importanza di uno dei volti simbolo di quegli anni. Il Magistrato che si occupava delle indagini sulla NCO era lo stesso che si stava occupando del massacro di Ponticelli: Arcibaldo Miller. Enzo Tortora all’epoca dei fatti presentava Portobello: una delle trasmissioni di maggior successo nella storia della Rai.
Come si arrivò al suo arresto? Bisogna fare qualche passo indietro, al 1981 e parlare della vicenda di Ciro Cirillo, in quel momento Assessore ai lavori pubblici della Regione Campania e – soprattutto – Vicepresidente del “Comitato Tecnico per la ricostruzione” dopo il terremoto, il quale fu rapito dalle Brigate Rosse nel garage di casa sua. Fu rilasciato dopo 89 giorni di prigionia tramite la mediazione di Raffaele Cutolo, in quella che ad oggi è ancora una controversa vicenda, mai del tutto chiarita, riguardante la trattativa Stato-Camorra tra Democrazia Cristiana, Brigate Rosse, Servizi segreti. La contropartita richiesta fu l’ottenimento di trattamenti carcerari più favorevoli nei confronti dei pregiudicati per mafia.
Due anni dopo, il 17 giugno del 1983, ci fu un blitz delle forze dell’ordine, all’interno di una maxi inchiesta, che portò all’arresto di varie persone, tra cui Enzo Tortora, prelevato all’Hotel Plaza di Roma ove risiedeva, e fu tratto in arresto dai Carabinieri con l’accusa di traffico di stupefacenti e associazione di stampo camorristico. Il noto conduttore fu inizialmente condotto nel carcere di Regina Coeli e poi a Bergamo per un totale di sette mesi di custodia cautelare.
L’impianto accusatorio si basava su alcuni centrini inviati alla trasmissione Portobello da tal Giovanni Pandico, in quel momento in carcere, e fatti a mano dal suo compagno di cella. Tali centrini andarono perduti, suscitando così gli strali di Giovanni Pandico, che nell’ambiente era conosciuto con il soprannome di “O’ pazz” (il pazzo), a causa della sua schizofrenia.
La Rai risarcì Pandico, il quale inviò molto lettere facendo numerose richieste. Fu proprio per una motivazione legata alla vendetta nei confronti del conduttore televisivo, che “’O pazz” fece il suo nome. A lui si accodarono altri pentiti: Pasquale Barra detto “’O animale”, Mario Incarnato ed altri diciotto accusatori. L’unico elemento “oggettivo” era un’agendina trovata nell’abitazione di Giuseppe Puca detto “’O Giappone”, all’interno della quale figurava un nome scritto a penna che a prima vista appariva essere quello appunto di Tortora, con di fianco un numero di telefono. A quel punto, fu la volta di giornali e tv che presero a cavalcare l’onda colpevolista. L’unico a chiedersi se Enzo Tortora potesse essere colpevole fu Enzo Biagi.
Tortora e i ragazzi di Ponticelli
Enzo Tortora dopo sette mesi di carcere fu posto agli arresti domiciliari. In attesa della sentenza, accettò di candidarsi alle elezioni europee con il Partito Radicale. Il 17 giugno 1985, a un anno esatto dal suo arresto fu eletto europarlamentare, e da quel momento in poi fu molto attivo riguardo il tema degli errori giudiziari. Proprio durante una delle sue visite nelle carceri italiane ebbe modo di incontrare proprio Ciro, Giuseppe e Luigi che stavano scontando la loro pena. I tre riuscirono a parlare con Tortora, ed a lui raccontarono la loro vicenda. L’europarlamentare promise di dedicarvisi quando, il 17 settembre 1985, arrivò la condanna in primo grando per la quale Tortora fu condannato a 10 anni di reclusione.
Dopodiché, il 13 dicembre dello stesso anno, si dimise da europarlamentare rinunciando così all’immunità, e dal 29 dicembre fu di nuovo posto agli arresti domiciliari. Il 15 settembre 1986 Enzo Tortora fu assolto con formula piena dalla Corte d’Appello di Napoli. Secondo le parole di Stefano Nazzi – giornalista italiano celebre per il suo podcast Indagini – intervistato proprio dalle Iene, la vicenda Tortora: «non fu un errore. Fu un crimine».
Ma torniamo alla Caserma Pastrengo cui si è accennato prima. Fu in quel posto che i tre ragazzi furono convocati, posti in stato di fermo per cinque giorni interi senza avvocato (cosa prevista dall’art. 384 dell’allora vigente Codice Rocco), e – a loro detta – malmenati dalle forze dell’ordine. In un primo momento perché si tentava di farsi dire il nome del proprietario della Fiat 500. Ad un certo punto, il già citato Salvatore Mastrillo sostenne che i tre gli avevano confessato di aver commesso l’omicidio. A confondere le acque vi era anche la coincidenza che Giuseppe La Rocca all’epoca era proprietario di una 500, però bianca, e non blu come quella che le forze dell’ordine stavano cercando. Il problema nacque quando anche il fratello di Giuseppe, Salvatore La Rocca confessò i presunti omicidi del fratello e dei suoi due amici. Vi è da dire che Salvatore è sempre stato una persona estremamente fragile psicologicamente ed ai microfoni delle Iene ha sostenuto che la confessione gli sia stata estorta a mezzo di percosse.
Al di là di tutto, sulla base della ricostruzione fornita da Mastrillo non tornavano le tempistiche. Inoltre, numerose sono state le testimonianze, raccolte negli anni, di testimoni che avevano ubicato la presenza degli imputati in altri posti durante l’omicidio, ma che – pare – siano state costrette a ritrattare, spesso con la forza, le loro testimonianze. Il risultato fu che Ciro Imperante fu identificato nel famoso “Tarzan senza lentiggini”, e i tre, da quel momento in poi, saranno purtroppo conosciuti con l’infamante appellativo de “I mostri di Ponticelli”. Durante tutta la loro permanenza in carcere i tre ragazzi – oramai uomini – hanno spesso fatto richiesta per una revisione del processo, che però non gli è mai stata concessa.
Un’ipotesi terribile
Come detto del caso si è interessato ultimamente Saviano, la cui ipotesi è la seguente: in quel momento, nel 1983, l’ex-boss di Ponticelli, Mario Incarnato – ex affiliato alla NCO di Cutolo che aveva avuto un ruolo di “vertice” nell’organizzazione – era diventato un “pentito di mafia” e si trovava alla Caserma Pastrengo. Lo stesso Mario Incarnato che figurava fra gli accusatori di Enzo Tortora. Questi temeva di essere travolto dalla vicenda perché uno dei sospettati – e secondo molti il vero colpevole della vicenda – su cui però non si indagò, Corrado Enrico, era legato all’ex-boss da un vincolo di parentela. Il pericolo era che una eventuale condanna nei confronti di questa persona avrebbe potuto gettare l’onta sulla famiglia dello stesso Incarnato, ed anche su tutta l’organizzazione camorristica. Da qui l’urgenza di chiudere subito il caso e trovare, non il colpevole, ma dei colpevoli per mettere tutto a tacere quanto prima.
Tutto ciò avvenne appunto alla caserma Pastrengo, ove in quel momento Mario Incarnato si trovava. Come scrive lo stesso Saviano: «Una procura, quella di Napoli del tempo, che da poche settimane aveva arrestato Enzo Tortora, in balia di magistrati affamati di carriera e ubriachi di fama; una caserma dei carabinieri, la Pastrengo di Napoli, in cui non era ben chiaro che ruolo giocassero i pentiti di camorra, liberi di circolare, intimidire, dettare legge in un luogo che mai avrebbe dovuto essergli accessibile […] secondo quanto emergerebbe da uno studio attento degli atti processuali, sarebbe stato proprio l’ex boss di Ponticelli, il pentito Mario Incarnato, “di casa” alla Pastrengo, dove venivano svolti gli interrogatori, a indirizzare l’accusa verso i tre ragazzi». Pare, quindi, che fu la Camorra a far sì che Carmine Mastrillo facesse i nomi dei tre ragazzi, portandoli così all’arresto. Ma la stessa camorra che aveva dato i loro nomi alla Procura, li ha poi “protetti” in carcere. Secondo i codici non scritti delle case circondariali, solitamente chi si è macchiato di un omicidio nei confronti di minori, viene poi “punito” e spesso ucciso dagli altri detenuti. Non è stato così per i “mostri di Ponticelli” che durante tutta la loro permanenza in carcere non sono mai stati toccati.
Ma qual era il motivo di tutto ciò? Perché la camorra avrebbe dovuto proteggerli? La risposta è che tutta l’opinione pubblica del posto era a conoscenza dell’innocenza dei tre ragazzi. Così facendo la camorra creò un corto-circuito che portò la gente a pensare che i tre fossero stati – ingiustamente – messi in galera dallo stato, ma “protetti” dalla camorra (l’anti-stato).
Il bisogno di colpevoli
In conclusione, quella di Enzo Tortora e dei mostri di Ponticelli sono due vicende diverse in tutto: contesto sociale, protagonisti, dinamiche, ambienti. Eppure, con una linea che le unisce. Una linea che attraversa l’intero Paese e che racconta un’Italia in cui il bisogno di colpevoli ha spesso superato quello della verità: in entrambi i casi lo Stato, la magistratura e l’opinione pubblica hanno costruito un colpevole prima ancora di cercare la verità. Le assoluzioni finali non cancellano ciò che è accaduto. Non restituiscono anni perduti, reputazioni devastate, famiglie spezzate. Ricordano solo che l’errore giudiziario non ha una forma unica: può assumere il volto di tre ragazzi senza voce o quello di un uomo che parlava davanti a milioni di spettatori. E mostrano, ancora una volta, che nella storia recente italiana il bisogno collettivo di trovare un colpevole è stato spesso più forte del bisogno di capire cosa sia davvero successo.





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