Nel marzo 2005, l’agente dei servizi segreti italiani Nicola Calipari rimase ucciso in circostanze drammatiche mentre scortava la giornalista Giuliana Sgrena, appena liberata da un rapimento in Iraq. Durante il trasferimento verso l’aeroporto di Baghdad, l’auto su cui viaggiavano fu colpita dal fuoco di una pattuglia statunitense. Calipari perse la vita proteggendo Sgrena con il proprio corpo. L’episodio scatenò tensioni diplomatiche tra Italia e Stati Uniti, sollevando interrogativi sulla gestione della sicurezza e sull’esatta dinamica dei fatti.

Nicola Calipari impersonato dall’attore Claudio Santamaria nel film “Il nibbio”.
Tra qualche giorno uscirà nelle sale, il film dedicato alla vicenda del sequestro della giornalista Giuliana Sgrena e del suo epilogo culminato, ad un passo dal pieno successo, con la morte del dott. Nicola Calipari, nel film descritto come Direttore della Divisione Ricerca dell’allora SISMI, anche se potrebbe aver ricoperto il ruolo di Capo Reparto “Operazioni Estere”, di fatto un incarico superiore per livello a quello di Direttore di Divisione.
Con gli amici di DarkSide – Storia Segreta d’Italia, abbiamo pensato di provare a tornare su quanto accaduto e a raccontare, per quello che ci è dato sapere, come funzioni in circostanze simili “la macchina” dell’Intelligence e cosa si cerchi di fare per arrivare alla liberazione di un ostaggio in territorio non permissivo, ovvero ostile tanto quanto lo era Baghdad in quegli anni.
Chi scrive vuole premettere che quanto seguirà è frutto di più di tre decadi passate ad operare in quelle che appunto, vengono definite aree non permissive, di amicizie nate pur facendo lavori molto diversi, con operativi funzionari e dirigenti dei nostri Servizi di Intelligence, di chiacchierate, di caffè bevuti e pasti consumati a Baghdad, a Mogadiscio, a Tripoli, a Bengasi, a Bassora o a Roma. Nel cercare di raccontare come certe cose si sviluppino, troverete solo ed unicamente mie considerazioni e nel descrivere quello che cercherà di essere uno scenario attendibile, non avrò potuto fare affidamento sull’appoggio che i nostri Servizi, come è giusto e normale che accada trattandosi della storia di un loro dirigente caduto sul campo e decorato medaglia d’Oro, hanno fornito ai produttori e agli sceneggiatori del film.

Un fotogramma del video in cui Giuliana Sgrena che supplica il marito e gli italiani di fare pressioni sul governo affinché Berlusconi ritiri le truppe. Il video fu diffuso dai rapitori il 12 febbraio 2005 sul canale Al-Arabiya.
Ma veniamo ai fatti. Giuliana Sgrena viene rapita in pieno giorno il 4 febbraio 2005 a Baghdad. La città è ormai al centro, da almeno un anno, di episodi di barbara violenza esercitata da gruppi sunniti che fanno riferimento in larga parte ad un terrorista che si chiama Abu Mus’ab al Zarqawi. Si tratta di colui il quale ha compreso l’importanza strategica della comunicazione attraverso internet, finalizzata alla diffusione del terrore e al reclutamento di giovani leve da instradare sul percorso del terrorismo jihadista. Uccidere non gli basta. Vuole spettacolarizzare l’assassinio, rendendolo quanto più terrificante possibile, ma soprattutto, vuole che l’occidente veda e capisca che non è interessato al riscatto, che pure in diversi casi percepisce, ma piuttosto ad innalzare la posta fino alla richiesta di ritiro del contingente occidentale che occupa il sacro suolo dell’Iraq. Quella mattina, la notizia arriva dal Centro della nostra Intelligence nella capitale irakena a Forte Braschi, sede centrale del SISMI, con la velocità di un fulmine ed è la notizia che nessuno avrebbe mai voluto ricevere.
Zona calda
Il Centro della nostra intelligence a Baghdad è, in quel momento storico, probabilmente il meglio strutturato e il più performante che i nostri Servizi abbiano al mondo. Si è appena spenta l’eco del sequestro e della liberazione delle due Simone (Simona Pari e Simona Torretta), chiusosi solo quattro mesi prima e non è passato neppure un anno da quello dei security contractor italiani, che ha visto morire il povero Fabrizio Quattrocchi, mentre la città è in preda ad un delirio di rapimenti operati ai danni di giornalisti e collaboratori di ONG occidentali. Sul terreno si muovono e lavorano quotidianamente anche numerosissimi operatori dell’informazione che preparano servizi per le loro testate e che vivono incontrando persone da intervistare e con le quali realizzare video inchieste muovendosi con una qual certa cautela, ma quasi mai con un concreto e performante approccio alla protezione che in determinate aree e in quei contesti sarebbe auspicabile avessero. Il sottoscritto sa bene di cosa parla, avendo vissuto Baghdad ed avendo svolto, fra le altre cose, una attività di assesment dedicata alla valutazione del rischio nel quale operavano gli inviati della Rai, poco meno di un anno prima.
Sia come sia, la notizia arriva dalla nostra ambasciata fino al tavolo del Capo Reparto Operazioni Estere del Servizio, che la trasmette immediatamente per la via breve fino ai vertici della sua scala gerarchica. Varrà la pena ricordare che il direttore del Servizio Informazioni per la Sicurezza Militare era allora il Generale della Guardia di Finanza Nicolò Pollari, nominato dal Presidente del Consiglio in carica Silvio Berlusconi e che il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, ovvero l’autorità che tratta la materia dell’intelligence in nome e per conto del PdC era il dott. Gianni Letta.
Questo è lo scenario nel quale la mattina del 4 febbraio, la routine viene squarciata dalla notizia del sequestro ed è immaginabile che al SISMI venga immediatamente attivata una Unità che per semplicità chiameremo “Gruppo di gestione Crisi”, ovvero un gruppo di lavoro il cui scopo è quello di elaborare le risposte più idonee e di risolvere nel modo più rapido ed indolore possibile il problema del sequestro, evitando che possa trasformarsi in una sciagura.
Fanno verosimilmente parte di questo gruppo ristretto, principalmente due figure. Il Capo Reparto direttamente interessato ovvero il dott. Calipari che dirige e coordina l’operato di più Divisioni, compresa quella direttamente coinvolta nella gestione del sequestro ovvero Ricerche; il dirigente che dovrà occuparsi di elaborare e condividere la strategia tesa alla soluzione del caso, e il Capo Centro della sede di Baghdad. Si può immaginare chi il riporto diretto sia il Direttore del Servizio o il Vice Direttore con delega alla “Operazioni”.

Il funzionario del Sismi Nicola Calipari.
Poliziotto e agente segreto di razza
Il leader è e resta comunque il dott. Nicola Calipari, un brillante poliziotto che opera nel Servizio già da qualche anno e che coordinerà gli uomini che a Baghdad dovranno occuparsi di raccogliere le informazioni, di dialogare con le fonti, di individuare canali di interlocuzione, di fare pressioni alternandole a minacce e promesse, di individuare un percorso idoneo alla soluzione del caso in una città che è piena di trappole ed insidie. I nostri uomini, il nostro personale sta già operando da anni in quello scenario ed è inimmaginabile che la struttura venga messa in piedi solo successivamente rispetto all’accadimento di un fatto gravissimo come lo è il sequestro di un nostro connazionale in un paese a rischio. Il dott. Calipari, il Capo Centro a Baghdad, gli operatori del Sismi, erano già attivi in quel territorio da quando in Iraq era scoppiata la guerra, avevano già affrontato e risolto il rapimento di nostri connazionali e sono certo che avessero già sviluppato e perfezionato con la pratica quotidiana, i piani di emergenza e di contingenza necessari ad affrontare una crisi di quella portata.
Dobbiamo provare ad immaginare la frenesia che caratterizza le prime ore ed i giorni immediatamente successivi, nei quali l’ordine perentorio è quello di andare e cercare notizie anche sotto i sassi, incontrando le fonti e quanti più soggetti utili sia possibile, raccogliendo il massimo delle informazioni sia da canali consolidati, quali ad esempio possono essere i soggetti già fidelizzati come capi religiosi, ex militari od operatori dell’intelligence irakena, ma anche i capi e gli operativi dei numerosi clan che popolano la capitale, come anche gli esponenti del mondo delle ONG che vivono tutti i giorni nel tessuto sociale cittadino. Con questi e con molti altri soggetti analoghi, il confronto, il dialogo e l’interlocuzione non si spengono mai e non sono mai cessati, ma è evidente come di fronte ad una emergenza simile, sia necessario andare fuori e incontrarli, chiedere, dialogare, incalzarli per ottenere le informazioni necessarie. Possiamo ipotizzare che da Roma, con voli della CAI, la compagnia aerea della presidenza del Consiglio dei Ministri, siano nel frattempo arrivati a dare manforte altri appartenenti al Servizio, con lo scopo di rendere quanto più efficiente sia possibile fare, il dispositivo che dovrà occuparsi di risolvere il problema. E teniamo bene a mente il fatto che con alcuni di questi soggetti deve esporsi direttamente il dott. Calipari che dovrà incontrarli, assumersi degli impegni e stringere loro la mano.
Una partita a scacchi
Bisognerà poi affrontare un altro tema che è quello che attiene al supporto che si vuole chiedere agli alleati che, con le loro rispettive strutture e con i loro assetti, hanno come noi fonti, amici e contatti, ma che non è dato sapere, pur in una situazione così grave, quanto vogliano condividere con noi quello che già sanno o che verranno a sapere. Quello delle relazioni con gli apparati di intelligence di altre nazioni, dei favori che si chiedono e dei debiti che si accendono di conseguenza, è un tema da sempre controverso e spinoso, quindi è possibile immaginare che i vertici dei nostri Servizi, vorranno privilegiare l’utilizzo di fonti e strumenti che hanno già “in casa” con i quali cioè sono già in contatto diretto.
Un terzo aspetto, delicatissimo invero, riguarda la gestione delle continue richieste economiche e di altra natura, che vengono avanzate quando si va a parlare con interlocutori che sono consapevoli dello stato di necessità e dell’urgenza in cui si trovano i latori delle istanze e che cercheranno quindi di trarne il massimo dei vantaggi economici possibili. Decidere a chi dare credito, chi assecondare, chi blandire, a chi opporre un netto rifiuto, a chi dare una possibilità e su chi investire, anche in solido, rappresenta una delle problematiche maggiori. Come ho già avuto modo di dire parlando di intelligence e di humint, quella che si gioca è solo una partita a scacchi nella quale bisogna stare almeno tre o quattro mosse davanti agli avversari, ma anche una partita a biliardo, in cui a volte per mandare in buca la palla con la quale si vuole fare il punto, è necessario colpirne un’altra, apparentemente insignificante, per generare una sorta di reazione a catena.
Il Riscatto, la liberazione

Il momento in cui Giuliana Sgrena rientra in Italia.
E a proposito di pagamento di riscatti, vorrei dire una cosa che forse i più non sanno. I riscatti, che al di là delle dichiarazioni di facciata, pagano tutti, non vengono mai o quasi saldati in una unica soluzione in un unico luogo fisico, ma in soluzioni differenti contemporaneamente.
Ma tornando al dott. Calipari e a quei giorni convulsi, la strategia adottata sarà quella che lui riterrà essere la migliore, ma andrà difesa e dovrà necessariamente condividerne i passaggi salienti con i suoi superiori nella scala gerarchica. A questo proposito però, varrà la pena sottolinearlo, ci addentriamo in un mondo che possiamo immaginare come estremamente complesso, nel quale, al di là dell’Interesse Nazionale, della Fedeltà alla Bandiera e dell’ottenimento del risultato finale, contano anche e possono spostare, le rivalità di scrivania, il prestigio, l’anzianità di servizio e l’appartenenza, come in qualsivoglia altro ambiente di lavoro, a correnti e a cordate che certamente esistono anche in quella struttura.
Alla liberazione si arriva in meno di un mese e si tratta di un risultato eccezionale, che dimostra, qualora ce ne fosse ancora bisogno, le capacità, la professionalità, la risolutezza e l’audacia della nostra Intelligence, ma il prezzo da pagare, altissimo, ci viene presentato a pochi metri dall’ingresso dell’aeroporto di Baghdad, quando la macchina sulla quale viaggiavano il dott. Calipari, la Sgrena ed il Capo Centro, viene ingaggiata dai colpi sparati contro di essa, da un soldato americano appartenente ad un dispositivo di check point posto a controllo dell’area aeroportuale, che avrebbe aperto il fuoco perché, stando alle relazioni redatte e alla inchiesta svolta dagli Stati Uniti, l’autovettura non avrebbe rispettato l’alt più volte intimato dai militari statunitensi. Temendo quindi che potesse trattarsi di un’auto condotta da un kamikaze, pronto a farsi saltare in aria lanciandosi contro un obiettivo americano, ci sarebbe stata l’azione a fuoco che ha portato alla morte del dirigente dei Servizi.
Va anche ricordato che, sempre in sede di indagine, ad un certo punto della vicenda furono diffuse informazioni che riportavano di una telefonata fatta dai terroristi alla struttura alleata, nella quale si indicava una minaccia di questo tipo, indicando il modello di macchina e la targa, come quella collegata ad un gruppo terroristico che voleva attaccare quella notte l’aeroporto.
Fuoco amico

Il feretro di Nicola Calipari durante i funerali di Stato.
Invero, sarà il caso di specificare due aspetti. Il primo riguarda il fatto che da almeno quasi due anni, gli “insorgenti” come venivano allora definiti i terroristi che attaccavano con ogni mezzo i militari della alleanza occidentale in Iraq, avevano adottato tecniche di quel genere e che l’utilizzo di autovetture e camion bomba, era qualcosa di terribilmente frequente. Io stesso nel marzo dell’anno precedente assistetti all’uscita dell’aeroporto, in pieno giorno, all’esplosione di un camion cisterna, che avevo visto sfilare mentre stavamo allontanandoci dall’area aeroportuale, mezzo che ci aveva preceduto infilandosi nel traffico con una decina di minuti di vantaggio. Solo il caso volle che io ed il mio autista non finimmo coinvolti, ma l’esplosione che sentimmo fu davvero spaventosa.
Il secondo aspetto riguarda una domanda che noi addetti ai lavori e non solo, ci facemmo tutti, ovvero per quale motivo il dott. Calipari non chiese al dispositivo militare dei Carabinieri Paracadutisti del Tuscania che facevano servizio in ambasciata, di essere preceduto e scortato da un assetto anche minimo, fino in aeroporto una volta preso in consegna l’ostaggio? Ci fu chi a quell’epoca provò a spiegare questo aspetto, addirittura adducendo la fretta che lo stesso Calipari potesse avere di rientrare in Italia in un orario che consentisse di poter trasmettere l’arrivo a Ciampino del Falcon della CAI, ma riterrei che si possa trattare solo di illazioni, di pessimo gusto aggiungerei, che per altro offendono la memoria e l’onorabilità di una Medaglia d’Oro al Valore. Il motivo per il quale decise di correre in aeroporto senza ulteriori cautele lo conosce soltanto lui e, purtroppo, non può spiegarcelo.
Un’inchiesta mai risolta
Vi sono state inchieste sia dell’amministrazione USA che nostre. Il soldato americano è stato giudicato non perseguibile per “carenza di giurisdizione” da un tribunale italiano e in patria, non ha subito processi. Un epilogo amaro per una vicenda davvero drammatica.
Vi è una coda, in relazione ai fatti raccontati e all’arrivo della giornalista a Ciampino. Il dott. Marco Mancini anch’esso dirigente del Sevizio Informazioni Militare in servizio, viene infatti immortalato in un famosissimo scatto, mentre aiuta la Sgrena a uscire dal Falcon. Lo stesso Mancini, ha sempre definito quella fotografia come “un agguato” teso contro la sua persona ed il suo ruolo. Possiamo immaginare che si riferisse al fatto che operando come dirigente dei Servizi di Intelligence Militare e trovandosi spesso “sul terreno” il suo volto non dovesse in nessun modo essere reso pubblico ma sarebbe interessante comprendere, a cosi tanti anni di distanza, se vi fosse dell’altro dietro a questa affermazione.




Interessantissima analisi che permette di capire meglio una vicenda così importante per la nostra storia