Il delitto di Tommaso Onofri è uno dei casi di cronaca che ha segnato maggiormente la memoria collettiva degli ultimi anni, con l’intera nazione che ha seguito con ansia e angoscia le vicende legate a questo tragico evento. Una scomparsa che si è trasformata in qualcosa di terribile: una giovanissima vita spezzata. Dopo indagini, processi e condanne, è recente notizia la scarcerazione di uno dei condannati a seguito del termine della pena. Abbiamo deciso di ripercorrere tutti i passaggi di questa storia agghiacciante che, a distanza di quasi due decenni resta impossibile da dimenticare…

L’immagine di Tommaso Onofri.
La Famiglia Onofri
2006, Casalbaroncolo, piccola e tranquilla frazione del comune di Parma. Tra i pochi abitanti di questa pacifica zona c’è la famiglia Onofri. Il nucleo familiare è composto da Paolo Onofri, la moglie Paola Pellinghelli, entrambi impiegati alle Poste, e i due figli, Sebastiano di 8 anni, Tommaso di 17 mesi.
Si sono trasferiti lì da qualche mese, facendo ristrutturare un casolare situato al civico 27; uno sforzo economico per i coniugi che avevano deciso di crearsi il loro “nido” nel mezzo di questa oasi rurale. Nessuno poteva sapere che il sogno si sarebbe trasformato in un incubo. Un incubo dalle tinte talmente oscure da marchiare le pagine di cronaca di tutti i giornali.
Il Rapimento
2 Marzo. Sono le 19:45 quando in casa Onofri salta il contatore della luce. Paolo esce per andare a controllare trovandosi davanti a due sagome indistinte e inquietanti. Due soggetti, uno con il volto coperto da un casco e uno con il passamontagna, armati di coltello e pistola. Sotto minaccia, si fanno aprire la porta. Soltanto uno dei due parla, apparendo in stato di collera e agitazione, mentre l’altro resta in silenzio. Annuncia una rapina, chiede soldi e quindi Paola, la moglie, consegna loro il portafogli. Gli sconosciuti procedono poi a immobilizzare le persone presenti nella casa, legandoli con del nastro adesivo. Restano nella casa per qualche minuto e poi si allontanano di corsa.
Passano altri minuti, i coniugi e il figlio più grande riescono a liberarsi dal nastro che li teneva legati, è proprio in questo momento che si accorgono di una circostanza asfissiante: Il piccolo Tommaso non è più in casa. Gli intrusi lo hanno portato via. Vengono immediatamente chiamate le autorità, le quali arrivano in breve tempo sul posto. Oltre ai 150 euro che Paola Pellinghelli aveva dato ai sequestratori, non c’era altro valore sottratto dall’abitazione.
L’Inizio delle Indagini
Il caso attira immediatamente l’attenzione dei media italiani. I genitori lanciano un appello pubblico ai rapitori, dichiarandosi pronti a trattare per riportare il loro bambino a casa, evidenziando l’urgenza della sua condizione: affetto da epilessia. Tommaso aveva bisogno del Tegretol due volte al giorno e nei giorni precedenti al rapimento aveva sofferto di febbre, con necessità di Tachipirina. Dai racconti della famiglia Onofri appare evidente una cosa: i sequestratori sapevano come muoversi nella casa, probabile quindi che almeno uno dei due ci fosse già entrato in passato. Per questo motivo gli inquirenti iniziano a interrogare i muratori che avevano lavorato alla ristrutturazione della proprietà di Casalbaroncolo.
Nuove Rivelazioni
A introdurre nuovi elementi di interesse investigativo sono anche le intercettazioni telefoniche alle utenze del capomastro di cantiere che aveva diretto i lavori. In particolare una conversazione tra lui e Paolo Onofri. Frasi come «loro sanno qualcosa di me» e «io non ho detto niente» attirano l’attenzione degli inquirenti. Altri dettagli emergono da una telefonata tra il capocantiere e Mario Alessi, un muratore di 44 anni che aveva partecipato alla ristrutturazione, dove veniva menzionata una perquisizione subita in casa da parte della Polizia.
Il capomastro, convocato dagli inquirenti, parlò di Alessi, affermando che questi lo aveva coinvolto in una complessa operazione di riciclaggio di denaro. Il presunto guadagno, pari a 70 milioni di dollari, proveniva da un’illecita vendita di petrolio. Entrambi i protagonisti sembravano aver avuto l’intenzione di proporre a Paolo Onofri di entrare nel “sistema”, promettendogli l’azzeramento dell’importo dovuto per i lavori di ristrutturazione. I mandanti sarebbero stati una “banda di slavi”. Sia Paolo Onofri che Mario Alessi, interrogati sulla questione, smentirono questa narrazione.
Il 10 marzo, durante un’ispezione in un magazzino di proprietà di Paolo Onofri, venne trovato un computer contenente file pedopornografici, scaricati dopo la scomparsa di Tommaso. Ulteriori accertamenti esclusero qualsiasi correlazione tra la presenza di questo materiale e un ipotetico coinvolgimento del padre nella sparizione del figlio.
La Svolta
L’attenzione degli inquirenti si sposta quindi su Mario Alessi, già noto alle forze dell’ordine per un precedente penale riguardante un caso di violenza sessuale: un reato commesso con un complice nel 2000 e costato al muratore la condanna a sei anni di carcere in Appello, un processo che non si era ancora concluso. Alessi tenta di fornire un alibi, sostenendo di essere stato in compagnia di un collega muratore e poi in un bar nella sera del rapimento, ma le sue dichiarazioni non trovano conferma. Per di più Paola Pellinghelli dichiara di aver riconosciuto la sua camminata come simile a quella di uno dei rapitori.
Mentre si intensificano le indagini, i risultati ottenuti dal RIS di Parma rivelano la paternità di un’impronta digitale presente sul nastro adesivo utilizzato per immobilizzare i familiari: la traccia appartiene a Salvatore Raimondi, ex pugile di 27 anni con precedenti penali, che attualmente svolge lavori saltuari. Scoprono così che aveva instaurato contatti telefonici con Alessi nei giorni del sequestro. Il cerchio sembra chiudersi.
Le Confessioni
Il primo aprile, Mario Alessi, Salvatore Raimondi e Antonella Conserva, moglie di Alessi, vengono arrestati. Dopo ore di intenso interrogatorio, Raimondi è il primo a cedere, dichiarando che Tommaso Onofri era morto. Una dichiarazione che getta un’ondata di sconforto e disperazione.
La serata del 2 aprile si trasforma così in una drammatica operazione di recupero: Mario Alessi guida gli investigatori e i vigili del fuoco a San Prospero Parmense, lungo le sponde del torrente Enza, dove, sepolto sotto centimetri di fango, il corpo del piccolo Tommaso viene ritrovato. La successiva autopsia rivela che la morte era avvenuta la notte stessa del rapimento. Sul corpo vengono individuati segni di strangolamento e di ripetuti colpi alla testa, inflitti con un oggetto contundente. Alessi confessa di aver organizzato il sequestro con l’intento di chiedere un riscatto sostanzioso, convinto che la famiglia Onofri, in virtù della loro professione in Poste, potesse attingere ad alte somme di denaro. Ma durante l’operazione le cose erano sfuggite di mano: appena venti minuti dopo il rapimento, i due uomini, in mezzo al buio e alla vegetazione e inseguiti dalla Polizia, non sapevano come affrontare la situazione e gestire l’ostaggio. Secondo il racconto il bambino “piangeva e dava fastidio” e, scrivono le motivazioni della sentenza, decisero di “liberarsene” esplodendo in una violenza cieca e assassina.
“Entrambi i sequestratori, spaventati, convinti di non avere possibilità di scampo qualora avessero tenuto con loro l’ostaggio, repentinamente, senza dare spazio al controllo, alla logica e soprattutto ad un senso di umana pietà, persero la testa ed uccisero il povero bambino, divenuto un ingombro pericoloso ed incomodo, soffocandolo e percuotendolo con uno strumento non identificato”.
Le indagini svelano anche il ruolo di Antonella Conserva nell’operazione: doveva infatti attendere i rapitori in un luogo prestabilito, pronta a fuggire verso un vicino edificio abbandonato.
Le Sentenze
Il processo inizia nel marzo 2007 e porta a una serie di condanne: Mario Alessi all’ergastolo, Antonella Conserva a ventiquattro anni e Salvatore Raimondi, per cui si tenne il rito abbreviato, a venti anni. Le sentenze vengono confermate nei successivi gradi di giudizio, diventando definitive. Ma il dolore della famiglia Onofri non si ferma qui. Paolo, il padre del bambino, soffrì gravemente di problemi cardiaci e nel 2008 un infarto lo condusse al coma. Trascorse sei anni in un letto d’ospedale, in bilico tra la vita e la morte, prima di spirare il 15 gennaio 2014.
Il 30 agosto 2025 Salvatore Raimondi ha finito di scontare la sua pena ed è stato liberato.
Sono passati 19 anni, il volto di Tommaso, con i suoi riccioli e i suoi grandi occhi espressivi, resta scolpito nella memoria di tutte quelle persone che hanno seguito la vicenda, vivendo in parte quei passaggi che hanno portato alla tragica scoperta. Un’impronta registrata in ogni singolo fotogramma che ha caratterizzato questa triste storia. Nel ricordo di un sorriso estinto troppo presto, il suo nome risuona nelle nostre memorie, come un’eco di vita che continua a sussurrare.




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