Il sequestro lampo di Vittoria: ritorno ai fantasmi siciliani

Scritto da: Federico Carbone
1 Ottobre 2025

Il 25 settembre 2025, a Vittoria, quattro uomini incappucciati rapiscono in pieno centro un ragazzo di 17 anni, figlio di un imprenditore ortofrutticolo: lo chiamano per cognome, gli strappano il cellulare e spariscono su una Panda nera. Dopo 24 ore ricompare illeso, senza riscatto né violenza. “Non c’è stata estorsione”, afferma il procuratore, ma restano tre piste: mafia albanese, il boss latitante Stracquadaini e debiti di spaccio. Vittoria, che ricordava i sequestri come storia passata, riscopre l’antico terrore: un sequestro perfetto che si annulla lasciando un’unica domanda, perché?

Il rapimento ripreso dalle telecamere di sorveglianza della zona.

Vittoria, 25 settembre 2025. Ore 21:30. Una piazzetta del rione Forcone, periferia popolare, chiacchiere di ragazzi e motorini accesi. Poi, all’improvviso, il vuoto. Una Fiat Panda nera, seguita da una bianca, frena di colpo. Due uomini incappucciati, pistole in pugno, scendono senza esitazione.

Non sono lì per tutti. Sono lì per uno solo. Lo chiamano per cognome. Sanno chi è. Figlio di un imprenditore ortofrutticolo, 17 anni, studente del liceo scientifico “Giuseppe Mazzini”. Lo strattonano, lo caricano a bordo. E prima di partire, un gesto rapido: il cellulare gli viene strappato, abbandonato sull’asfalto. Un segnale chiarissimo: nessuna traccia, nessun GPS, nessuna pista elettronica. In pochi secondi, il ragazzo sparisce. Una scena fulminea, chirurgica, come un’operazione militare. E nel silenzio che rimane, la Sicilia torna a sentire i suoi fantasmi.

Ritorno al passato: le ferite di Vittoria

Il sindaco Francesco Aiello, nelle ore successive, non ha dubbi: «Questo episodio ci riporta indietro di trent’anni, al sequestro del notaio Garrasi, e ancora più indietro, al dopoguerra, con il piccolo Alfredino Fuschi». Le parole non sono retorica. Vittoria ha memoria lunga. E sa cosa significano i sequestri.

Alfredino Fuschi, quattro anni, sparisce per mano di Salvatore Affè, ex dipendente della pasticceria di famiglia. Un caso che tenne l’Italia col fiato sospeso per mesi, fino al ritrovamento del corpo nel maggio 1947. Un trauma mai sanato.

Anni ’90. Il notaio Giovanni Garrasi viene prelevato, tenuto sotto sequestro e rilasciato dopo il pagamento di 300 milioni di lire. La mafia, allora, utilizzava i rapimenti come pressione economica, come messaggio di dominio. Ora, nel 2025, un nuovo sequestro colpisce al cuore la città. E la domanda si impone: perché tornare a questo strumento antico, brutale, che sembrava archiviato?

La dinamica: un’operazione fulminea

Gli investigatori parlano di “azione lampo”. E hanno ragione. Due auto, due uomini armati, una scena affollata ma controllata. Ma la verità, come emerso poi, era ancora più complessa. Non due sequestratori, ma quattro. Non un’improvvisazione, ma un’operazione pianificata nei minimi dettagli. Il ragazzo, durante l’interrogatorio che si prolungherà fino alle 3 del mattino del 27 settembre, racconterà di essere stato tenuto prigioniero per 24 ore in un casolare di campagna da quattro uomini che parlavano con accento locale e che sono rimasti sempre incappucciati.

Non un colpo di troppo. Nessuna violenza gratuita. Solo un ordine secco: «Vogliamo lui». È la firma di un gruppo organizzato. Non di balordi. Le caratteristiche coincidono con quelle che la criminologia definisce operazioni “organizzate”: fase di osservazione preliminare, controllo della scena, eliminazione dei rischi tecnologici, disciplina nell’esecuzione. Un sequestro che odora di addestramento, di conoscenza del territorio, di esperienza criminale.

Il cuore economico: il mercato di Vittoria

Per capire la scelta della vittima, bisogna guardare oltre la cronaca. Vittoria non è una città qualsiasi. È il polmone agricolo della Sicilia sud-orientale. Il mercato ortofrutticolo, con i suoi 74 box e un giro d’affari stimato in 400 milioni di euro l’anno, rappresenta il vero centro di potere economico. Ogni giorno, oltre 160 TIR partono carichi di prodotti diretti al Nord e all’Europa.

E attorno al mercato, la storia racconta infiltrazioni, pressioni, clan che hanno imposto regole, pedaggi, controlli. Il Comune è stato sciolto per infiltrazioni mafiose. La DIA ha descritto con chiarezza l’assetto del potere: la Stidda, radicata a Vittoria, Comiso e Acate; e Cosa Nostra, con forti legami catanesi.

Il clan Dominante-Carbonaro è ancora considerato la consorteria più rilevante. E nel settore agricolo, le mafie hanno trovato un campo fertile: trasporti, accesso agli spazi, controllo delle filiere. Un figlio di imprenditore ortofrutticolo, allora, non è una vittima casuale. È un segnale.

Profilo criminologico: un sequestro a messaggio multiplo

Dal punto di vista criminologico, la scelta della vittima e la modalità del sequestro parlano chiaro. Ma il lieto fine del 27 settembre ha ribaltato tutte le certezze. Il procuratore Francesco Puleio, nella conferenza stampa che seguirà la liberazione, sarà categorico: “Non c’è stata nessuna richiesta di soldi alla famiglia”. Nessuna estorsione, nessun riscatto. Il ragazzo è stato “trattato bene”.

Allora cosa è stato davvero? Un avvertimento senza destinatario? Un messaggio senza mittente? O qualcosa di ancora più sottile?

La rapidità dell’azione e la teatralità – davanti a coetanei, in una piazzetta – indicano un altro livello: la volontà di intimidire non solo la famiglia, ma l’intera comunità imprenditoriale. È il messaggio che la criminologia definisce “comunicazione del potere”: il delitto come linguaggio, come segno che non ha bisogno di spiegazioni ulteriori.

Le indagini: occhi elettronici e vecchi depistaggi

Oggi, Vittoria è coperta da 84 telecamere di sorveglianza. Gli investigatori hanno già isolato le immagini di una telecamera privata che avrebbe ripreso l’intero sequestro. Gli elicotteri sorvolano la zona. Le pattuglie setacciano le strade verso Pedalino, Comiso, Gela, Catania. Tutto sembra in movimento. E forse è proprio la pressione investigativa a determinare la svolta. Il procuratore Puleio ammetterà che “l’attività delle forze dell’ordine potrebbe aver determinato la liberazione anticipata”. Come se i sequestratori avessero capito che l’operazione stava diventando troppo rischiosa.

Il ragazzo ricompare il 27 settembre, intorno alle 21:00. Si presenta al commissariato di Vittoria accompagnato da un amico che dice di averlo incontrato per strada. Una versione che “insospettisce” gli investigatori. Troppo casuale, troppo pulita. Chi ha organizzato il sequestro conosce bene i metodi delle indagini. Sa dove guardano le telecamere, come vengono tracciati i dispositivi, quanto tempo ci mette una pattuglia ad arrivare.

Mandanti occulti? La mano invisibile dietro la Stidda

Ma qui inizia il vero mistero. Perché se non c’è stato riscatto, se il ragazzo è stato trattato bene, se tutto si è risolto in 24 ore, allora cosa è successo davvero? Le ipotesi si moltiplicano. Il giornalista antimafia Giuseppe Bascietto parla di “mafia albanese” che avrebbe preso il controllo del territorio dopo un “summit segreto” nelle campagne di Zafaglione e Berdia. Tecniche militari, operazioni chirurgiche, modalità da cartelli sudamericani.

Altri investigatori guardano a Gianfranco Stracquadaini, “Faccia d’Angelo”, boss latitante di Cosa Nostra accusato di tentato omicidio. Un uomo che potrebbe essere tornato nel territorio ragusano per riaffermare la propria presenza. E poi c’è la pista della droga. Via Marangio, il luogo del sequestro, è una “piazza di spaccio” attiva, gestita da cittadini di origine albanese. Un messaggio per chi “non onora i debiti”? La storia siciliana ci ha insegnato a non fermarsi mai al primo livello. Dietro gli esecutori, ci sono sempre i mandanti. E dietro i mandanti, spesso, le ombre.

La città sotto shock e il ritorno dei fantasmi

La reazione è stata immediata. Il sindaco ha convocato una giunta straordinaria. Il vescovo, monsignor Giuseppe La Placa, ha lanciato un appello: «Restituite il ragazzo alla sua famiglia». Parlamentari regionali e nazionali hanno chiesto l’intervento del Ministro dell’Interno. Ma quando il ragazzo torna a casa, il sollievo si mescola all’inquietudine. Il padre, intervistato dai giornali, parla di “incubo” ma anche di come “l’hanno trattato bene”. Parole che suonano strane, contraddittorie. Le associazioni di categoria continuano a parlare di “umiliazione collettiva”. Un territorio marginalizzato, lasciato solo, dove le mafie continuano a trovare spazio.

Il sequestro di Vittoria, alla fine, è stato qualcosa di più inquietante di un semplice rapimento. È stata una dimostrazione di forza senza obiettivo apparente. Un messaggio senza destinatario dichiarato. Un’operazione perfetta che si autoannulla. Come se qualcuno avesse voluto dire: “Possiamo prendervi quando vogliamo. Possiamo tenervi quanto vogliamo. E possiamo liberarvi quando decidiamo noi.”

Un passato fatto di sequestri, estorsioni, rapimenti lampo, corpi mai ritrovati. Oggi, in pieno 2025, con le telecamere, con le intercettazioni, con i droni, con i satelliti, la Sicilia rivede la scena di un ragazzo portato via in una Panda. E poi rilasciato, senza una spiegazione convincente.

È un salto nel tempo. Un cortocircuito storico. E le domande che restano sospese, come sempre nei racconti siciliani, sono sempre le stesse: Chi sapeva? Chi ha deciso? E soprattutto: chi sta mandando il messaggio? Ma ora se ne aggiunge un’altra, forse la più inquietante: perché il messaggio si è fermato a metà?

Una Sicilia che non smette di tremare

A Vittoria, la piazzetta del rione Forcone è tornata alla normalità. I ragazzi hanno ripreso a uscire, ma con la consapevolezza che quello che è successo una volta può succedere ancora. Il ragazzo è tornato a casa, sano e salvo. Ma le indagini continuano su tre piste diverse. E gli investigatori continuano a non credere completamente alla versione della “liberazione casuale”.

Gli investigatori lavorano, i politici parlano, i giornali scrivono. Ma la Sicilia, quella reale, sa che dietro questo sequestro lampo c’è molto più di un rapimento. C’è la prova che i fantasmi non hanno mai smesso di esistere. Che si sono solo evoluti, adattati, modernizzati. E che, ancora una volta, una piazza, un ragazzo, 24 ore di terrore sono bastati per ricordarci che la partita non è mai finita. Anzi, forse sta solo iniziando una nuova fase.

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Autore

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  • Criminologo esperto in scienze forensi, criminologia investigativa e criminal profiling, pedagogia giuridica, psicopedagogia forense e valutazione della pericolosità sociale, scienze penalistiche, educatore socio-pedagogico e giornalista pubblicista, direttore di comunità.Profondo conoscitore delle trame italiane del periodo che va dalla fine degli anni Ottanta alla metà degli anni Novanta.Consulente della famiglia Mandolini.

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