Il “supercannone” di Saddam e una scia di morti che passa dall’Italia

Scritto da: Alvaro Fiorucci
10 Novembre 2025

Un supercannone per Saddam Hussein, un intrigo internazionale e un epicentro insospettabile: l’Italia. Tra stabilimenti metallurgici, affari occulti e faccendieri capaci di muoversi nell’ombra, si consuma una storia fatta di traffici miliardari e segreti indicibili. Sullo sfondo, due omicidi che odorano di servizi segreti e una macchina di potere globale che, per anni, ha protetto e nascosto il progetto armamentistico più ambizioso e pericoloso dell’epoca: l’Operazione Babilonia…

Bruxelles, 20 marzo 1990, ore 18,30: due colpi di pistola alla nuca uccidono l’ingegnere canadese Gerard Bull. Una rapina finita male è il movente messo lì frettolosamente dalla polizia per chiudere alla svelta la faccenda. Nel suo giro sanno che non è vero. Gerald Bull, 62 anni, è considerato dai servizi segreti di mezzo mondo il mago dei cannoni, con entrature negli ambienti più riservati, dove fare affari con le armi da guerra è un gioco da ragazzi.

Il cannone di Saddam

Questo gioco, Bull ha iniziato a praticarlo soprattutto dopo che certi suoi progetti sono stati accantonati dalla Nato. Un suo prototipo, chiamato “Baby Babylon”, sparava proiettili a poche decine di chilometri di distanza. Da qualche tempo però lavorava alla costruzione di “Big Babylon”: un gigante d’artiglieria che avrebbe potenziato enormemente le capacità operative del fratello minore. Un micidiale “Supercannone”, lungo 156 metri, pesante un migliaio di tonnellate, ancoraggio ben nascosto sottoterra, possibilità di lanciare satelliti e testate con ordigni batteriologici e chimici a 1000 chilometri. L’arma segreta con la quale il committente, Saddam Hussein, il padrone dell’Iraq, intende tenere a bada l’Iran e avere nello stesso tempo il controllo di tutta l’area. Un contratto da 25 milioni di dollari da far circolare attraverso canali dalle mille coperture.

A sinistra, Gerald Bull presso lo Space Research Institute della McGill University.

Il Mossad israeliano e la CIA sapevano tutto. Da tempo Gerald Bull aveva lasciato l’Università McGill di Montreal dove portava avanti i suoi studi finanziati con fondi americani e canadesi, e si era messo in proprio. E con l’aiuto dell’agenzia americana, mentre progettava gettate sempre più lunghe, trafficava armi con il Sudafrica, operazioni commerciali sanzionate dalla comunità internazionale. Intervenne infatti l’Onu che bloccò tutto e il canadese si fece sei mesi di carcere. Tornò però presto in affari acquisendo nel suo portafoglio clienti il Cile del generale Pinochet.

Un morto, mille interessi

Liegi, 18 luglio 1992, 7,30 : cade in strada sotto le pistolettate di due individui mascherati e armati di 7,65, il sessantaquattrenne André Cools, politico di razza in carriera da sempre, leader dei socialisti e personaggio di spicco della massoneria del Grande Oriente belga. Nel 1992 è sindaco della periferica Flemalle, ma è stato, tra l’altro, anche vice primo ministro. I killer sono due tunisini che, dopo un soggiorno in Sicilia a raccogliere agrumi, vengono presi nel loro paese e condannati a 25 anni di carcere. Le indagini vanno avanti a colpi di scena: sono condannati a 20 anni, come mandanti, quattro soggetti dell’entourage governativo. Ancora: vengono fuori una serie di scandali di varia natura, tra armamenti per paesi sotto embargo e finanza allegra: il più eclatante riguarda l’Italia e coinvolge alcune procedure di acquisto di elicotteri Agusta. E in tutto questo rispunta il supercannone del dittatore irakeno.

Una ricostruzione dell’omicidio da parte della polizia.

Sulle prime, secondo alcune ipotesi insistenti, gli omicidi dell’ingegnere Bull e del politico Cools un qualche legame ce l’avrebbero. Potrebbero esserci nella comune propensione per il traffico di armi, la capacità di mediazione, e la quasi contemporaneità dei due delitti nello stesso paese. E inoltre: secondo certe fonti, il politico potrebbe aver appreso notizie su presunte irregolarità finanziarie dell’operazione “Supercannone”; per altre, gli sarebbe stato impedito di rivelare quello che sapeva delle mire balistiche di Bagdad. Illazioni senza riscontri, collegamento inesistente.

I mandanti venuti dall’Italia

Messi in carcere gli esecutori, vengono individuati i mandanti: un belga, Richard Taxquet, ideatore dell’agguato e sette italiani considerati suoi gregari. Personaggi enigmatici, uomini di relazioni, sospetti faccendieri. Due soltanto saranno condannati, ma tutti negheranno ogni coinvolgimento con questa storia. Il movente, d’altro canto, non verrà mai chiarito, nonostante le numerose ipotesi: dalla mafia alla droga, dal regolamento di conti di matrice politica, alle tangenti per l’acquisto degli elicotteri Agusta. E, anche in questo caso, tanti riferimenti al supercannone di Saddam che restarono sullo sfondo, come l’eco, appunto, di una cannonata. Ma torniamo a Gerard Bull.

Traffico di componenti

Mentre le investigazioni portano all’esclusione di Cool dai traffici di Bull, l’inglese M16 e l’israeliano Mossad bloccano in un porto inglese, quello di Teeport, un grosso carico di tubi in partenza per l’Iraq. Dicono i responsabili della spedizione: Sono destinati alla realizzazione di un importante oleodotto, come da certificazione allegata. Un maldestro tentativo di bluff: quelli sono i pezzi del “Supercannone” che l’ingegnere canadese, prima di morire, aveva fatto realizzare in stabilimenti inglesi, belgi, americani e italiani, taroccandoli da tubi per impianti civili, aggirando così l’embargo verso Iraq. Con questa identità tecnica quelle commesse non avrebbero dato all’occhio. Ne era certo – contando forse anche su amicizie e coperture- ma si sbagliava.

Una sezione della canna del “supercannone” voluto da Saddam Hussein.

Sequestri analoghi avvengono nelle acciaierie di Terni, Napoli e Brescia. Altri sigilli erano stati messi a decine di tonnellate di materiale bellico in fonderie sparse per l’Europa e negli Stati Uniti. Alle Acciaierie ternane, lo storico impianto di viale Brin, il sequestro riguarda 15 tonnellate di pezzi. Anche questi sembrano parti di una conduttura; gli inquirenti – allertati dai servizi – sanno che, come gli altri, sono blocchi destinati ad essere assemblati come mattoncini della Lego nella parte posteriore della mastodontica macchina da guerra che Saddam Hussein vuole a tutti i costi. L’operazione poliziesca è complessa e porta – per la parte di competenza italiana – a processo sette imputati: due esponenti del ministero iracheno dell’industria, due ingegneri inglesi che avrebbero contribuito alla progettazione, un tecnico e due dirigenti dello stabilimento ternano.

Gli italiani patteggiano un anno e sei mesi e si liberano di un fardello che sicuramente non fa curriculum. Tre anni dopo per i britannici e gli iracheni c’è l’assoluzione. Nel 2005 però i britannici vengono condannati a sei anni di carcere. La Svizzera (a Berna, nel 1990, era stata sequestrata merce sospetta per un valore di sette miliardi) condanna tre dirigenti dell’azienda che aveva sfornato i fucinati. Tra i testimoni, il britannico Cristopher Cowley, stretto collaboratore di Gerardi Bull. Il tempo passa veloce, scandito da colpi di stato, esecuzioni, guerre, stragi. L’anno seguente, Saddam Hussein viene giustiziato.

Operazione Babilonia

Il progetto del supercannone diventa carta straccia, ma i morti che si è lasciato alle spalle e la lunga scia di misteri compongono ancora oggi un enigma difficile da decifrare. Tra questi, il possibile collegamento tra le due uccisioni. L’ombra del coinvolgimento dei servizi segreti (quali è impossibile dirlo) c’è sempre stata e resta tutt’ora. La complessa trama di interessi geopolitici ed economici, tuttavia, rende il quadro fin troppo criptico. A cercare di dare ordine al caos ci hanno provato gli scrittori Frederick Forsyth (“Il pugno di Dio”) e Tom Clancy (“I signori del fuoco”). Ma neanche le loro formidabili penne intinte nella realtà hanno saputo svelare i segreti che si è portato dietro il fallimento dell’operazione “Babilonia”.

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  • Alvaro Fiorucci, giornalista, ha esercitato la professione di cronista nei quotidiani «Paese Sera» e «La Repubblica». Ha presieduto l’Ordine dei Giornalisti dell’Umbria e l’Associazione della Stampa Umbra, organismi dei quali è stato tra i fondatori. Ha insegnato all’Università di Perugia Teoria e Tecnica del linguaggio radiotelevisivo. In Rai ha ricoperto l’incarico di caporedattore del TGR dell’Umbria. Ha pubblicato libri e saggi sui più grandi delitti avvenuti in Umbria negli ultimi cinquanta anni.

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