Incursori e assassini: la sottile linea rossa

Scritto da: Gianluca Zanella, Alessio Pizzichi
3 Febbraio 2025

Quattro storie, quattro destini separati dal tempo e dai luoghi ma che si incrociano fatalmente nella stessa strada di violenza e disperazione. I protagonisti di queste narrazioni non sono persone qualunque, ma ex incursori, uomini coinvolti in operazioni militari e addestrati a fronteggiare il pericolo, ritrovatisi ad essere sospettati e condannati per efferati fatti di cronaca nera. Cos’è che li ha spinti lungo questo sentiero di morte? In questo articolo esploreremo le pieghe di un passato che torna a galla, inquietante e ineluttabile…

Un soldato durante un addestramento della Brigata dei Paracadutisti della Folgore.

Può esserci un legame tra alcuni inquietanti episodi di cronaca nera che hanno visto protagonisti, a vario titolo, degli incursori e il loro duro addestramento o le situazioni estreme in cui possono essersi trovati ad operare in scenari complicati? Somalia e Jugoslavia possono essere stati le palestre per futuri killer (a volte seriali)?

Chiaramente non si può generalizzare, sarebbe non solo un errore, ma una grave mancanza di rispetto nei confronti di tanti militari che hanno svolto il proprio dovere in modo ineccepibile. D’altro canto, però, ci sono quattro vicende particolarmente cruente che, nell’arco degli ultimi trent’anni, hanno visto protagonisti proprio dei soldati super addestrati. Scopriamo quali.

Il massacro del Kondor

Un corpo giace scomposto, incastrato tra gli scogli. Quaranta coltellate su tutto il corpo: tendini di braccia e gambe recisi, gola tagliata. E infine, un’enorme pietra poggiata sopra la testa. È il 13 giugno 1995, siamo a Livorno, sul litorale del Romito, a poca distanza dalla caserma Vannucci, dove si addestra la Brigata dei Paracadutisti della Folgore e il reparto speciale del GIS.

È questa la scena che si trova davanti un bambino tedesco, il primo a rinvenire il cadavere di Marco Mandolini. Una fine brutale e misteriosa, come misterioso era il lavoro della vittima, che in famiglia parlava poco o niente e che solo qualche giorno prima di finire massacrato, aveva confidato alla sorella che temeva di essere ucciso.

L’ombra di Gladio

Marco Mandolini era un militare, ma non un militare qualsiasi. Nome in codice “Kondor” o “Ercole”, era sottufficiale della Folgore; parlava diverse lingue, tra cui l’arabo e il russo; era un addestratore esperto ma – soprattutto – era stato fino a poco tempo prima il capo scorta del generale Bruno Loi nella missione Ibis, in Somalia. Difficile che un uomo del genere – un “Rambo”, come veniva considerato dai suoi commilitoni – potesse farsi sorprendere da uno o più balordi appostati tra gli scogli, non lui che per mestiere doveva proteggere un generale in uno degli scenari di guerriglia urbana più caldi dell’epoca (ricordiamo la battaglia del Check-point “Pasta” che si svolse il 2 luglio 1993 a Mogadiscio). Mandolini, come sostenuto da uno dei fratelli, conosceva il suo o i suoi assassini e fu attirato in una trappola. D’altronde, soltanto qualcuno addestrato quanto lui avrebbe potuto sopraffare un uomo pronto e allenato per il combattimento corpo a corpo e all’arma bianca.

Marco Mandolini.

Sulla sua uccisione gravano ombre e sospetti che portano alla morte dello 007 Vincenzo Li Causi, avvenuta nel 1993 in Somalia, e a loschi traffici che passavano per il Centro Skorpione di Trapani, base segreta dell’Organizzazione Gladio. Nonostante il pervicace lavoro di scavo del criminologo Federico Carbone e del giornalista Massimiliano Giannantoni, ancora oggi di certo resta solamente una cosa: la brutalità dell’agguato e l’omertà di buona parte dei commilitoni dell’epoca.

Suicidio mancato di un serial killer

19 Aprile 1996. Sono le 15:30 quando dall’interno della Procura di Torino esplode un botto che risuona in tutto l’edificio e fa scattare il panico. Il frastuono aveva avuto origine dal bagno del secondo piano. Proprio lì dentro viene trovato un uomo che giace a terra insieme a una pistola Calibro 22. Quell’uomo si chiama Francesco Fuschi, ha 51 anni e da qualche mese è un collaboratore di giustizia. Ha tentato il suicidio sparandosi alla testa. Viene trasportato in ospedale e ricoverato d’urgenza, lì i medici riescono a salvarlo. Ma è soltanto l’inizio di una storia decisamente fuori dal comune, perché una volta ristabilitosi, Fuschi comincerà a parlare della sua vita, svelando una lunga catena di omicidi di cui in passato si sarebbe reso protagonista. Precisamente, le morti che si attribuisce sono 30.

La terra e il sangue

Folti baffi bianchi, sguardo torvo, Francesco Fuschi, padovano, è un contadino che vive a Mattie, un comune della Val di Susa dove si è trasferito. La sua esistenza sembra rispettare tutti i canoni della vita semplice da lavoratore della terra. Cura la vigna e i suoi animali, è molto affezionato al cane domestico che si porta sempre dietro, si muove a bordo di una Fiat Giardinetta. È conosciuto come una persona tranquilla e disponibile, tanto che gli abitanti del luogo si rivolgono spesso a lui quando hanno bisogno di qualche oggetto: Canne da pesca, stereo, motoseghe, stivali. Francesco sembra essere in grado di procurarsi qualsiasi materiale.

Francesco Fuschi.

Dietro a questo scenario bucolico si nasconde però qualcosa di oscuro che farà assumere a questa storia i contorni delle tenebre, perché nel passato di quell’uomo apparentemente senza macchia sono seppelliti una serie di terribili segreti. Segreti che raccontano di un Fuschi che si trovava in Procura perché da qualche mese collaborava con le istituzioni dopo essere stato coinvolto in un gigantesco traffico d’armi da fuoco. In questo periodo, emerge anche un altro aspetto della sua esistenza: Fuschi ha lavorato per il SISDE, il servizio segreto civile. E quando sembrava che gli scheletri nell’armadio fossero finiti, ecco il tentato suicidio e, dopo la ripresa, il racconto dell’orrore.

L’ombra del male

Prima delle montagne, dei prati e degli animali, Fuschi ha passato 20 anni in servizio come sommozzatore della Marina Militare, nel reparto incursori, e ha girato nei porti di gran parte del mondo. Egitto, Giappone, Pakistan. È durante queste missioni che dice di aver scoperto e iniziato a dar sfogo alla sua deviazione: uccidere persone in maniera casuale. Comincia, secondo la sua versione, a seminare cadaveri nel 1964, sulla nave che scorta l’ammiraglia a Tokyo, nel periodo delle Olimpiadi (Fuschi si trovava effettivamente in servizio su quella nave, anche se non esistono riscontri oggettivi su questi delitti).

Racconta di aver proseguito la sua scia di morte in giro per il mondo fino alla fine del suo servizio e il rientro in patria. Nel 1972 si stabilisce a Mattie. In Italia, come poi sarà appurato dagli inquirenti, si renderà protagonista di una serie di omicidi, in un arco temporale che va dal 1977 al 1994. La linea di sangue inizia con Maria Rosa Carpinello, uccisa con un proiettile mentre si trovava a casa del fratello; prosegue con Antonio Ferrero Giacominetto, freddato da un colpo di pistola al cuore nel giardino della sua abitazione. Un delirio che persiste negli anni successivi, fatto di delitti perpetrati in gran parte con armi da fuoco. Per Ivo Asteggiano invece, insegnante di Chieri, la morte sopraggiunse con tre coltellate mentre stava rientrando a casa. Per ben 17 anni Fuschi aveva agito indisturbato lasciando dietro di sé almeno 11 morti, come racconta agli inquirenti e come verrà appurato dalla Giustizia.

Durante le sue confessioni si lascia andare anche a vaneggiamenti, autoaccusandosi di aver assassinato Roberto Calvi, di aver avuto un ruolo nell’attentato di Piazza Fontana e in quello dell’Italicus, oltre che di aver ucciso dietro ordine del colonnello Mario Ferraro, lo 007 trovato morto in circostanze ambigue nella sua casa, a Roma, nel 1995. Una serie di affermazioni senza alcun tipo di riscontro e decisamente improbabili. Alla fine del processo, infatti, sarà condannato a due ergastoli “solo” per gli 11 omicidi commessi. Restò in carcere fino al 2009, anno della sua morte, senza mai permettere davvero a qualcuno di decifrare la sua enigmatica esistenza.

Morte sull’Aurelia

4 Luglio 1998, Livorno. È notte e Antonina Semenko, una ragazza ucraina di 19 anni, si trova sulla Via Aurelia. In realtà non dovrebbe essere lì. Avrebbe dovuto fare ritorno in patria da quando qualche mese prima la Polizia l’aveva fermata mentre cercava di vendere il proprio corpo sul ciglio della strada. Ma Antonina non era libera, i padroni che controllavano quel giro di prostituzione le avevano impedito di partire. La giovane era costretta a regole ben precise, una cifra minima da portare ogni volta che finiva il suo “turno”, una durata massima da rispettare per gli incontri con i clienti. Una vita chiusa in una prigione dalle sbarre invisibili. Un calvario che quella sera sarà destinato a giungere al termine e lo farà nella maniera più drastica e tragica.

Macabra confidenza

Caserma Vannucci, 6 Luglio 1998. Al 187° Reggimento Paracadutisti “Folgore” un caporale riceve una confidenza che lo lascia senza parole. A fargliela è un suo collega, caporale anche lui. Dice di aver ucciso una prostituta nella sera del sabato precedente. Inizialmente pensa a uno scherzo, ma la confessione è precisa, riferisce una serie di circostanze tra cui la zona in cui ha deposto il cadavere e il punto in cui ha gettato la borsa della vittima. A questo punto l’uomo decide di avvisare la Polizia.

Una volta messi a corrente della circostanza, gli agenti si recano sul luogo segnalato, nei pressi di Madonna dell’Acqua. Proprio lì, nascosto tra i rovi, troveranno il corpo senza vita di Antonina Semenko. Appare subito evidente come sia stata uccisa: il cordone utilizzato per strangolarla è ancora avvolto sul suo collo. Un cordone da paracadutisti. Non ci sono più dubbi, le dichiarazioni del parà erano autentiche.

La confessione

Capelli a spazzola, pelle ambrata, taglio d’occhi orientale. Rith Paccosi è nato in Cambogia 23 anni prima, tra le macerie lasciate dalla guerra civile che devastò il paese del sud-est asiatico. In mezzo a tutto ciò la sorte ebbe un occhio di riguardo nei suoi confronti poiché da piccolo venne adottato da una famiglia toscana. Si stabilì in Italia, integrandosi nel territorio e intraprendendo il percorso della carriera militare. Entra nel corpo dei paracadutisti, partecipa a diverse missioni, in particolare nel territorio albanese. Esperienze forti che sembrano forgiare il suo carattere.

Di fronte agli inquirenti, il ragazzo fornisce un racconto freddo e dettagliato: La notte di sabato 4 Luglio era salito a bordo della sua Opel Tigra in cerca di compagnia femminile. Mentre attraversava l’Aurelia aveva scorto una ragazza bionda con gli occhi azzurri in cerca di clienti. Si era appartato con lei. Gli incontri per la giovane erano cronometrati e quel cliente si stava attardando, alla fine decide di esortarlo «Non hai ancora finito?» dopo questa domanda scatta qualcosa nella psiche del caporale, il quale afferra il suo cordone e lo stringe attorno al collo della giovane, uccidendola.

Si è trattato di un episodio di follia isolato oppure sotto c’è qualcos’altro? Gli inquirenti cercano di darsi una risposta. Nell’ultimo periodo si erano verificati altri tre delitti di prostitute nell’area sud-ovest della Toscana. A Viareggio, a Pisa e a Lucca. In quei casi tutte le vittime erano state strangolate. Paccosi dice di non avere niente a che fare con quelle vicende. L’inchiesta prosegue ma per quegli omicidi non saranno trovate prove nei suoi confronti, portando all’esclusione dell’ipotesi serial killer. Alla fine, resta la vita spezzata di una ragazza e le sfaccettature dell’esistenza di un giovane caporale che si è macchiato di un crimine atroce. Una spirale che si avvolge in un profondo buco nero che caratterizza tutta questa storia.

La sparatoria 

Verona, 21 Febbraio 2005. È una fredda nottata invernale, in giro non c’è molta gente e due agenti di polizia, Davide Turazza e Giuseppe Cimarrusti, sono a bordo della loro volante a svolgere il turno di vigilanza. Stanno passando sulla strada “Bresciana” quando scorgono una Fiat Panda parcheggiata. Notano dei movimenti strani all’interno della macchina e decidono di andare a controllare la situazione. Accostano l’auto, Turazza scende mentre Cimarrusti resta al volante. Improvvisamente vengono raggiunti da una serie di colpi d’arma da fuoco, provenienti dalla Panda. Gli agenti rispondono con le armi di servizio, uccidono l’assalitore ma restano gravemente feriti. Sono quasi le 2:30 quando Cimarrusti, con le ultime forze, riesce a chiamare i soccorsi.

Poco dopo arriva l’ambulanza: i due agenti sono in condizioni gravi, sul posto c’è anche una donna in fin di vita, con un proiettile conficcato in testa, e il corpo dell’uomo deceduto. Turazza, Cimarrusti e la ragazza vengono trasportati di urgenza in ospedale. Nel frattempo, viene identificato il soggetto trovato senza vita: si tratta di Andrea Arrigoni, 35 anni, investigatore privato. È stato lui a sparare verso i due giovani poliziotti. Ma come si è arrivati a tutto ciò? Gli inquirenti iniziano a ricostruire gli eventi di quella notte.

Notte di strage

Alle 23 Arrigoni era uscito dalla casa dove abitava, a Osio Sopra, e si era diretto fino a Verona. Lì aveva caricato sulla sua auto Galina Shafranek, donna ucraina di 30 anni che faceva la prostituta. L’investigatore si era poi fermato in un parcheggio isolato. In quei frangenti accade qualcosa, c’è una colluttazione tra i due, Arrigoni estrae la sua pistola Glock e le spara due colpi. La pattuglia della Polizia arriva proprio in quell’intervallo di tempo; mentre gli agenti si fermano per verificare la situazione, l’investigatore decide di aprire il fuoco su di loro e gli agenti rispondono. Arrigoni muore sul colpo, ma da quella strage non si salva nessuno: anche Giuseppe Cimarrusti, Davide Turazza e Galina Shafranek spirano in ospedale nelle ore successive.

Uno scenario che apre degli interrogativi sulla figura di quell’investigatore privato dalla mira eccezionale. Vengono disposti ulteriori accertamenti. A seguito di una perquisizione in casa, sua saranno rinvenuti bossoli, pistole, un coltello a baionetta. È necessario scavare ancora di più sull’esistenza del trentacinquenne: chi era veramente Andrea Arrigoni?

Dalla Somalia alla scia di sangue

Nato a Bergamo nel 1969, dopo essersi diplomato entra a far parte della Brigata Paracadutisti Folgore. Viene mandato di servizio in Somalia dove resta fino al 1994. Una volta tornato in patria sarà assunto tra le file dei bodyguard di alcuni esponenti politici. Occupa questa posizione per due anni, poi nel 1996 apre una sua agenzia di investigazioni. Dirige l’attività con passione e in maniera regolare, dimostrandosi capace e affidabile nel mestiere. Questo è il quadro che emerge sulla sua figura. Ma dalle analisi balistiche sulle armi sequestrate dall’abitazione arriverà una rivelazione terribile.

L’arma è una Beretta 6.35 rinvenuta durante la perquisizione, su cui gli inquirenti dispongono accertamenti riesaminando alcuni casi irrisolti dell’ultimo periodo. Alla fine, emerge una connessione: quella pistola è stata utilizzata per uccidere Fatmira Gjegji, ragazza albanese di 26 anni. Faceva la prostituta, il suo cadavere era stato rinvenuto il 19 Novembre 2004 in un canale di Osio Sopra. Uccisa con un colpo di arma da fuoco alla testa, il suo assassino le aveva in seguito tagliato le mani e infine l’aveva decapitata. Un delitto aberrante rimasto senza spiegazioni e senza colpevole. In maniera inaspettata, a tre mesi di distanza, l’arma dell’investigatore privato sembra parlare. A non poter parlare più però è lui, dopo aver provocato quella sparatoria che ha causato la morte di tre persone. Sulla sua figura restano aperte una serie di domande. Cosa si nascondeva dietro ai delitti delle due donne? Ci sono stati altri casi a cui potrebbe essere collegato? Risposte che probabilmente si è portato nella tomba.

Conclusione

Queste quattro storie dimostrano come talvolta la transizione da eroi a criminali non sia solo un artefatto narrativo ma un’inquietante realtà che colpisce come un fulmine a ciel sereno. Uomini che hanno ceduto alle tenebre, trasformando le loro esperienze in un’inquietante danza di violenza. Una voragine verso l’oscurità che consuma qualsiasi scintilla di umanità residua. In questo baratro tra vita e morte, rimangono sempre delle vittime: persone che hanno avuto la malaugurata sorte di incrociarli in questo percorso di follia.

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Autore

Autori

  • Nasce a Roma. Editor e agente letterario, collabora dal 2015 con alcune tra le principali realtà editoriali italiane. Già collaboratore e inviato per AISE (Agenzia internazionale stampa estera), dal 2021 al 2023 collabora con il Giornale.it occupandosi di inchieste, nel 2024 è stato redattore di InsideOver. È l'ideatore del format di informazione indipendete DarkSide - Storia Segreta d'Italia e presidente dell'Associazione Culturale DarkSide.

  • Ricercatore di misteri e casi di cronaca irrisolti. Tutto inizia dopo che ha visitato di persona uno dei luoghi in cui ha agito il Mostro di Firenze. Da qui nasce un interesse che lo porta a esplorare le storie che hanno insanguinato il nostro paese, spingendolo all’approfondimento di molte vicende rimaste appese a un filo e talvolta dimenticate.

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