Jack Lametta: il misterioso sfregiatore che terrorizzò Roma Est nel giugno 1983

Scritto da: Maria Cristina Caponi
29 Settembre 2025

Nel giugno 1983 Roma Est fu scossa da una serie di aggressioni misteriose lungo via Tuscolana. In soli dieci giorni, otto persone furono sfregiate al volto da un uomo armato di lamette da barba, ribattezzato dai media “Jack Lametta”. Il terrore si diffuse tra i cittadini, tra ronde spontanee, tentativi di linciaggio e un’economia locale in crisi. Poi, all’improvviso, dopo una rivendicazione anonima al telefono, gli attacchi cessarono. A distanza di oltre quarant’anni, l’identità dello sfregiatore resta ancora avvolta nel mistero…

Il volto sfregiato di due delle otto persone colpite dallo sfregiatore soprannominato “Jack Lametta”.

Roma, Giugno 1983. Nessuno conosce l’identità del misterioso sfregiatore che semina il panico lungo via Tuscolana, ma un intero quartiere vive interminabili ore d’angoscia. I residenti cercano di esorcizzare la paura come possono. C’è chi si serra in casa e chi – invece – passa all’azione, organizzando ronde di giustizieri privati, esattamente come nei film americani che negli anni ’80 vanno tanto di moda. Per combattere il terrore che li attanaglia più dell’afa estiva, la carta stampata e il popolo di Roma Est danno persino un nome al loro peggior incubo: Jack Lametta. È così che passerà alla storia, perché a oggi, dopo ben 42 anni, del misterioso sfregiatore del Tuscolano non si conosce ancora né nome né cognome. Probabilmente non si saprà mai, allo stesso modo del ben più noto omonimo anglosassone che a fine Ottocento uccise cinque prostitute nella Londra Vittoriana.

In qeusto articolo ricapitoliamo, nel dettaglio, le gesta di Jack Lametta che per una manciata di giorni – dal 1° giugno al 10 di quello stesso mese – lo resero il Nemico Pubblico n°1 della capitale, da acciuffare a tutti i costi.

L’esordio di Jack Lametta (1 giugno)

La sua prima vittima è la sessantasettenne Santa Di Casio, violata sulla guancia sinistra da una lama affilata alle nove e trenta del 1° giugno, mentre esce dalla sua abitazione sita in viale Spartaco. Inizialmente, la donna non capisce cosa sia stato, ma quando il sangue inizia a colarle dalla guancia si persuade che sia stata colpita sul viso da qualcosa di affilato, brandito dalla mano sinistra di un ragazzo che corre a perdifiato lontano dalla sua vista. Qualche ora più tardi, stessa sorte spetta al pensionato Giuseppe Paglia, in procinto di entrare nella chiesa di San Giovanni Bosco. Con l’aggressione al settantenne Paglia termina l’esordio da sfregiatore seriale di Jack Lametta.

L’escalation (2 giugno)

Ma, già l’indomani, eccolo di nuovo all’attacco. Questa volta è il turno della signora Adelaide Latini di sessantadue anni, ferita in pieno giorno all’altezza di viale Anicio Gallo mentre passeggia. A seguire, Jack sfigura il settantaseienne Enrico Appio in via del Casale Monferrato, in prossimità di piazza Re di Roma. La lametta arriva giusto giusto a un paio di millimetri dalla giugulare e si ferma. Non è trascorsa neanche un’ora da quando lo sfregiatore si è fiondato sulla povera Adelaide Latini!

Il Cambio di Strategia (7-8 giugno)

Finora siamo a quattro vittime in soli due giorni. Dal 3 al 6 giugno ci si illude che Jack Lametta sia uscito di scena. Sbagliato: il 7 giugno eccolo di nuovo in azione alle 10 e 10 del mattino, stavolta in via Scribonio Curione, una parallela di via Tuscolana all’altezza della fermata Numidio Quadrato della metro. A farne le spese è Adelaide Bisogneri, che di anni ne ha sessantotto. Il farmacista che presta i primi soccorsi chiede espressamente all’Ansa di non essere citato per paura di possibili ritorsioni. La psicosi inizia pian piano a farsi strada nel cuore dei romani, che sono chiamati a fronteggiare un vero e proprio fantasma come avversario. Come dichiara la Bisogneri all’inviato di «Stampasera»: «Avevo subito tre scippi consecutivi negli ultimi tempi, ma nulla mi aveva tanto spaventato. Io, per giunta, vivo da sola e anche questo è motivo di tensione» («Stampasera» – lunedì 13 giugno 1983).

Si inizia ad abbozzare un identikit di questo delinquente dall’arma bianca: giovane fra i 30 e i 35 anni, alto circa un metro e ottanta, corporatura agile e scattante, colorito chiaro, occhi infossati, capelli neri lisci e corti con la riga marcata, senza barba né baffi e vestito in maniera sportiva. Spesso indossa pantaloni chiari e camicia a righe. L’ipotesi è che si tratti di un mancino, dal momento che tutte le vittime finora sono state sfregiate sulla guancia destra.

Quattro ore dopo di quello stesso giorno, Jack Lametta cambia improvvisamente modus operandi, sfregiando la guancia sinistra di una ragazza di ventiquattro anni, tale Maria Grazia Gasperini, uscita di casa per andare ad acquistare un pacchetto di sigarette. La Gasperini riferisce sulle colonne del «Corriere della Sera: «Di colpo, mi sono trovata davanti un giovane con i capelli castani e i baffi. Gli ho guardato le mani, ho visto che impugnava un rasoio da barbiere. D’istinto ho tirato indietro la testa e mi sono sentita sfiorare la guancia. Ero stupefatta, non pensavo che ci avrebbe riprovato. Era come se avesse in mano una sciabola: ho visto la lama luccicare di nuovo e ho sentito un dolore lancinante. Prima di scappare ha detto: “Tanto la pagherete tutte”». Finora il malvivente ha preso di mira uomini e donne anziane, perché virare tutt’a un tratto e puntare la lama contro una giovane? Si inizia a ipotizzare che i Jack Lametta siano addirittura due e che il secondo sia un emulatore del primo. A supportare questa congettura è anche la descrizione che Maria Grazia fornisce agli agenti. La donna racconta di un uomo con il volto olivastro incorniciato da un paio di baffi, basso e capelli castani. Inoltre, lei è stata colpita sulla guancia sinistra e, per giunta, da un rasoio da barbiere non da una comune Gilette a differenza delle altre vittime.

Come abbiamo visto, parrebbe che il target del nostro antieroe sia improvvisamente cambiato. Un’ulteriore conferma di ciò avviene la mattina dell’8 giugno, quando a essere deturpata è una mamma ventiduenne che risponde al nome di Simonetta Ricci. Uscendo dal suo appartamento in via Bartolino da Novara, la donna sente una mano che le afferra la spalla e poi il sangue inizia a fluire dalla ferita sul viso. Spaventata a morte, Simonetta inizia a gridare con quanto fiato ha in gola, ma anche stavolta Jack Lametta è riuscito a far perdere le sue tracce. Solo due ore dopo, in zona Quadraro, è una trentatreenne disabile a essere aggredita. Si tratta di Clara Vidella, poliomielitica dalla prima infanzia e, per questo motivo, costretta su una sedia a rotelle da anni. Recatasi poco dopo mezzogiorno al mercato di via Furio Nobiliore insieme al vicino di casa Maurino Pagliaro (a cui è stata da tempo affidata come tutore), Clara non ha sentore di ciò che le è appena accaduto, almeno fino a quando una donna non le fa notare che sta sanguinando. Portata di corsa al pronto soccorso del San Giovanni, la ragazza è giudicata guaribile in sette giorni. Il 3 luglio l’Ansa diffonde la notizia di un secondo attentato ai danni di Clara, proprio all’interno del caseggiato dove abita in via Contardo Ferrini. Tuttavia, la polizia impiega una manciata di ore a far confessare l’inferma: è stata lei a infliggersi le ferite nel disperato tentativo di attirare l’attenzione della madre che l’ha abbandonata a sé stessa anni addietro.

Il Panico Collettivo e la Caccia all’Uomo

Con Clara Vidella termina la lista di vittime di Jack Lametta. Sì, perché dopo aver colpito la ragazza diversamente abile, il nostro teppista esce di scena. Ecco il bilancio finale: 8 persone in tutto, di cui 3 donne anziane, 2 pensionati e 3 ragazze. Eppure, lo sfregiatore ha fatto anche molti altri danni collaterali. Ne sa qualcosa il ventenne Sergio Di Modica, picchiato da una folla inferocita di centocinquanta uomini in via dell’Acqua Bulicante, nei pressi di Torpignattara, che l’aveva scambiato per Jack Lametta. In realtà, Sergio è un ladro che poco prima ha messo a segno una rapina in un negozio di elettrodomestici in via Roberto Malatesta. Per allontanare quello stuolo di belve inferocite e mettere così in salvo Sergio, gli agenti hanno dovuto sparare in aria una serie di colpi di pistola. Una volta ricacciata indietro l’orda di facinorosi, il ventenne è stato condotto nella clinica Figlie di San Camillo. Le sue condizioni sono così gravi, che è impossibile trasferirlo nell’infermeria di Regina Coeli.

Ma, questo non è l’unico tentativo di linciaggio, anzi. In innumerevoli casi, la polizia è costretta a intervenire contro la caccia al “maniaco”. Un altro esempio? L’8 giugno la mobile presta soccorso proprio a un uomo che partecipava alla caccia di Jack Lametta. Credendo che lo sfregiatore sia entrato nell’androne di un palazzo, si addentra nel condominio brandendo un enorme bastone sopra la sua testa. Purtroppo per lui è scambiato per Jack Lametta dalla gente di quartiere e da cacciatore diviene improvvisamente preda dell’ira funesta dei cittadini. Un altro giorno, il convoglio della metro A viene bloccato alla stazione Giulio Agricola e un intero vagone perquisito per oltre un’ora perché qualcuno aveva gridato che al suo interno ci fosse lo sfregiatore di Roma.

I pattugliamenti di volontari improvvisati sono all’ordine del giorno: tutti, ma proprio tutti cercano di dare una mano. Fra questi, si distingue anche la figura di una supposta “sceriffa” de’ noantri. Il suo nome è Erminia Del Vecchio e fa la guardia giurata presso La Standa. Intervistata, afferma: «Io non ho paura. E se scegliesse me lo prenderei sicuramente, non mi sfuggirebbe… Sono addestrata, ho l’occhio allenato, mi guardo alle spalle, so riconoscere a distanza una persona sospetta. Insomma, magari toccasse a me, sarebbe la sua ultima impresa». («La Stampa» – martedì 14 giugno 1983). Ovvio che l’allora sindaco di Roma Ugo Vetere non possa non condannare senza alcuna pietà questo brutto andazzo: «Leggo sui quotidiani, con sbalordimento, di vigilantes che pattugliano il Tuscolano e di “sceriffe” che girano armate di pistola … È sperabile che la polizia confermi di poter fare il proprio mestiere senza bisogno dell’aiuto di guardie private. (…) Ho espresso al questore queste mie preoccupazioni e gli ho chiesto di essere lui e solo lui il garante dell’uso delle forze dell’ordine». («Corriere della Sera» – martedì 14 giugno 1983). Per fortuna, il pensiero del primo cittadino della capitale è condiviso anche dalla maggioranza della popolazione, come asserisce il quotidiano «L’Unità»: «L’idea della “giustizia fatta da sé” (…) si scontra con frotte sempre più numerose di “legalitari”, di chi sostiene che bisogna mantenere la calma e lasciare lavorare in pace gli investigatori “sennò, qua, prima o poi ci scappa il morto”». («L’Unità» – giovedì 09 giugno1983).

La situazione oramai è completamente sfuggita di mano ai romani. Come scrive Lietta Tornabuoni su «La Stampa» di venerdì 10 giugno: «La paura fa il deserto, sfrena l’Immaginazione: “E se adesso si mette a ferire i bambini? E se sbuca all’improvviso da un portone? E se invece di uno fossero due, tre, sei?”. Spaventa che il feritore agisca di giorno, soprattutto la mattina in contraddizione con ogni regola criminale che prevede il buio. La lama, il taglio, resuscitano componenti primarie e profonde della mitologia del terrore: anche se si tratta di una lametta». Di giorno e di notte il centralino del 113 è soverchiato dalla mole di telefonate di chi crede di aver visto lo sfregiatore a spasso per Roma. Per evitare l’intasamento, il questore di Roma Giovanni Pollio è costretto ad appellarsi al buon senso dei cittadini, chiedendo di evitare chiamate inutili e superflue. Per non parlare poi dei mitomani che dicono di essere l’uomo che tutti stanno cercando. Non manca poi chi approfitta del clima generale per attuare vendette personali. È il caso di una vecchietta che, non sopportando il giovane inquilino del piano di sopra e la sua abitudine ad ascoltare la musica a tutto volume, lo denuncia alle forze dell’ordine come Jack Lametta.

L’Impatto Economico e le Indagini

Sul fronte economico, l’angoscia di incorrere in Jack Lametta ha frenato drasticamente gli acquisti dei residenti, arrivando a far registrare alle attività commerciali un ammacco quasi del 50 per cento rispetto al normale incasso giornaliero. Tanto è vero che «Una delegazione dei bancarellari di un mercato rionale lungo la via Tuscolana è andata ieri mattina al vicino commissariato chiedendo: “Dateci dentro l’anima, ma catturate quel matto. Il nostro mercato è deserto, le donne hanno paura ad uscire di casa e aspettano il ritorno del marito per fare la spesa”» («Corriere della Sera» – giovedì 09 giugno1983). Pure i giovani che vendono fazzoletti e accendini ai semafori si sono dileguati, impauriti che qualche automobilista li scambi per Jack Lametta e li investa. Non solo lo shopping è in netto calo, pure gli “affari sporchi” hanno subito una battuta d’arresto. Il motivo è da addebitare ai posti di blocco e agli appostamenti delle guardie. Infatti, su pressione del sostituto procuratore della Repubblica Luciano Infensi, si è deciso di dividere il Tuscolano in due settori: di uno si occuperanno i carabinieri, dell’altro la polizia. La costante presenza delle pattuglie ha così limitato furti, rapine e intrallazzi di qualsiasi genere. Si dice addirittura che la malavita locale abbia messo una taglia su Jack Lametta del valore di dieci milioni di lire a chiunque fornisca informazioni utili per la sua cattura. Roba da non crederci!

Alla centrale della polizia, gli investigatori hanno messo a ferro e a fuoco gli archivi alla ricerca di qualche caso simile avvenuto in passato. Ma, l’unica cosa che hanno trovato rimanda a un maniaco che circa trenta anni prima gettava l’acido sulla faccia delle coppiette innamorate. Per acciuffare lo sfregiatore di Roma Est si richiede anche il parere degli esperti, come il professor Romolo Priori, primario dei servizi di salute mentale dell’Unità sanitaria locale Roma 2: «Le ipotesi, perché lavoriamo sulle ipotesi, possono essere due: nel caso d’un sadico l’ondata di aggressività, dopo aver raggiunto l’acme, potrebbe esaurirsi e lasciar spazio a un periodo di tregua. Magari lungo, di anni. Più grave, il caso d’uno schizofrenico: il malato, facendo una simile ipotesi, potrebbe vedere nel volto della vittima espressioni particolari, che abbiano un riferimento personale”». («Corriere della Sera» – venerdì 10 giugno 1983). A questi si aggiunge anche il professor Piero Rocchini psichiatra forense, che traccia un accurato profile di Jack Lametta. Per lui lo sfregiatore è un individuo impotente, che non agisce in preda a un raptus, altrimenti il suo stato sarebbe stato notato da chi lo conosce. Al contrario, quello di Jack Lametta è un delirio lucido, poiché programma passo dopo passo le sue mosse con freddezza e, una volta dato libero sfogo alla sua brama, ridiventa subito normale. Qualora dovesse costituirsi, Jack Lametta «Non rischierebbe neppure una condanna molto pesante. Anche se le accuse sono di lesioni continuate e pluriaggravate, infatti, per neanche una delle aggressioni potremmo procedere d’ufficio. Tutti gli sfregi infatti sono così leggeri che per mandare avanti le imputazioni sarebbero necessarie le querele delle persone ferite. Ma parliamoci chiaro: se costui, come pensiamo, è un malato di mente, quanti chiederanno per lui una condanna pesante e impietosa?». («Corriere della Sera» domenica 12 giugno 1983).

Le Telefonate e la Fine del Mistero

A un certo punto, il “mostro” esce allo scoperto e fa sentire la propria voce. Questo accade venerdì 13 giugno quando l’Ansa riceve una telefonata da un tipo dall’inflessione meridionale, che dichiara di essere Jack Lametta e vuole comunicare al mondo il perché di ciò che fa. Il suo non è altro che un atto di protesta nei confronti delle donne che – a suo dire – «scelgono solo uomini belli, ricchi e brillanti». Tuttavia, non è la sua unica giustificazione. Il provetto incel ante litteram non accetta che nel suo Paese uno come lui debba ridursi a fare un lavoro inadeguato, nonostante il suo titolo di studio (la licenza di scuola media superiore) e una lunga permanenza all’estero come emigrante. Riguardo agli anziani sfregiati, racconta che il suo è stato un passo falso, un errore, perché non sono mai stati il suo vero obiettivo. Preannuncia poi che tornerà a colpire già il giorno dopo e che la prossima vittima sarà una donna bionda. Per evitare una tragedia annunciata c’è un’unica scappatoia: i mass media devono riportare fedelmente le sue argomentazioni.

Nel pomeriggio del 14 giugno, Jack Lametta chiama di nuovo l’Ansa per dire che la sua carriera di sfregiatore appena iniziata è già finita. Questo perché i giornali sono stati di parola e hanno accettato di pubblicare le cosiddette motivazioni del suo gesto. Invero, «Qualcuno, addirittura, è arrivato a ipotizzare che a chiamare la seconda volta sia stato qualcuno delle forze dell’ordine, per calmare gli animi dei romani impauriti. Ma queste, ovviamente, restano solo ipotesi». (La storia di Roma in 100 delitti. Dalla banda della Magliana al delitto di via Poma, dal Canaro al caso Varani, la capitale si tinge di rosso di Valerio Marra, 2022, Newton Compton Editori). L’unica certezza è che dopo questa seconda telefonata le aggressioni cessano veramente.

Ma, solo una quindicina di giorni dopo lo stop di Jack Lametta, si registra un altro avvenimento destinato a passare tristemente alla storia in quello scorcio di giugno 1983: il 22 di quello stesso mese, infatti, Emanuela Orlandi non farà più ritorno a casa. Curioso che proprio la studentessa quindicenne pochi giorni prima di sparire aveva confidato al padre di essere molto preoccupata per una possibile imboscata di Jack Lametta. In teoria, lo sfregiatore di Roma non ha alcun nesso con l’affaire Orlandi, eppure secondo Otello Lupacchini e Max Parisi non è da escludere che «il suo profilo psicologico – tracciato dallo psichiatra Rocchini – delinea il carattere e le caratteristiche d’azione di un individuo certamente in grado di compiere delitti molto più gravi» (Dodici donne un solo assassino: da Emanuela Orlandi a Simonetta Cesaroni di Otello Lupacchini e Max Parisi, 2006, Koinè Nuove Edizioni).

L’ultima notizia su Jack Lametta ce la dà l’edizione di «StampaSera» di lunedì 20 giugno. Il giornale di Torino informa i suoi lettori che sono stati gli stessi familiari a denunciare Jack Lametta alla polizia, fornendo dei potenziali riscontri oggettivi. Sarebbe un ragazzo con gravi disturbi mentali che, dopo la violenza a Clara Vidella, non avrebbe più fatto ritorno a casa. Stando all’articolo di Gianni Pennacchi su «StampaSera»: «Il giovane ha trent’anni, e la sua foto è quasi il riflesso dell’identikit di Jack Lametta, composto dalla polizia con le testimonianze delle vittime. Il giovane ricercato, già in passato avrebbe dato segni di un non perfetto equilibrio mentale. Ha sempre vissuto al Tuscolano con un fratello che gestisce un bar del quartiere e una sorella handicappata. Con i genitori non avrebbe mai avuto un buon rapporto: Sarebbe proprio la difficile situazione familiare, a detta delle stesse fonti, la base dello squilibrio mentale del giovane». Se sia o meno realmente lui lo sfregiatore di Roma non se ne saprà mai nulla. E, l’intera faccenda, si farà con il tempo nebulosa, fino a divenire una sorta di leggenda metropolitana: la leggenda di Jack Lametta.

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  • Laureata in DAMS, ha scritto di cinema per diverse testate cinematografiche. Ha esplorato il mondo della comunicazione in tutte le sue sfaccettature, occupandosi anche di eventi, copy writing e web marketing. La passione per i cold case, l'ha condotta ad approfondire la cronaca nera della capitale.

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