Da Palm Beach alla “biblioteca” del Dipartimento di Giustizia Usa, passando per Little St. James, Ghislaine Maxwell, le suggestioni di Aleister Crowley e tre e-mail che, dagli Stati Uniti, puntano dritte su Perugia, Giuliano Mignini, il Mostro di Firenze e il suicidio di Francesco Narducci.

Jeffrey Epstein.
Cominciamo dalla fine, perché è sempre lì che si misura quanto un sistema sia disposto davvero a farsi guardare dentro. 31 gennaio 2026. Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti annuncia di aver pubblicato “l’ultimo lotto” degli Epstein files: circa tre milioni di nuove pagine che si aggiungono ai milioni già online, più centinaia di migliaia di foto e video. È l’adempimento formale dell’Epstein Files Transparency Act, la legge che impone al governo federale di scoperchiare l’intero archivio su Jeffrey Epstein e il suo traffico di minorenni.
Sul sito ufficiale compare una sezione dedicata, la Epstein Library. È un motore di ricerca interno in cui si possono digitare parole, nomi, luoghi, e ottenere in risposta una selva di PDF, immagini scansionate, trascrizioni. Sembra Google, ma con una precisazione che vale più di qualsiasi slogan: lo stesso Dipartimento avverte che i risultati potrebbero non essere completi o accurati, perché molti documenti sono solo immagini o sono stati oscurati a pezzi.
Vale la pena ricordare che cosa sia questo Dipartimento di Giustizia, il DoJ. È l’equivalente americano del nostro Ministero della Giustizia, solo moltiplicato per cento: governa le procure federali, controlla l’FBI e altri organismi investigativi, detta la linea della politica criminale nazionale. È il DoJ che nel 2007 ha benedetto il patteggiamento di Miami, regalando a Epstein 13 mesi scarsi invece di un processo federale pieno; ed è sempre il DoJ che oggi prova a rifarsi una verginità riversando online milioni di pagin
L’inizio: l’insegnante senza laurea che impara a usare i ricchi
e, come a dire: guardate, non nascondiamo più niente. Dentro quell’archivio, negli ultimi giorni, per chi in Italia vive di casi irrisolti, sono riaffiorati tre nomi familiari: Meredith Kercher. Giuliano Mignini. Mostro di Firenze.
Tre e-mail, scritte dal giornalista americano Edward Jay Epstein e indirizzate a Jeffrey Epstein, in cui il delitto di Perugia viene passato ai raggi X, infilato in una lista di “grandi casi controversi” accanto a Jack lo Squartatore e Lincoln, e infine collegato – con un parallelo feroce – al vecchio contenzioso sul suicidio di Francesco Narducci e alla pista di una “setta satanica segreta”. Per capire che cosa significano davvero quelle e-mail, bisogna rifare la strada dall’inizio. E l’inizio, prima ancora di Little St. James, sta a Brooklyn.
Jeffrey Edward Epstein nasce nel 1953 a Brooklyn, quartiere di Coney Island. Famiglia modesta, niente Ivy League nel curriculum. A metà anni Settanta ottiene un posto come insegnante di matematica e fisica alla Dalton School, un liceo privato di Manhattan dove il biglietto d’ingresso non è solo la retta ma il cognome. Epstein non ha i titoli per stare lì, eppure ci sta. È già un primo segnale: in certi ambienti l’unico esame che conta è quello delle relazioni.
In classe ha figli di banchieri, manager, avvocati. Uno di loro è legato ai vertici di Bear Stearns, banca d’investimento newyorkese. Quando lascia la scuola, Jeffrey approda proprio lì: comincia nel trading, poi scala più in alto. Impara abbastanza di finanza da capire due cose. La prima: non sarà mai il genio dei numeri, ma non gli serve. La seconda: il vero potere non è possedere, è gestire i soldi degli altri.
A metà anni ’80 lascia Bear Stearns e fonda la sua società, Financial Trust. Il numero dei clienti dichiarati è esiguo, ma tra questi c’è un nome che da solo basta a cambiare una vita: Leslie Wexner, fondatore di L Brands, l’impero che controlla – fra gli altri – Victoria’s Secret. Wexner non gli affida solo qualche investimento: gli consegna un potere di firma quasi illimitato. Epstein ottiene il controllo di asset immobiliari, conti, società. È grazie a Wexner che entra in possesso del palazzo privato più grande di Manhattan, la townhouse di East 71st Street che diventerà il teatro principale della sua doppia vita.
Il profilo criminologico è già tutto lì: un outsider senza titoli che, grazie a pochi sponsor molto potenti, diventa insider assoluto, poco controllato e difficilmente sindacabile. Il curriculum diventa una narrazione: nessuno chiede più i dettagli, basta l’aura.
Palm Beach: i “massaggi” e il primo fascicolo che poteva chiudere la storia
Il 15 marzo 2005 una madre di Palm Beach porta la figlia quattordicenne in una stazione di polizia. Racconta che un’amica l’ha portata a casa di un miliardario, che l’uomo si è spogliato, le ha chiesto un “massaggio” e poi l’ha costretta a toccarlo. In cambio, 300 dollari. Gli investigatori iniziano a scavare. In poche settimane trovano una dozzina di ragazze, forse più di trenta. La storia è sempre la stessa: Epstein paga le ragazze più grandi, sedici, diciassette anni, perché vadano da lui. Poi dice loro che se porteranno qualcuna più giovane guadagneranno di più. È una piramide di carne: le vittime di ieri diventano reclutatrici domani.
Nel 2006 la polizia raccomanda l’incriminazione di Epstein per molteplici reati sessuali contro minori. Il procuratore statale Barry Krischer, però, invece di portare tutto in aula, porta il caso a un grand jury. Da 32 capi d’accusa potenziali si scende a uno solo, “sollecitazione di prostituzione”. Non “abuso di minore”, non “traffico”: prostituzione. La parola che sposta la colpa sulle ragazze e alleggerisce l’uomo. Il capo della polizia di Palm Beach si arrabbia, scrive una lettera durissima, parla apertamente di trattamento di favore. È un momento in cui la giustizia statale sembra aver già fallito. E allora entra in gioco l’FBI. L’indagine federale, battezzata Operation Leap Year, fotografa con più chiarezza il pattern: episodi seriali, viaggi interstatali, rete di fiancheggiatori, prove documentali. È il caso ideale per montare un capo d’accusa federale da manuale: sex trafficking e conspiracy. Per qualche mese sembra che il sistema stia per fare il suo dovere.
Il patto di Miami: 13 mesi per comprare dodici anni
Quando il fascicolo arriva sulla scrivania di Alexander Acosta, procuratore federale a Miami, ha tutto per essere un atto d’accusa devastante. Invece, nel 2007, succede l’impensabile. Si negozia un Non Prosecution Agreement: un patto che chiude l’inchiesta federale in cambio di una dichiarazione di colpevolezza su due reati statali di prostituzione, uno dei quali riguardante una minore.
Sul NPA c’è scritto, in burocratese, che il governo federale “non procederà” nei confronti di Epstein per i reati emersi dall’indagine, se lui accetta l’accordo. Nello stesso testo si precisa che la non‑prosecution riguarda anche “co‑conspirators, named and unnamed”: complici nominati e non nominati. Non solo: il patto viene tenuto segreto rispetto alle vittime, in violazione della legge che impone al procuratore di consultarle per ogni accordo così rilevante.
Epstein finisce in un carcere di contea per 18 mesi, ne sconta 13. Ma è un carcere a porte girevoli: grazie a un programma di “work release” il detenuto può uscire fino a dodici ore al giorno, sei giorni su sette, per andare nel suo ufficio. Torna in cella a dormire. Deve registrarsi come sex offender, certo, ma per il resto la sua vita – soldi, case, contatti – resta intatta. Quando anni dopo, nel 2020, l’Office of Professional Responsibility del DoJ valuterà il comportamento di Acosta, parlerà di “poor judgment”, scarso giudizio, ma non troverà violazioni disciplinari. Tradotto: per lo Stato americano, la scelta è stata pessima ma non punibile. Per le vittime, è stata piuttosto chiara: il sistema ha deciso che quell’uomo non si doveva toccare. Sul piano criminologico, questo è il momento chiave. Un predatore seriale che sopravvive al primo grande fascicolo (e ci sopravvive così) non diventa più cauto. Diventa più audace. Capisce che il perimetro delle sue azioni è molto più largo di quanto temesse.
Maxwell, i jet, l’isola
Dopo il patteggiamento, Epstein non sparisce. Al contrario. Continua a volare tra Manhattan, Palm Beach, Parigi, New Mexico e soprattutto Little St. James, l’isola privata nelle Virgin Islands. È lì che molte sopravvissute collocano gli abusi peggiori: ragazze quattordicenni, quindicenni, sedicenni portate su un’isola da cui non puoi scendere se non con l’aereo o la barca di chi ti ha portato lì.
Al suo fianco, quasi ovunque, c’è Ghislaine Maxwell: figlia del magnate dei media Robert Maxwell, sangue blu, educazione da élite, accento da salotto londinese. Le testimonianze la descrivono come l’architetto sociale del sistema: è lei che trova ragazze, che le “prepara”, che partecipa ai primi “massaggi”, che insegna loro a non dire no, che suggerisce di portare un’amica “così guadagni un po’ di più”.
È in questo mondo che iniziano ad affiorare i simboli. Little St. James ha un piccolo edificio quadrato, affacciato sul mare, con una cupola che un tempo era blu e oro, oggi è spoglia. Sulle piastrelle interne si intravedono motivi geometrici, pavimenti a scacchi. Alcune foto della biblioteca personale di Epstein mostrano scaffali con testi di occultismo, edizioni di pregio su Aleister Crowley e sull’ordine magico da lui fondato, Thelema.
Chi era Crowley? Inglese, nato nel 1875, poeta, alpinista, esoterista, per decenni etichettato dalla stampa come “l’uomo più malvagio del mondo”. Fonda una religione/filosofia, Thelema, centrata su una legge semplice e devastante: “Do what thou wilt shall be the whole of the Law”, fai ciò che vuoi sia tutta la Legge. Nelle sue logge si pratica magia cerimoniale, sesso rituale, consumo di droghe; si mira a liberare l’individuo da ogni morale cristiana, a far emergere la “vera volontà” dell’adepto.
Crowley usava simboli, numeri, pose, per fare una cosa: smontare il senso di colpa attorno al desiderio. Non è difficile vedere perché un uomo come Epstein potesse essere attratto da quella estetica. Ma è importante una cosa: gli atti dei tribunali americani non parlano di messe nere. Parlano di ragazze minorenni in stanze d’albergo, in ville, su un’isola. Parlano di biglietti aerei, prelievi di contante, pagamenti per “massaggi”.
Il rischio, a forzare la mano sulle analogie esoteriche, è di fare un favore alla difesa: spostare tutto nel campo del mito, dove ogni cosa è possibile e nulla è dimostrabile. L’esoterismo, qui, è il contesto culturale, non la prova materiale. La sostanza resta il reato comune più antico del mondo: un uomo di potere che usa il corpo dei vulnerabili come proprietà.
Il ritorno dell’FBI: dal “Perversion of Justice” all’arresto del 2019
Per dodici anni, dal 2007 al 2019, Epstein vive in una zona grigia: sulla carta sex offender, nella pratica uomo che continua a ricevere in casa scienziati, Nobel, banchieri, accademici, politici, star. Nessuno fa domande troppo dirette; quasi tutti scelgono la versione più comoda: “Se fosse davvero così pericoloso, non sarebbe in giro”. Nel novembre 2018, il Miami Herald pubblica un’inchiesta in tre parti, “Perversion of Justice”. Il giornale ricostruisce nel dettaglio il patteggiamento del 2007, intervista decine di vittime, mostra come l’FBI avesse documenti per un caso federale esplosivo e come il NPA abbia neutralizzato tutto, proteggendo anche i complici.
L’effetto è devastante. Il Dipartimento di Giustizia apre un’indagine interna su Acosta, il Congresso chiede spiegazioni, le vittime, ora adulte, portano nuove cause civili. L’FBI riapre il fascicolo, questa volta a New York. Il 6 luglio 2019 Epstein atterra a Teterboro sul suo jet privato. Ad aspettarlo ci sono gli agenti federali. Lo arrestano con l’accusa di sex trafficking e conspiracy to commit sex trafficking: non più clienti occasionali, ma rete organizzata. Nella sua casa di Manhattan sequestrano migliaia di fotografie, filmati, dischi rigidi, montagne di contanti, passaporti multipli, diamanti. È l’immagine plastica di un uomo che non si aspettava una vecchiaia tranquilla. Il giudice federale gli nega la libertà su cauzione. Troppo rischioso, troppo ricco, troppi precedenti. Sembra finita.
Come è morto davvero Jeffrey Epstein
Il primo allarme sulla sua fragilità scatta il 23 luglio 2019: le guardie trovano Epstein riverso sul pavimento della cella, nel reparto di isolamento del Metropolitan Correctional Center, con il collo segnato da un lembo di lenzuolo. Non è chiaro se sia stato un tentativo di suicidio o un’aggressione del compagno di cella, ma il risultato è lo stesso: viene messo in suicide watch, sorveglianza a vista, per poco più di 24 ore, poi spostato in osservazione psicologica e infine riportato nella Special Housing Unit (SHU), il braccio di isolamento dove sono rinchiusi i detenuti più delicati.
I protocolli interni del carcere, confermati poi dal Dipartimento di Giustizia, dicono due cose chiare: un detenuto a rischio come lui non deve restare mai solo in cella e va controllato fisicamente almeno due volte all’ora. La notte tra il 9 e il 10 agosto succede esattamente il contrario. Il compagno di cella di Epstein viene trasferito via il 9 agosto, con un’operazione “di routine”, e nessuno lo rimpiazza, nonostante una psicologa del carcere avesse scritto nero su bianco che non doveva restare da solo dopo il precedente episodio.
Quella notte in SHU sono di turno due agenti: Tova Noel e Michael Thomas. Uno è al quinto giorno consecutivo di straordinari, l’altro sta facendo il secondo turno di otto ore nella stessa giornata. Nel giro di poche settimane emergerà che, invece di fare i controlli ogni 30 minuti, i due hanno passato ore a navigare su internet, fare acquisti online, guardare video, e in almeno un tratto della notte si sono addormentati entrambi, a meno di cinque metri dalla cella di Epstein.
I registri, però, raccontano un’altra storia: colonne ordinate di firme, come se i giri fossero stati fatti puntualmente. Quando, alle 6.30 del mattino del 10 agosto 2019, uno dei due finalmente si alza a fare il giro, trova Epstein in ginocchio, proteso in avanti, con un cappio fatto di lenzuolo arancione legato alle sbarre della branda superiore. Scatta l’allarme, arrivano i colleghi, si prova una rianimazione disperata. Troppo tardi.
Il medico legale di New York, Barbara Sampson, dopo l’autopsia stabilisce che la causa di morte è impiccagione e la modalità è suicidio. Il referto indica però anche alcune fratture al collo, compreso l’osso ioide, e questo basta a tenere in vita per anni l’ipotesi opposta. Il patologo Michael Baden, consulente ingaggiato dal fratello di Epstein e presente all’autopsia, sostiene pubblicamente che quelle rotture sarebbero “molto più compatibili con uno strangolamento omicida che con un suicidio per impiccagione”.
Sampson replica punto per punto: le fratture all’ioide possono verificarsi anche nei suicidi, soprattutto in uomini anziani; il suo ufficio, dice, ha valutato non solo l’autopsia ma anche la scena, le testimonianze, i video disponibili, e “resta fermamente convinto” della conclusione di suicidio. Nel novembre 2019 i due agenti di custodia vengono incriminati per falso in atto pubblico: l’accusa è di non aver fatto i controlli e di aver poi falsificato i registri per coprire le ore di sonno e di shopping online. Nel 2021 Noel e Thomas ammettono di aver falsificato i registri e ottengono un accordo di deferred prosecution: niente carcere, 100 ore di lavori socialmente utili, obbligo di collaborazione con l’inchiesta interna del DoJ.
A chiudere, almeno sulla carta, è il rapporto dell’ispettore generale del DoJ, Michael Horowitz, uscito nel 2023. Il documento parla di “combinazione di negligenza, cattiva condotta e gravi fallimenti di prestazione” da parte del Bureau of Prisons, elenca una serie impressionante di errori (nessun compagno di cella, lenzuola in eccesso, controlli saltati, un agente sveglio da 24 ore, telecamere in tilt), ma conclude che non ci sono prove di omicidio né tracce di altre persone entrate in cella nel periodo critico.
Epstein, insomma, muore in un buco nero fatto di stanchezza, strafottenza e protocolli ignorati. Per alcuni, questo è già abbastanza per parlare di omicidio di Stato per omissione. Per altri, finché gli atti ufficiali dicono suicidio, la verità resta quella. Quel che è certo è che, in un carcere che avrebbe dovuto essere l’ultimo posto sicuro d’America, l’uomo che non doveva più avere segreti è riuscito a portarsene via parecchi nella tomba.
La vendetta delle carte: l’“Epstein Files Transparency Act”
Morto l’uomo, restano i file. Le vittime, i loro avvocati, giornalisti d’inchiesta e alcuni parlamentari non si accontentano delle poche centinaia di pagine emerse nei processi. Vogliono tutto: i report interni, gli scambi di e-mail tra procuratori, le note degli investigatori, le trascrizioni integrali delle audizioni. È così che nasce, nel 2025, l’Epstein Files Transparency Act: una legge federale che obbliga il Dipartimento di Giustizia a desecretare “l’intero archivio rilevante” sul caso, con le sole eccezioni necessarie a proteggere le vittime e alcune fonti d’intelligence.
Da quel momento in poi, il DoJ comincia a pubblicare tranche successive di materiali: prima qualche migliaio di pagine, poi decine di migliaia, infine la colata da tre milioni a inizio 2026. Parallelamente nascono siti indipendenti che scaricano, indicizzano, riorganizzano: motori di ricerca tematici, archivi paralleli, esploratori grafici delle email. Il risultato è duplice. Da un lato, chiunque – con un minimo di dimestichezza – può verificare se un certo nome compare in un atto, in un volo, in una rubrica. Dall’altro, la mole e l’imperfezione tecnica dell’archivio creano una nuova giungla: file scansionati male, link che non funzionano, pdf caricati senza il frontespizio, redazioni sbagliate che espongono dati sensibili delle vittime, poi ritirati in fretta e sostituiti. È in questo ambiente che nascono le “liste” virali, le mappe, le presunte scoperte sui social. È anche qui che spunta la pista italiana che ci interessa.
L’Italia negli Epstein files: voli, rubrica, politica
Che Epstein avesse rapporti con l’Europa è noto da tempo. I registri di volo del suo aereo privato riportano decine di tratte verso Londra, Parigi, Madrid. Non mancano riferimenti anche al nostro Paese: Milano, Roma, Rimini compaiono in alcune liste di destinazioni. L’agenda sequestrata anni fa al maggiordomo Alfredo Rodriguez, poi ribattezzata “black book”, contiene circa 40 contatti italiani. Fra questi spunta anche Flavio Briatore, che ha spiegato di aver conosciuto Epstein a una festa a Saint‑Tropez organizzata da Naomi Campbell, e di non aver avuto con lui rapporti successivi rilevanti.
Negli ultimi lotti di file sono emerse mail in cui, parlando di geopolitica europea, Jeffrey Epstein e vari consiglieri – fra cui Steve Bannon – citano nomi di politici italiani come Matteo Salvini, Giuseppe Conte, Silvio Berlusconi, Mario Draghi. Qui il contesto è quello delle analisi politiche: chi sale, chi scende, chi è utile a quale agenda. Non ci sono, in queste carte, accuse di coinvolgimento diretto di questi soggetti nello sfruttamento sessuale o nel traffico di minori. Essere nella rubrica di Epstein, volare sul suo aereo, comparire in un’e-mail di scenario non equivale a essere un suo complice. Dice però in quale cerchio si muoveva il predatore: non nei bassifondi, ma nelle stanze dove si decidono capitali, accademie, linee politiche.
Meredith Kercher entra in scena: le tre e-mail di Edward Jay Epstein
Il quadro cambia quando, nei dataset indicizzati degli Epstein files, qualcuno digita “Kercher”. Il Corriere dell’Umbria lo fa e trova tracce precise: almeno tre mail in cui il caso di Perugia finisce al centro della corrispondenza fra Edward Jay Epstein – il giornalista, non parente di Jeffrey – e lo stesso Jeffrey.
La prima mail è un elenco. Edward propone a Jeffrey un progetto: una sorta di “atlante dei grandi crimini controversi” della storia moderna. In lista mette tutto: l’assassinio di Lincoln, Jack lo Squartatore, il caso Strauss‑Kahn, l’omicidio di Yara Gambirasio, e l’omicidio di Meredith Kercher. È un canone del mistero, una galleria di delitti che hanno diviso opinioni pubbliche e tribunali su più continenti.
In un’altra mail Meredith figura negli “annali dei crimini irrisolti” che il giornalista vuole utilizzare come base per libri, documentari, forse podcast. Non è un dettaglio per noi: per un osservatore americano esperto di intelligence e processi mediatici, Perugia sta su quello scaffale. Non nella cronaca nera di provincia, ma nella sezione “grandi enigmi giudiziari”. La terza mail è quella più tagliente. È datata 2012, riportata come inviata alle tre del mattino: Edward Jay Epstein scrive un lungo memo a Jeffrey in cui ripercorre le tappe dell’inchiesta e dei processi sul delitto Kercher. Cita i rilievi scientifici, i cambi di versione, le pressioni mediatiche, le decisioni di primo e secondo grado. E poi fa un collegamento diretto con il passato di Perugia: il caso Mostro di Firenze.
Scrive che il procuratore Giuliano Mignini, responsabile del fascicolo perugino assieme alla collega Manuela Comodi, aveva già raggiunto “notevole notorietà” in Italia al tempo delle indagini sui duplici omicidi in campagna, quando aveva “tentato di collegare il suicidio di un medico perugino, Francesco Narducci, a una setta satanica segreta”. A suo dire, quella pista non avrebbe retto nel dibattimento. Secondo il giornalista, Mignini avrebbe replicato lo schema a Perugia, proponendo uno scenario di “orgia satanica degenerata” in cui Amanda Knox, Raffaele Sollecito e Rudy Guede si sarebbero recati insieme nel casolare di via della Pergola, avrebbero provato a costringere Meredith a un rapporto sessuale di gruppo, avrebbero abusato di lei a turno per poi ucciderla con una serie di colpi di coltello, con Amanda nel ruolo di “diavolessa” istigatrice. Edward rileva come, per quattro anni, questa narrativa sia stata la colonna vertebrale dell’accusa.
Poi ricorda che la Corte d’Appello di Perugia ha annullato le condanne di Amanda e Raffaele, mettendo per iscritto che “le accuse di omicidio e violenza sessuale non erano corroborate da alcun elemento oggettivo”, e che il quadro probatorio non superava la soglia del ragionevole dubbio. Da qui la sua conclusione, durissima: se le prove non avessero retto, lo scenario dell’orgia satanica sarebbe stato “inventato dal nulla dai pubblici ministeri”.
La mail successiva contiene un articolo che Edward aveva pubblicato su Huffington Post, in cui ribadisce la sua tesi: la colpa dell’omicidio ricadrebbe unicamente su Rudy Guede; Amanda e Raffaele sarebbero rimasti intrappolati in un teorema accusatorio costruito male a partire da una lettura sbagliata della scena del crimine. Al di là del merito – che qui non si rianalizza, dopo anni di sentenze e ricorsi fino alla Cassazione – il dato nuovo è questo: nei file privati di Jeffrey Epstein, il nome di Mignini compare associato a due concetti precisi, “Mostro di Firenze” e “setta satanica”.
Culti, Thelema, satanismo: l’arma a doppio taglio
È qui che Epstein, Crowley, Mignini, il Mostro e Meredith si incontrano in una grammatica comune. L’idea del culto – che sia Thelema, una setta agricola come il Forteto, un gruppo di adoratori del diavolo in provincia, o la “setta segreta” che aleggia da decenni sul Mostro – funziona sempre allo stesso modo: offre una spiegazione totale dove la realtà è troppo frammentata.
In alcuni casi il culto c’è davvero, e negarlo sarebbe criminale. La comunità Il Forteto, in Toscana, per quarant’anni è stata presentata come fattoria modello e luogo di accoglienza, mentre sentenze penali e una commissione regionale hanno poi certificato abusi sessuali, maltrattamenti, manipolazioni sui minori affidati. Lì la dinamica settaria – leader, dogmi deviati, isolamento, distruzione dei legami familiari – è provata. In altri casi il culto diventa un miraggio. Nella vicenda dei Diavoli della Bassa modenese, per esempio, la ricerca di riti satanici e sacrifici umani nei cimiteri ha prodotto processi rovinati da testimonianze indotte, nessun corpo, nessuna prova fisica di omicidi, condanne poi ridotte alla sfera degli abusi domestici. Il “panico satanico” ha fatto danni veri. Spostando lo sguardo su Epstein, il rischio è identico.
Da un lato abbiamo uno scenario che, esteticamente, sembra partorito da un manuale di occultismo: tempietto su un’isola, pavimenti a scacchi, libreria crowleyana, uomini di potere immortalati in compagnia di ragazze troppo giovani. Dall’altro, abbiamo atti di tribunale che parlano di voli, soldi, minori, vessazioni psicologiche, minacce. Se prendiamo solo il primo livello e ci costruiamo sopra un grande racconto di logge e riti, facciamo un favore a chi domani vorrà relegare tutto nel folklore. Se prendiamo solo il secondo e ignoriamo che certi predatori si nutrono proprio di culture che legittimano il desiderio del più forte come legge assoluta, ci perdiamo un pezzo del contesto.
La verità, come al solito, sta nel tenere assieme i due piani senza confonderli: Epstein non ha bisogno di essere un adepto formale di Thelema per incarnarne lo spirito; non serve che abbia officiato messe nere per riconoscere, nei suoi atti, l’idea crowleyana più pericolosa di tutte, quella secondo cui l’altro esiste per soddisfare la tua volontà.
Cresta, dopo milioni di pagine
Alla fine, quando si spengono le luci sugli screenshot, sulle liste, sulle mappe dei collegamenti, restano pochi fatti durissimi. Resta un uomo che, per almeno vent’anni, ha usato denaro, status e accesso per reclutare sistematicamente minorenni, spostandole come pacchi fra Palm Beach, Manhattan, Parigi e un’isola privata. Resta un sistema di facilitatori – Ghislaine Maxwell in testa – che ha funzionato come una vera impresa criminale, con ruoli, premi, punizioni, coperture. Resta un apparato istituzionale – polizia locale, procuratori statali, procuratori federali, Dipartimento di Giustizia, FBI – che per anni ha avuto elementi sufficienti per fermarlo e non l’ha fatto, o l’ha fatto male, accontentandosi di un patteggiamento opaco in un carcere di contea.
Resta un archivio pubblico, la Epstein Library, che ci mette davanti allo specchio: ci chiede se sappiamo ancora leggere gli atti o se preferiamo navigare a vista fra i fantasmi. E resta, dentro tre e-mail notturne, lo sguardo di un giornalista americano che usa i nostri errori, veri o presunti, come monito: la tendenza di una parte della giustizia italiana a spiegare ciò che non capisce con la parola “setta satanica”, sacrificando talvolta il metodo alle metafore.
Jeffrey Epstein è morto in una cella che non doveva mai smettere di guardarlo. I suoi file, adesso, guardano noi. Misurano quanto siamo disposti a sporcarci le mani con tabulati, sentenze, relazioni tecniche, invece che con l’ennesima storia di demoni comodi a tutti. Perché il male, quasi sempre, non ha bisogno di riti. Gli basta che, uno dopo l’altro, quelli che dovrebbero fermarlo scelgano di voltarsi dall’altra parte.




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