La Falange Armata, l’omicidio Scopelliti e un fucile basco

Scritto da: Giovanni Spinosa, Giorgio Mezzetti
28 Aprile 2025

Nel 2018 il collaboratore di giustizia Maurizio Avola fa ritrovare un fucile che, a suo dire, corrisponde a quello utilizzato per l’omicidio di Antonino Scopelliti. Un fucile particolare, che rimanda a un contesto ancora tutto da esplorare e che unisce gli ordinovisti veneti, la mafia, la ‘ndrangheta, la Falange armata e il terrorismo internazionale…

L’auto del giudice Antonino Scopelliti subito dopo l’attentato del 9 agosto 1991.

Riunione del comitato di reggenza del Fronte Europeo Rivoluzionario – Ratisbona 17 agosto 1969; la parola a Franco Freda: «Entrambi [destra e sinistra, N.d.A.] vogliamo realizzare ciò che deve essere realizzato: arrivare sino alla foce. Se per noi giungere alla foce significa aver compiuto solo una parte del viaggio, mentre per costoro segna il termine del viaggio (o l’apertura di direzioni diverse), ciò non toglie che il viaggio lungo il fiume debba essere per entrambi compiuto e che le correnti debbano essere da entrambi superate. Ciò assume per gli uni e per gli altri i caratteri di una identica certezza, che a entrambi impone l’esigenza di una leale strategia di lotta comune: senza confusione di ranghi e di ruoli, ma nella considerazione della propria identità».

La centralità del pensiero di Freda

Per capire la Falange Armata (d’ora in poi, F.A.) bisogna partire da questi concetti che Freda coniugherà anche nei documenti del Fronte Nazionale da lui costituito, informalmente, il 21 dicembre 1990 e, ufficialmente, il 12 gennaio 1991. Tale organizzazione sarà sciolta il 9 novembre 2000 per essere accertato che si tratta di «un’organizzazione avente tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione razziale».

La F.A., organizzazione palesemente coordinata – non necessariamente diretta – da figure annidate nei gangli dello Stato, riassume le parole di Freda nella formula «convenzione strategica unitaria e compromesso politico a termine», in cui la locuzione a termine sostituisce la foce di cui si legge nell’intervento del 1969.

Franco Freda durante il processo di Catanzaro.

La presenza di organizzazioni ispirate al “sovranismo razzista” degli ordinovisti veneti emerge con tutta evidenza nei comunicati diramati dalla F.A. nella prima fase dell’organizzazione e, in particolare, in quelli relativi alla strage del Pilastro (Bologna, 4 gennaio 1991). Nell’occasione viene anche annunciata una direttiva a livello nazionale che arriverà al termine di attacchi che vengono promessi a Verona e/o Vicenza. Effettivamente, dopo l’omicidio dei coniugi Fioretto (Vicenza, 25 febbraio 1991) viene licenziato il comunicato-direttiva che fissa gli obiettivi dell’organizzazione: nel settore politico-giudiziario-finanziario, la scomparsa dell’attuale classe dirigente; in quello carcerario la fine della legge Gozzini, pratica giudicata ipocrita e divisiva.

L’irruzione dell’euroterrorismo nella Falange Armata

Fissati gli obiettivi di fondo, la seconda fase della F.A. è funzionale alla «classificazione degli strumenti che potevano collegarsi fra loro e con le loro capacità sia tattiche che politiche che militari a disposizione di ciascuna componente considerata» (comunicato del 2 febbraio 1993). In parole più semplici è la fase della scelta delle alleanze, ossia dell’«intesa con altri gruppi fratelli in Italia e in Europa» (comunicato del 1° maggio 1991).

In questa fase permangono le azioni e le parole intrise di razzismo, ma irrompono nello scenario falangista anche le organizzazioni dell’euroterrorismo. La prima a palesarsi è la RAF (organizzazione terroristica tedesca) con un comunicato del 4 aprile 1991 minuziosamente modellato sulle precedenti azioni della F.A.; il 18 aprile c’è un riferimento anche ad Action Directe (organizzazione terroristica francese).

La presenza dell’ETA si manifesta per la prima volta nella notte fra il 27 e il 28 maggio 1991, quando tre ordigni esplosivi provocano gravi danni a tre sedi spagnole a Roma. L’attentato era stato annunciato da un “appuntamento a Roma” dato dalla Falange Armata dopo l’omicidio dell’ingegnere Dazzi (Marina di Massa, 15 maggio 1991). L’attentato romano è rivendicato dall’ETA, che parla dell’assistenza ricevuta dalla Falange Armata (comunicato 28 maggio 1991) e confermato dalla Falange Armata stessa.

L’omicidio Mirri fra Uno Bianca e ETA

Il 1° giugno 1991, la F.A. si dice costretta ad «alzare il tiro… Azioni cruente saranno condotte a Roma, nuovamente alla Regione Emilia Romagna». La RAF, il giorno successivo, si associa al comunicato della F.A. Il 7 giugno c’è un contrattempo perché, secondo un comunicato della F.A. «Formazione spagnola contro gli interessi spagnoli dichiara la sua volontà di colpire ancora in Italia, sempre in collaborazione e l’assistenza tecnica e logistica della Falange Armata Italiana».

Nella notte fra il 9 e il 10 giugno vengono colpite le sedi del Collegio di Spagna a Bologna e l’ingresso della sede dell’Iberia a Milano. L’attentato è rivendicato da un comunicato congiunto dell’E.T.A. e della F.A., concluso con un eloquente “muchas gracias”.

Articoli dell’epoca. Quotidiano l’Unità, 12 giugno 1991.

Il 17 giugno un comunicato della F.A., letto da un portavoce con accento spagnolo, dice finito il «periodo interlocutorio finalizzato alla strutturazione politica e organizzativa su scala europea della nostra formazione» e si dice pronta a colpire per cui ha voluto avvertire. Il 19 giugno viene assassinato Graziano Mirri (uno dei delitti della Uno Bianca) e il 22 giugno una bomba la cui esplosione era programmata alle 07.00 del mattino, a Roma, in via Torino dinanzi a un’agenzia viaggi spagnola, viene fortunosamente notata nel corso della notte e disinnescata da un robot. Le due azioni vengono rivendicate da due comunicati separati, ma entrambi diretti contro il senatore Gualtieri, in cui quel che conta non è tanto il contenuto della rivendicazione, ma l’analoga direzione dell’attacco verbale che riporta all’annuncio congiunto dei due attentati lanciato sin dal 1° giugno.

La Falange Armata e l’ETA verso l’omicidio Scopelliti

L’inizio del mese di agosto del 1991 è dedicato al magistrato Antonino Scopelliti il magistrato calabrese che avrebbe dovuto sostenere, il 30 gennaio 1992, l’accusa in Cassazione nell’atto finale del maxi-processo contro Cosa Nostra.

Nella notte fra il 2 e il 3 agosto, a Milano, esplodono due bombe contro obiettivi spagnoli. La rivendicazione arriva la notte seguente ed è uno snodo centrale per capire il salto tecnologico che la Falange Armata compirà nei mesi e negli anni successivi: «Quanto la Falange Armata italiana ha dato e dà alla causa dell’ETA spagnola e a quella di altre formazioni estere, tanto, al momento opportuno, tali formazioni hanno dato e daranno sul piano tecnico e operativo alla causa della Falange Armata». Questo comunicato è coerente con quello con cui la RAF, il 4 aprile 1991, aveva aderito all’azione della F.A., impegnandosi ad appoggiarla tecnicamente e militarmente. Il significato più pregnante di questo comunicato si capirà con la morte del giudice Falcone, quando un comunicato del 26 giugno 1992 farà esplicito riferimento al politico spagnolo Carrero Blanco, ucciso proprio dall’ETA con modalità analoghe a quelle della strage Capaci (23 maggio 1992).

Il 4 agosto la F.A. inscena una delle sue abituali pantomime: comunica l’esecuzione di un educatore carcerario, poi, nel corso della stessa telefonata, dice che la notizia è stata smentita. È una prassi che viene abitualmente usata per comunicare che l’obiettivo interpretato dalle vittime degli omicidi a salve viene momentaneamente accantonato perché la F.A. sta per compiere un’azione in un settore diverso.

Il 6 agosto consiglia di non togliere la scorta al giudice Sica; si potrebbe pensare a una minaccia al dr. Domenico Sica, ma, se si riflette sul gusto dell’ironia e del paradosso dei falangisti, si capisce che non è così; sta sardonicamente invitando le istituzioni a tutelare il dr. Sica, perché l’obiettivo è un altro, anche se la parola “giudice” sembra dire qualcosa. Infatti, il seguito del comunicato ci informa che «un gruppo di terroristi venuti dall’estero stanno organizzando e mettendo a punto un clamoroso attentato contro il giudice». Ancora una volta si potrebbe pensare al dr. Sica, ma un comunicato dell’8 agosto introduce un nuovo elemento di riflessione. Si parla di un’intervista del Presidente Cossiga che nulla ha a che vedere con le vicende di cui stiamo parlando, poi, il comunicato termina con un bruciante e decontestualizzato «Giudice Violante per primo è avvisato», in cui la parola importante è, ancora una volta, l’appellativo “giudice” e non il nome Sica o Violante.

Nella notte fra l’8 e il 9 agosto due bombe contenti tritolo vengono disinnescate pochi minuti prima della loro esplosione dinanzi a due obiettivi spagnoli a Roma. Particolarmente significativa è la scelta dell’Ansa di Palermo per la rivendicazione; si ricordi, infatti, il ruolo che era stato riservato al dr. Scopelliti nel maxi-processo palermitano. Il comunicato arriva la mattina del 9 agosto; annuncia altre azioni e richiama il contenuto del comunicato della notte fra il 3 e il 4 agosto.

L’omicidio Scopelliti e le rivendicazioni

Antonino Scopelliti viene assassinato il pomeriggio del 9 agosto 1991. La prima rivendicazione della F. A. arriva alle 9.25 del giorno successivo, sempre all’Ansa di Palermo (un richiamo al comunicato del 9 agosto), ma quella più interessante per capire il ruolo dei falangisti nella vicenda omicidiaria arriva la mattina dell’11 agosto all’Ansa di Roma; la scelta dell’Ansa capitolina certifica che sta parlando il centro politico della F.A. Assume la paternità politica e la responsabilità morale dell’omicidio, senza addossarsi quella militare, come fatto in altre occasioni. Insomma lascia l’onore della responsabilità materiale ad altri.

Antonino Scopelliti.

IL 13 agosto c’è una nuova rivendicazione. La F.A. continua a non assumere la paternità materiale del delitto, ma informa che, tanto per cambiare, il prossimo obiettivo sarà Roma. Alle 2.20 del 16 agosto, infatti, un ordigno esplode davanti alla sede della cultura spagnola a Roma, in via Villa Albani. Le cronache del tempo riferiscono che «l’ordigno usato è lo stesso rinvenuto negli ultimi mesi in altrettanti attentati contro obiettivi spagnoli». L’azione non è stata rivendicata, ma, giunti a questo punto, c’è, forse, bisogno di farlo. Forse che non è, ormai, tutto chiaro?

L’impronta dell’ETA

Nel 2018 un collaboratore di giustizia catanese, Maurizio Avola, ha fatto trovare un fucile che sarebbe stato utilizzato per commettere l’omicidio Scopelliti. Al di là della pertinenza con l’evento delittuoso, il rinvenimento di questo fucile dovrebbe far fare un salto sulla sedia a qualunque investigatore che abbia fatto uno sforzo per conoscere la F.A. L’arma, a leggere le cronache di stampa, sarebbe stata trovata in pessime condizioni e inidonea a prove di sparo. È un’arma rarissima, tanto che per averne una simile e condurre delle prove finalizzate a valutare la sua astratta compatibilità con l’evento omicidiario, la Procura di Reggio Calabria ha dovuto commissionarne un clone alla Beretta.

La cosa importante è che l’arma, un fucile a canna liscia, era prodotta dalla ditta “Zabala Hermanos”, con sede nel comune di Elgeta, nella provincia di Gipuzkoa, sita nella comunità autonoma dei Paesi Baschi. Un’arma basca, più che spagnola; come ha fatto a finire in mano alla mafia catanese? Ma davvero i mafiosi hanno bisogno di armi basche? Per di più per sparare dei normalissimi proiettili a pallettoni, per i quali si può usare un qualunque fucile da caccia? C’è altro da dire per capire che è una firma che ci riporta al coinvolgimento nelle vicende della F.A. di quei terroristi dell’E.T.A. di cui abbiamo appena parlato e che marceranno assieme ai nazisti di Ordine Nuovo verso la foce del fiume?

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  • Giovanni Spinosa in magistratura dal 1981, è stato pretore mandamentale, giudice istruttore e componente della Direzione distrettuale antimafia a Bologna, presidente della sezione penale del Tribunale di Paola, presidente dei tribunali di Teramo e Ancona, dove nel 2021 ha terminato la sua carriera. Ha condotto inchieste su: anonima sequestri sarda; criminalità organizzata; infiltrazioni mafiose a Bologna e in Romagna; doping nello sport e revoca della scorta a Marco Biagi, assassinato nel 2002 dalle Brigate Rosse. È stato titolare delle indagini sui crimini della Uno Bianca, consumati in Emilia-Romagna tra il 1987 e il 1994, caso al quale ha dedicato, nel 2012, il saggio L’Italia della Uno Bianca (Chiarelettere). È inoltre coautore del libro La Repubblica delle stragi a cura di Salvatore Borsellino (PaperFirst 2018).

  • Giorgio Mezzetti da oltre vent’anni è consulente dell’Autorità Giudiziaria. Ha collaborato con più di cinquanta uffici giudiziari di tutto il Paese, da Palermo a Bolzano e con i Monopoli di Stato. Si è occupato di criminalità organizzata e terrorismo, anche in vicende di particolare rilievo giudiziario, come il caso Black Slot e le indagini sulle Nuove Brigate Rosse.

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