La “Liana dei morti” e la morte di Alex Marangon

Scritto da: Maria Ida Settembrino
3 Ottobre 2024

L’ayahuasca, anche chiamata “Liana dei Morti”, è un infuso di diverse piante conosciuto in Amazzonia per le sue proprietà psicotrope. In Italia il suo uso è vietato, eppure sono diversi i riti sciamanici in cui la bevanda viene assunta per intraprendere un viaggio allucinogeno. Lo stesso da cui Alex Marangon non è mai più tornato.

La cottura dell’Ayahuasca.

Un tortuoso viaggio nella psichedelia

Farsi domande a cui non sempre è possibile dare risposte, alimentare la curiosità verso qualcosa di ignoto che attrae e impaurisce allo stesso tempo. Sono questi gli stati d’animo che potrebbero aver imperversato nella mente di Alex Marangon nel momento in cui ha deciso di spingersi negli abissi tortuosi a cui l’assunzione di una sostanza come l’ayahuasca può condurre.

Marangon è sparito alle 3 di una notte tra il 29 e il 30 giugno 2024, il suo corpo, com’è noto, è stato ritrovato due giorni dopo. Alex aveva partecipato con una ventina di altre persone a una festa new age all’interno dell’Abbazia di Santa Bona di Vidor, in provincia di Treviso.

Alex Marangon.

La liana dei morti

Nel partecipare a quella festa, di una cosa si può essere certi: Alex non aveva intenzione di morire. Chi lo ha conosciuto dice che la sua inarrestabile vivacità lo spingeva, da sempre, a cercare appigli spirituali per sopravvivere alle amarezze della vita e crearsi un passe-partout per l’eternità. Ma allora chi l’ha portato tra le braccia della “Liana degli spiriti” o “Liana dei morti”? È questo il significato letterale del termine aya-wasca in quechua: la lingua degli Incas, ancora largamente parlata nelle Ande.

In questi giorni, come ormai avviene da luglio scorso, gli inquirenti indagano sulla pista sciamanica senza tralasciare alcun elemento. Intanto il corpo del ragazzo continua a “parlare”: oltre all’ayahuasca, nel sangue di Alex sono state trovate in circolo tracce di cocaina. Il quadro investigativo si complica, anche se allo stato attuale nessuna imputazione è stata formulata.

La pista del mix di sostanze allucinogene risultato fatale è l’ipotesi più accreditata presso gli investigatori, secondo i quali dovremmo immaginare un Alex che si allontana “allucinato” e vaga tra i boschi fino a capitolare in acqua. Ma le ferite sul capo fanno immaginare altro. Ed è l’ipotesi dei genitori: Alex che viene inseguito, in preda al panico, a cui non viene data tregua, che viene colpito e che, infine, viene lasciato morire lì dove è stato ritrovato. Quale che sia la verità, qualunque sia la pista da battere, in mezzo c’è sempre lei: La “liana dei morti”.

Rami di Ayahuasca, anche detta “liana dei morti”.

Droga oppure no?

Quando si parla di ayahuasca non si parla di una pianta unica: nell’infuso vengono fatte bollite per diverse ore sia la liana Banisteriopsis caapi che le foglie dell’arbusto Psychotria viridis, in alcune aree sostituito dalla Diplopterys cabrerana. Dimetiltriptammina, Dmt, è invece chiamato l’elemento chimico fonte delle visioni che ne vengono fuori.

La bevanda allucinogena, originariamente consumata in Amazzonia, affascina da sempre tutto il mondo. In Italia il Tar ha stabilito che è una droga e ne ha vietato il consumo. Una sentenza della Cassazione ne aveva autorizzato il consumo, ma nel febbraio 2022 il ministero della Salute ha inserito la sostanza nella lista degli stupefacenti e psicotropi. La Chiesa italiana del Santo Daime, anche conosciuta come Iceflu Italia (Chiesa italiana del culto eclettico della fluente luce universale) ha fatto allora ricorso presso il Tar del Lazio insieme all’associazione Natura maestra, che pure la usa nei suoi rituali. Ma nell’aprile 2023 lo stesso Tar del Lazio ha stabilito che l’ayahuasca è una droga e quindi non può essere utilizzata in cerimonie e riti religiosi. A novembre scorso, il Consiglio di stato ha respinto il ricorso in appello, pur chiarendo che i ricorrenti avrebbero potuto impostare la battaglia su un altro piano: non chiedere la rimozione dalla tabella del ministero, ma un’eccezione per l’uso controllato.

Stéphane Allix e la “parte buona” dell’ayahuasca

Ma c’è chi ipotizza che nell’ayahuasca ci sia una parte buona. Il nostro racconto, a questo punto, si fa puramente ideale perché partiamo dall’assunto non nostro ma di un celebre scrittore, Stèphane Alix che, nel momento della morte del fratello, ha mobili­tato tutte le sue capacità e il suo istinto di giornalista per cercare di far luce sugli enigmi della coscienza umana.

“Attraverso un percorso durato oltre 15 anni – si legge nella prefazione del libro di Allix a cura della Harper Collins – le ricerche mediche e neuroscientifiche esaminate dall’autore, così come gli in­numerevoli fenomeni inspiegabili legati alla morte che ha avuto modo di investigare (espe­rienze di premorte, percezioni extrasensoriali, stati di coma vigile e così via), lo hanno portato a stabilire che la nostra coscienza ha una dimensione spirituale che trascende la mera fisiologia del corpo.

Stéphane Allix. Giornalista, scrittore, per molti anni reporter di guerra nei luoghi più “caldi” del pianeta, dall’Afghanistan al Pakistan.

È forse ciò che i mistici di tante diverse culture chiamano “anima”? Per approfondire questi spunti così entusiasmanti, Stéphane ha deciso di sperimentare in prima persona questa dimensione attraverso percorsi alternativi e pratiche spirituali millenarie come lo sciama­nesimo e la meditazione profonda, e l’uso di sostanze psichedeliche di antichissima tradizione come l’ayahuasca”.

Al di là delle spinte emozionali che potrebbero aver spinto Alex Marrangon verso un viaggio spirituale rivelatosi, suo malgrado, di non ritorno, vero è che gli inquirenti marcano stretti gli sciamani. Al momento, su di loro pesa un atteggiamento deprecabile sotto il profilo della morale, ne sono convinti anche i genitori del ragazzo: una ritrosia nel raccontare ogni dettaglio di quella buia notte.

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  • Lucana, classe 78, vive a Potenza, laureata in Giurisprudenza, avvocato e giornalista professionista. Ha maturato numerose collaborazioni giornalistiche, sia per la carta stampata che per la televisione, occupandosi essenzialmente di cronaca nera e giudiziaria. Esperta in giornalismo investigativo e d’inchiesta, ha collaborato alle investigazioni difensive sul crime-case di Elisa Claps.

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