Alla fine degli anni ’90 il traffico mondiale di ecstasy aveva un padrone ben preciso: i clan israeliani. Secondo Abraham Abramovsky, giurista ed esperto di diritto penale internazionale, utilizzavano immigrati russo-ebrei come corrieri per raccogliere la droga nei laboratori tra Olanda e Belgio e rivenderla in altri continenti. Una mafia sconosciuta che è riuscita, in pochi decenni, a trasformarsi da fenomeno locale di estorsioni e gioco d’azzardo nelle periferie di Tel Aviv a snodo globale dei traffici criminali…
Tra le strade polverose di Tel Aviv degli anni ’80 e i grattacieli scintillanti delle capitali finanziarie europee di oggi, si snoda una storia criminale che racconta l’evoluzione di una delle mafie più sofisticate e meno conosciute al mondo. La criminalità organizzata israeliana non nasce nei vicoli bui della tradizione, ma emerge dalle contraddizioni di una società in rapida trasformazione, dove il boom economico e l’immigrazione di massa creano nuove opportunità per chi sa coglierle, anche al di fuori della legalità.
Le radici nel cemento urbano
Come documenta la ricercatrice Dina Siegel nel suo studio “The Israeli Mafia: A Cultural Journey into Israeli Organized Crime” (Springer, 2024), i primi clan si cristallizzano alla fine degli anni ’70, quando il miracolo economico israeliano crea sacche di povertà e marginalità nelle periferie urbane. Tel Aviv, Netanya, Ashkelon: città che crescono troppo in fretta, dove i legami familiari e comunitari tradizionali si trasformano in strutture criminali moderne.
Il punto di partenza è classico: estorsione, usura, gioco d’azzardo illegale. Ma ciò che rende unica la mafia israeliana è la velocità con cui questi piccoli clan di quartiere si trasformano in reti transnazionali. In pochi anni, dai tavoli da poker clandestini si passa ai laboratori di ecstasy in Olanda, dai prestiti a strozzo locali alle frodi finanziarie da milioni di euro.
I volti di un impero
Ogni grande organizzazione criminale ha i suoi simboli, i suoi “padri nobili”. Nel caso israeliano, questi volti emergono con nettezza dai fascicoli giudiziari internazionali.
Gli Abergil di Ramat Gan costruiscono il loro impero sul traffico internazionale di droga, tessendo alleanze da Amsterdam a Miami. La loro storia è quella di una famiglia che ha saputo trasformare i legami di sangue in una macchina da guerra commerciale, dove la cocaina sudamericana e l’ecstasy europea diventano le merci di un commercio globale.
Zeev Rosenstein, il “padrino israeliano”, rappresenta forse il simbolo più emblematico di questa evoluzione. Negli anni ’90, dal suo quartier generale, orchestrava quello che gli investigatori americani definirono il più grande traffico mondiale di ecstasy. La sua storia si chiude nel 2006 con l’estradizione negli Stati Uniti, ma il suo esempio aveva già ispirato una generazione di criminali 2.0.
Gli Alperon di Tel Aviv, i Domrani di Ashkelon, i Shirazi di Netanya: cognomi che nei dossier delle polizie internazionali sono sinonimi di racket, armi e violenza. Perché se è vero che la mafia israeliana si è globalizzata, non ha mai perso il gusto per i metodi tradizionali: attentati dinamitardi, omicidi mirati, faide sanguinose che insanguinano le strade delle città israeliane.
L’ecosistema del crimine moderno
Il vero genio criminale della mafia israeliana sta nell’aver capito prima di altre organizzazioni come il mondo globalizzato offra opportunità inedite. Il narcotraffico non è più solo questione di rotte e corruzione: è diventato un sistema integrato dove i laboratori olandesi producono ecstasy per il mercato americano, mentre la cocaina sudamericana transita per i porti europei sotto la supervisione di broker israeliani che non sporcano mai le mani.
Le frodi finanziarie e il cybercrime rappresentano la frontiera più avanzata. Quando Europol e OCCRP smantellano la rete franco-israeliana responsabile di un “CEO fraud” da 38 milioni di euro, non stanno inseguendo semplici truffatori. Stanno scoprendo un modello criminale dove la tecnologia, l’intelligence economica e i network internazionali si fondono in un sistema che anticipa i tempi.
Le alleanze europee: quando i mondi si incontrano
L’Europa occidentale diventa il teatro privilegiato di queste alleanze. Nei Paesi Bassi, la mafia israeliana stringe legami con la Mocro-Maffia marocchino-olandese, creando un’alleanza che ridisegna le rotte della cocaina atlantica. Non è più questione di territorio, ma di competenze complementari: gli israeliani portano l’expertise finanziaria e i network globali, i marocchino-olandesi controllano la logistica portuale e la distribuzione locale.
In Francia e Spagna, le collaborazioni si estendono oltre il narcotraffico, abbracciando frodi sofisticate e sistemi di riciclaggio che utilizzano casinò, società immobiliari e piattaforme di import-export come lavatrici di denaro sporco.
Il caso italiano: quando la tecnologia incontra la tradizione
L’Italia rappresenta un caso di studio unico per comprendere come operi la mafia israeliana. Qui non si tratta di radicamento territoriale diretto, ma di qualcosa di più sottile e forse più inquietante: la collaborazione tra competenze diverse.
Le inchieste giornalistiche de L’Espresso sui MaltaFiles del 2017 svelano un mosaico complesso. Al centro c’è Ehud “Udi” Goldshmidt, cittadino israeliano con passaporto tedesco, e i suoi rapporti con il clan Raso-Gullace della Piana di Gioia Tauro. Il terreno di incontro è il gioco d’azzardo online: da una parte la ‘ndrangheta con il suo controllo territoriale e i capitali da riciclare, dall’altra gli israeliani con le loro competenze tecnologiche e i loro network internazionali. La mafia calabrese avrebbe beneficiato delle competenze tecnologiche e delle connessioni internazionali degli israeliani per sviluppare piattaforme di scommesse e per il riciclaggio di capitali.
Piattaforme come Wantedplay Limited e Beproga Limited diventano così il ponte tra due mondi: la mafia calabrese tradizionale e la criminalità high-tech israeliana. Un’alleanza che racconta molto del futuro del crimine organizzato, dove i confini geografici e culturali si dissolvono di fronte alle opportunità di profitto.
Milano, la “snooping gang” e l’intelligence privata
Ma è a Milano che emerge forse il volto più inquietante di queste connessioni. La vicenda della cosiddetta “snooping gang”, indagata dai Carabinieri del Nucleo investigativo di Varese, apre una finestra su un mondo dove criminalità informatica, spionaggio privato e intelligence si confondono.
Nel febbraio 2023, secondo le indagini, Vincenzo De Marzio (ex carabiniere) e l’hacker Nunzio Samuele Calamucci incontrano a Milano due uomini “legati ai servizi segreti israeliani”. L’offerta è da un milione di euro, il prodotto sono dossier illegali, informazioni riservate, vite private trasformate in merce di scambio. Se confermato, questo incontro con soggetti che rappresenterebbero l’intelligence israeliana suggerisce che il dossieraggio possa non essere solo un’attività “privata” o mercantile, ma parte di reti più complesse che usano competenze e risorse di tipo quasi statale
La società Equalize, con sede in Via Pattari, diventa il simbolo di questo nuovo business. L’uso dei dossier, con il rischio di ricatti o pressione su persone di rilievo, e la vendita/proposta di servizio esterno, suggeriscono che ci potrebbe essere una commistione tra attività illegali, spionaggio informale, e affari (anche legali) con il mondo imprenditoriale/politico. Come emerge dalle intercettazioni, il gruppo aveva già “guadagnato 40.000 euro” da operazioni precedenti, suggerendo un mercato consolidato e redditizio.
L’offensiva delle autorità: colpi al cuore dell’impero
Gli ultimi decenni hanno visto un’escalation nella lotta contro la mafia israeliana. L’estradizione di Zeev Rosenstein negli Stati Uniti nel 2006 segna un punto di svolta: per la prima volta, un “padrino” israeliano viene processato e condannato oltreoceano. La sua condanna per traffico di ecstasy diventa un precedente che apre la strada ad altre operazioni.
Nel 2011 tocca agli Abergil, estradati negli USA per narcotraffico e riciclaggio. Nel 2019, l’operazione che smantella la rete franco-israeliana responsabile di frodi da 38 milioni dimostra che nemmeno il cybercrime è un rifugio sicuro. Ma ogni colpo al vertice sembra generare nuove mutazioni. La mafia israeliana ha imparato a sopravvivere decapitando se stessa, sostituendo i boss arrestati con nuove generazioni di criminali ancora più sofisticati e sfuggenti.
Il futuro del crimine organizzato
Oggi, osservando l’evoluzione della mafia israeliana, si legge forse il futuro di tutte le organizzazioni criminali. Nata come racket di quartiere quarant’anni fa, si è trasformata in un attore globale che opera simultaneamente nei vicoli di Netanya, nelle sale trading di Londra, nei server farm dell’Europa orientale e negli uffici milanesi dove si commerciano dossier illegali.
La sua forza non sta più nella violenza bruta, ma nella capacità di adattamento. È una mafia liquida, che si modella sulle opportunità del momento: se il mercato richiede ecstasy, produce ecstasy; se la domanda si sposta sulle frodi finanziarie, si specializza in cybercrime; se il futuro è nell’intelligence privata, costruisce reti di spionaggio.
In questo senso, la mafia israeliana rappresenta un laboratorio criminale dove si sperimenta il futuro del crimine organizzato: meno territoriale, più funzionale; meno violenta, più tecnologica; meno locale, più globale. Un modello che altre organizzazioni stanno già studiando e imitando, rendendo la lotta contro la criminalità organizzata una sfida sempre più complessa e internazionale.
La storia della mafia israeliana, dalle strade di Tel Aviv alle connessioni globali, è così la storia di una trasformazione più ampia: quella di un mondo dove il crimine, come l’economia legale, non conosce più confini e si reinventa continuamente per rimanere sempre un passo avanti a chi lo combatte.




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