La religione come scudo: la nascita di Scientology

Scritto da: Federico Carbone
27 Giugno 2025

Assediato da complotti che esistevano solo nella sua testa, portatore di una verità che veniva ritenuta frutto di una mente malata, Ron Hubbard ebbe un’intuizione: fondare una religione. Ed ecco nascere Scientology, creatura del Maccartismo e della Guerra fredda, retaggio di un mondo che non c’è più. Ma lei c’è ancora…

Ron Hubbard.

Washington, 1955. Un funzionario dell’FBI apre una lettera. Mittente: L. Ron Hubbard. La prima riga è già un urlo. Il tono? Accorato, ansiogeno, scivola presto nella paranoia. Comunisti, psichiatri, spie fiscali. E un tentativo di omicidio con un ago piantato nel cuore. L’agente legge fino all’ultima riga, poi annota secco: “Appears mental”. Fine del fascicolo. Ma non della storia. Perché quella denuncia surreale – un’aggressione invisibile, una cospirazione a più strati – diventerà molto più che una paranoia su carta intestata. Sarà la pietra angolare di un mito. Quello di un uomo che si è sentito sempre braccato, e che proprio da quell’assedio ha tratto la forza per fondare un impero: Scientology.

Un ago nel cuore, il nemico in casa

Los Angeles. Notte fonda. Secondo il racconto fornito dallo stesso Hubbard, un intruso si sarebbe introdotto nel suo appartamento. Nessun segno di scasso, nessuna impronta. Solo lui e l’aggressore fantasma. Dice che è stato stordito, poi che un ago gli è stato “piantato nel cuore per iniettare aria e simulare un infarto”. Come se non bastasse, avrebbe subito anche una scarica da 110 volt. La narrazione si muove tra horror e spy-story.

Quando riapre gli occhi, Hubbard non ha dubbi: sa chi è stato. O meglio, sa chi può essere stato. Perché solo una persona, oltre a lui, aveva le chiavi dell’appartamento: sua moglie, Sara Northrup. L’accusa è pronta. Il movente, pure. Il mostro è in casa. Qualche giorno dopo, Hubbard scrive una lunga lettera all’FBI. Denuncia un complotto: Sara, in combutta con Miles Hollister – giovane comunista e suo amante, secondo lui – voleva farlo internare. “Ho cercato di portarla a Palm Springs per salvarla,” scrive. “Non ha funzionato.” Quell’aggressione sarebbe la prova definitiva che qualcuno voleva metterlo a tacere.

«Frankly, from what has happened, I am not certain I will live through this. If I do not, know that I have only these enemies in the entire world.» – L. Ron Hubbard, lettera all’FBI, 14 maggio 1951

Il racconto parallelo

Ma mentre Hubbard racconta la sua discesa agli inferi, sua moglie sta facendo lo stesso. Solo che la versione è l’opposto. In tribunale, Sara chiede il divorzio. E porta prove. Racconta di essere stata torturata mentalmente e fisicamente. Di essere stata privata del sonno per 96 ore, di essere stata sedata, di aver avuto un collasso. Di aver subito strangolamenti, lesioni. In un caso, dice, Ron le ha causato la rottura di un timpano.

E poi, l’episodio cruciale: la notte tra il 23 e il 24 febbraio 1951. La stessa in cui Hubbard dice di aver subito l’iniezione al cuore. Secondo Sara, quella notte Ron ha rapito la loro figlia di 13 mesi, Alexis. L’ha portata via dalla culla con l’aiuto di due seguaci. Lei ha provato a fermarlo. Lui l’ha costretta, con la forza, a seguirlo fino a Yuma. Ha temuto per la vita della figlia. Ha chiesto che Ron venisse sottoposto a perizia psichiatrica. “Schizofrenia paranoide,” è la diagnosi riportata.

Due verità. O una menzogna

All’FBI arriva tutto. Lettere di Hubbard. Documenti del divorzio. Perizie. Il Bureau sa chi è Ron. E non in senso positivo. Già nel 1951, un agente di Newark lo aveva classificato come “caso mentale”. Quando riceve la lettera dell’iniezione, il commento è sbrigativo. Ironico. Forse persino divertito.

Ma la cosa più importante è che non segue nessuna indagine. Nessuna verifica. Nessuna misura di sicurezza. Il racconto viene archiviato. Hubbard, nel frattempo, riesce a ottenere una ritirata strategica. Sara ritratta le accuse in cambio della figlia. Lui evita conseguenze legali. Il complotto resta, ma solo nella sua testa.

Guerra fredda, mente calda

Per capire perché tutto questo sia cruciale per la costruzione di Scientology, bisogna guardare il contesto. Siamo nell’America del maccartismo, della caccia ai comunisti, delle paure atomiche. Un mondo perfetto per chi vive nella paura. E Hubbard, in quegli anni, è l’incarnazione della paranoia.

Secondo le sue lettere, ha scoperto “le tecniche usate dai russi per ottenere confessioni”. Sa come contrastarle. Vuole aiutare il governo USA. Ma ogni volta che ci prova, ecco un nuovo attacco. Psichiatri, spie, mogli infedeli. È un uomo assediato. O così si racconta.

Il momento è delicato. Dianetics, il suo primo grande successo, è in crisi. La comunità scientifica ridicolizza il libro e le sue teorie. Le fondazioni messe in piedi a supporto del progetto falliscono. Ma invece di rivedere il metodo, Hubbard cerca il nemico. E lo trova: la psichiatria.

La religione come scudo

Nel 1954, alcuni seguaci fondano la prima Chiesa di Scientology in California. È l’inizio della svolta. Hubbard capisce che organizzarsi come religione offre vantaggi: esenzioni fiscali, meno interferenze governative, un’aura di sacralità. Ma soprattutto: protezione. “Così ci difendiamo dai nemici,” confessa ai suoi.

L’iniezione nel cuore – vera o falsa che sia – diventa un archetipo. L’attacco oscuro. Il tentativo di eliminare un sapere pericoloso. Il simbolo della persecuzione. E Hubbard, ormai, parla solo quel linguaggio: persecuzione, attacco, salvezza.

L’ossessione per i medici della mente

Nel 1955, invia all’FBI un’altra lettera. Ancora una volta: psichiatri, comunisti, cospirazioni. Secondo lui, già nel 1950-52, “attacchi da parte di personale psichiatrico con legami comunisti” avevano sabotato Dianetics. Anche stavolta, l’FBI non lo prende sul serio. Il fascicolo viene chiuso con un altro “Appears mental”.

Ma Hubbard non molla. Anzi, raddoppia. Pubblica Brain-Washing, presunto manuale sovietico redatto da Beria. In realtà, lo stile è inconfondibile: è roba sua. In quel libretto, Scientology è definita “la più grande minaccia per il comunismo”. Un endorsement scritto di suo pugno, sotto pseudonimo.

Il culto ha bisogno del nemico

Nelle policy di Scientology, il messaggio è chiaro: tutto il male del mondo arriva dalla psichiatria. Gli psichiatri sono il nemico assoluto. Collaborare con loro? Come collaborare con Hitler, scrive Hubbard. Racconta di omicidi, di complotti, di persone fatte impazzire con LSD per poi incolpare Dianetics.

Non ci sono prove. Ma serve a rafforzare il gruppo. Perché ogni setta ha bisogno di un nemico. E lui l’ha trovato. Lo ripete nei bollettini. Lo insegna nei corsi. Persino nella “storia galattica” delle anime – un altro dei suoi deliri – gli psichiatri esistono da un miliardo di anni.

Dal mito alla realtà criminale

Quell’iniezione, che forse non è mai esistita, non è solo un episodio isolato. È il primo mattone di una mitologia paranoide che si concretizza. Nel 1965, il governo australiano commissiona l’Anderson Report. Risultato: Hubbard viene descritto come affetto da delirio di persecuzione, schizofrenia paranoide e manie di grandezza.

Due anni dopo, parte la guerra. Hubbard emana la direttiva del Fair Game: i nemici della Chiesa possono essere “distrutti, mentiti, truffati”. È una licenza di caccia. Gli oppositori diventano bersagli. È un’escalation.

Negli anni ‘70, Scientology organizza Operation Snow White. La più grande infiltrazione nella storia americana: 136 agenzie federali, documenti rubati, spionaggio. Undici dirigenti condannati. Mary Sue Hubbard, moglie del fondatore, inclusa. Ron? Scappa all’estero. Non tornerà più.

L’iniezione del 1954 – che in realtà fu nel 1951 – non è mai stata provata. Nessun testimone, nessuna perizia, nessun referto. Eppure, quel racconto è rimasto. Perché Hubbard non aveva bisogno di prove. Aveva bisogno di una narrazione. Di un assedio. Di una giustificazione.

E da quel buco nel cuore – reale o immaginario – è nata la visione del mondo che ha plasmato Scientology: un universo dove ogni critica è un attacco, ogni ostacolo è un complotto, ogni psichiatra è un boia. E dove il nemico, se non c’è, si inventa.

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  • Criminologo esperto in scienze forensi, criminologia investigativa e criminal profiling, pedagogia giuridica, psicopedagogia forense e valutazione della pericolosità sociale, scienze penalistiche, educatore socio-pedagogico e giornalista pubblicista, direttore di comunità.Profondo conoscitore delle trame italiane del periodo che va dalla fine degli anni Ottanta alla metà degli anni Novanta.Consulente della famiglia Mandolini.

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