La scomparsa dimenticata di Stefania Bini

Scritto da: Pietro Di Dionisio

Nel 1984 l’eco della sparizione di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori è fortissimo. A Roma si diffonde la leggenda metropolitana della “tratta delle bianche”. In questo contesto, un’altra quindicenne fa perdere le sue tracce. Si chiama Stefania Bini, scompare nel nulla al ritorno da scuola. Ma a differenza delle vicende Orlandi e Gregori, stavolta l’epilogo ci sarà. Ed è degno di un film dell’orrore.

Stefania bini in una foto di classe.

Roma, 1984. Nella quotidianità di una città che esce con ottimismo dagli anni di piombo, l’ennesima scomparsa di una quindicenne fa capolino sui giornali. Si chiama Stefania Bini, e i media faranno presto ad accostare il suo enigma a quello di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, le due adolescenti misteriosamente svanite l’anno prima. In questo caso, però, la verità uscirà fuori da un seminterrato buio.

Una giornata come tante, una ragazza normale

Via Baldo degli Ubaldi è lunga arteria in salita del quartiere Aurelio. Sempre trafficata, abbastanza centrale, con una camminata in mezz’ora si arriva a San Pietro. Negli anni ’80 quella zona si presentava non troppo dissimile da come appare oggi: allora senza centri commerciali e frutterie bangla, ma l’anima del quartiere è rimasta somigliante, una tana sicura per la media borghesia. Questa storia assurda comincia una mattina piovosa di ottobre nel 1984, una giornata come tante altre, senza niente di speciale.

In via Girolamo Vitelli, una piccola traversa di via Baldo degli Ubaldi, davanti alla nuovissima chiesa di Sant’Ambrogio, c’è un palazzo dove, al sesto piano, abita la famiglia Bini. Papà Mauro e mamma Maria sono i proprietari di un alimentari a Balduina, il Bini Market. I Bini hanno tre figli, due maschi e una femmina. I ragazzi si passano pochi anni, Luciano è il più grande e ha 17 anni, e Fabio, il più piccolo, solo 14.
Stefania è l’unica femmina, e ne ha appena compiuti 15. Castana, molto bella, un fascino bambinesco e innocente impreziosito da due occhi azzurrissimi, qualcuno la paragona nientemeno che a una giovane Ornella Muti. Ha tante amiche, frequenta la prima C dello storico liceo classico “Dante Alighieri”.

Una stanza tappezzata di foto di Billy Idol e Simon Le Bon, le piace vestire alla moda, con qualche vezzo punk. Quelli sono gli anni dei leggins colorati, delle giacche a vento Piumini, degli zaini fluo e dei jeans 501 a vita alta. Il mattino in cui cambia tutto, sabato 20 ottobre 1984, Stefania si prepara per andare a scuola ma quel giorno veste eccezionalmente in modo austero, gonna lunga e cardigan nero: il nuovo professore di greco ha chiesto alle ragazze un certo dress code classico. Sistema il libro di greco nella borsa di Tolfa, esce di casa salutando il portiere e si avvia a piedi verso la fermata del 46. Sul 46 però non salirà mai, perché quel sabato mattina Stefania scompare.

Stefania Bini.

43 giorni di nulla

A metà mattinata, i compagni della prima C cominciano a sentire puzza di bruciato: l’assenza della giovane Bini è troppo strana. Stefania proprio quel giorno deve portare in classe le 20.000 lire frutto di una colletta per il regalo di un amico. Poi a dirla tutta non è proprio il tipo che “fa sega”: nell’anno scolastico precedente le sue assenze sono state appena sette. Se quel 20 ottobre non è arrivata a scuola vuol dire che le è successo qualcosa. I genitori, piombati in poche ore dalla dimensione della normalità all’incubo, fanno immediatamente la denuncia di scomparsa. Polizia e Carabinieri avviano le indagini e interpellano i compagni di scuola, ma non esce nulla di rilevante. Stefania, dicono tutti, è “casa e scuola”. Ha ottimi voti, non ha relazioni sentimentali, è tranquilla. Quindi, dov’è finita?

Passa qualche giorno, I giornalisti invadono progressivamente casa dei Bini, e dopo una settimana il Messaggero riporta per la prima volta il caso della studentessa scomparsa alla fermata del bus 49 titolando: “No! Non è una scappatella!”. Paese Sera invece, il 29 ottobre scriverà: “Un nuovo caso Orlandi?” Già, “un nuovo caso Orlandi”. Il nome della ragazza residente in Vaticano, anche lei quindicenne, anche lei scomparsa (ma qualche mese prima, il 22 giugno del 1983) comincia sinistramente ad affacciarsi nei media quando si parla di Stefania. Tra le quindicenni scomparse c’è anche Mirella Gregori, sparita il 7 maggio 1983 da via Nomentana, dopo essere uscita dal bar di un’amica.

C’è un qualcosa però che accomuna le tre famiglie: nessuna di queste è particolarmente facoltosa, anche se la condizione finanziaria dei Bini è la più solida. Vivono tranquilli, hanno un’attività ben avviata, sono proprietari di alcuni immobili, ma il sequestro a scopo di estorsione per ora non sembra realistico.

I Bini, raccolti in salotto, fissano disperati il telefono in attesa di una chiamata, di un contatto da eventuali rapitori. Con gli Orlandi dopotutto ha funzionato, qualcuno ha fatto squillare l’apparecchio nell’appartamento in Vaticano.
Mitomani, sciacalli, forse qualche informazione vera mischiata alle bugie, chissà, ma almeno lì un segnale c’è stato, anche se solo una parvenza illusoria di trattativa. A via Vitelli invece tutto tace, nessuno chiama, nessuno si fa vivo. Per giorni e giorni, 43 per l’esattezza.

La leggenda nera della tratta delle bianche

Perché il 6 dicembre, all’improvviso, succede qualcosa, arriva una lettera da Perugia. È scritta in stampatello in un italiano rozzo e stentato, dentro c’è una richiesta di riscatto da 600 milioni, da pagare un po’ adesso e un po’ a gennaio. Nella busta ci sono pure delle pagine originali del diario scolastico insieme a una foto di Billy Idol. C’è anche una bizzarra richiesta che riguarda l’apparecchio ortodontico di Stefania: a quanto pare la ragazza tramite i rapitori vuole riavere il suo “ferretto” per i denti. In casa Bini torna la speranza: le pagine del diario sono originali, a chiedere l’apparecchio può essere stata soltanto Stefania.

Gli inquirenti però si accorgono subito di alcune stranezze: chi rapisce la figlia di un droghiere per poi chiedere un riscatto a rate? Sembra tutto improvvisato. L’italiano storpiato sembra poi quello del “Fronte Turkesh”, la misteriosa organizzazione che sembrerebbe avere in mano Emanuela Orlandi.

Allora è vera la storia della tratta delle bianche? Esiste davvero un’organizzazione straniera che rapisce ragazze occidentali? Se ne parla ovunque, sui giornali e in tv. Una famosa leggenda metropolitana dell’epoca racconta di un conosciuto negozio di vestiti a Via del Corso, dove all’interno ci sarebbe un camerino con una botola. Così le ignare ragazze, mentre provano i vestiti, verrebbero all’improvviso inghiottite verso il basso; da lì sarebbero condotte verso paesi arabi e costrette a prostituirsi per facoltosi del posto (oggi una storia simile sarebbe facilmente derubricata a “fake news”).

Per i Bini anche dicembre passa nell’angoscia, e tra speranze e dolori insopportabili arriva il 1985. Il 1 febbraio viene recapitata una seconda lettera,  e stavolta è spedita da Civitavecchia. Ancora una volta contiene pagine originali strappate dal diario di Stefania: si invita la famiglia Bini al silenzio e si preannunciano istruzioni sul pagamento del riscatto. Gli accertamenti grafologici accertano che la mano che ha scritto il messaggio è sempre la stessa. Anche gli errori sono identici alla prima missiva, una sintassi arabeggiante dove tutti i “ch” diventano “k”, e le parole spesso finiscono in -u (“denaru”).

Messaggi inquietanti

Il 2 marzo 1985 arriva la terza lettera, stavolta infilata direttamente sotto alla saracinesca del negozio dei Bini, in via San Cipriano, alla Balduina.
Adesso la missiva in stampatello recita letteralmente: “Attenzione controlliamo tutte le vostre mossi, manteneti massimo silenzi per fini di marzo Stefania venire casa. Se no bloccheremo tutto tuo figlia fa fine come le altre, tienere pronti soldi. Presto avere istruzioni dove portari e portari pantalone scarpi portare notizie votre scritte per Stefania”. Accanto, su una pagina strappata dal solito diario, c’è uno scritto autografo di Stefania: “Cara mamma, caro papà, non vi preoccupate tanto sto bene, ti prego non mi strillare quando vengo a casa perché ho…un bacio a tutti dalla vostra Stefania”. Una frase che sembra effettivamente interrotta a metà.

La terza lettera dei rapitori.

Una settimana più tardi una voce femminile adulta chiama a casa Bini, chiede la conferma del ricevimento della lettera, invitando a tenere pronti i soldi e a prepararsi per ricevere istruzioni sulla consegna del riscatto.
Seguiranno in pochi giorni altre telefonate, dove un uomo che sembra italiano, ma con un finto accento straniero, farà sentire dalla cornetta una voce in lontananza che invoca la mamma. Arrivati a questo punto, la famiglia Bini si affida a Gennaro Egidio, avvocato internazionale con uno studio a Londra, già rappresentante delle famiglie Orlandi e Gregori. Gli investigatori ricostruiscono dettagliatamente tutta la vita di Stefania, la famiglia, le amicizie, le abitudini, cercando ogni possibile elemento che possa tornare utile alle indagini. Quello che non torna è che i rapitori sembrano conoscere bene la famiglia Bini, forse troppo bene.

I primi sospetti

Nicola Cavaliere, all’epoca capo della mobile, e il vice questore Incalza, chiedono ai genitori se qualcuno tra i conoscenti o i parenti si sia fatto vivo ultimamente per chiedere informazioni, o se abbia mostrato particolare interesse al caso. La domanda viene posta perché la polizia, nelle sue ricerche d’archivio, ha subodorato qualcosa: tra tutti i familiari ce n’è uno con dei precedenti, ed è lo zio di Stefania, Mario.

Ex marito della sorella della madre di Stefania, Ernesta Castellani, (dalla quale si è separato pochi anni prima, nel 1977), Mario Squillaro è originario di Salerno, ha 51 anni, ed è un ex autista di ambasciate che ora si arrangia come ciabattino. Vive e lavora in una bottega-seminterrato a Via Sessoriana, alle spalle di Santa Croce in Gerusalemme, una manciata di minuti a piedi da San Giovanni. Ha precedenti per qualche furtarello, assegni scoperti, piccole truffe.

Il calzolaio, da quando si è separato con Ernesta Castellani, convive con una donna di 39 anni originaria di San Marzano, Vincenza Di Novi: da lei ha anche avuto un figlio che ora ha 7 anni e che si chiama come lui, Mario. Però non ha voluto riconoscerlo, tanto che il bambino porta il cognome della mamma.

Lo zio è premuroso, e sembra molto interessato al caso di Stefania, tanto che ultimamente si è ripresentato in casa Bini dopo anni di rapporti piuttosto freddi. Mauro Bini e Maria Castellani sembrano riporre una cieca fiducia in lui e alle domande incalzanti degli inquirenti sulla figura dello zio fanno muro difendendolo, non dandogli troppo peso. Mario è anche il papà di Vittoria, cugina di Stefania e amica intima della ragazza scomparsa. Lo zio quindi ha visto crescere la nipote, l’ha presa in braccio da piccola, addirittura, dicono i genitori, “poco prima della scomparsa l’aveva anche accompagnata a casa dalla fermata del bus”.

Cosa? Gli investigatori sobbalzano: le ombre sullo zio si addensano e si fanno sempre più scure fino a quando i coniugi Bini, messi alle strette, ammettono di aver nascosto agli inquirenti una trattativa tra i presunti rapitori di Stefania e Mario Squillaro. Lo zio, dicono, da quando la scomparsa è diventata di dominio pubblico, si è accreditato come esperto di criminalità, con amicizie “camorristiche”. Si sarebbe proposto come mediatore tra la famiglia e i rapitori. “Ho trovato chi ha preso Stefania”, avrebbe detto lo Squillaro, “pare sia una banda di turchi specializzati nella tratta delle bianche, ma riusciremo a liberarla con mezzo miliardo di lire”. 500 milioni nel 1985 sono una cifra considerevole per i Bini, che però pendono dalle labbra del cognato, vedono in lui l’unica speranza per abbracciare nuovamente Stefania. Gli anticipano così, e siamo a luglio, 6 milioni di lire per un viaggio in Turchia, dove secondo le sue informazioni, ad Ankara la banda avrebbe tenuto Stefania, all’interno di un harem.

La storia sembra una brutta copia del caso Orlandi, e alla sezione “Omicidi” hanno già messo sotto il controllo tutte le utenze e le disponibilità del ciabattino. Scoprono così, tra le varie spese, un viaggio di un mese in Canada, e uno a Milano addirittura con Luciano, il fratello di Stefania.

Ormai Mario Squillaro è pedinato notte e giorno, ora gli investigatori hanno la certezza che il calzolaio stia compiendo una truffa in piena regola, un’estorsione diabolica ai Bini, che ha abilmente plagiato. Aspettano solo un suo passo falso, che arriverà puntuale ad agosto.

Avendo ormai la fiducia incondizionata della famiglia, Squillaro chiede 40 milioni di lire in dollari. “Me li dovete portare lunedì sera (13 agosto) alle 20.30 al bar la Baita, a via Lucania, dietro via Veneto”. “Questi soldi”, dice il ciabattino, “sono un anticipo dei 500 milioni. Vado in Turchia, quando torno mi date gli altri 460 e vi assicuro che Stefania tornerà a casa il 10 settembre o il 20 ottobre”.

460 milioni non sono ovviamente una cifra casuale, lui conosce esattamente la somma che con mille sforzi I Bini sono riusciti a racimolare. A questo punto, non senza fatica, gli inquirenti convincono i genitori a non portare i soldi all’appuntamento, ma di chiedere allo zio di rimediare una prova in vita di Stefania.

Il cerchio si stringe

13 agosto 1985, via Lucania, ore 20:30: Roma è deserta, una pigra atmosfera agostana. Fuori dai tavolini del bar la Baita, siedono i genitori di Stefania con il loro parente-mediatore, ancora convinti di poter riabbracciare la figlia scomparsa da quasi 300 giorni.
Dopo qualche ora, strette di mano, baci, abbracci, i Bini se ne vanno.
Rimasto da solo al bar, Squillaro fa per andarsene, ma all’uscita del locale viene subito avvicinato da due agenti in borghese, che gli chiedono con una scusa di seguirli in questura per un accertamento “sui night della zona”.

Squillaro non sospetta niente, ma negli uffici della mobile la storia cambia rapidamente. I dirigenti Cavaliere e Incalza iniziano a tempestare di domande il calzolaio, e nel borsello gli trovano una foto di Stefania, dei milioni in contanti, appunti scritti da presunti rapitori che sembrano “bozze” di comunicati da leggere al telefono.

Prima Squillaro nega tutto poi, davanti alle prove schiaccianti, non può far altro che ammettere un’estorsione ai danni dei Bini. “Si”, ammetterà inizialmente, “volevo spillare dei soldi speculando sulla scomparsa di Stefania”. Ma sta mentendo, è nervoso.

Sotto torchio confesserà cambiando versione, “La verità è che ho organizzato tutto io, Stefania l’ho venduta a dei turchi che commerciano in ragazze occidentali”. Ma trema. Puntuale, arriva un’altra rivelazione: le lettere pervenute alla famiglia, quelle con gli estratti del diario della ragazza e le richieste di riscatto, le avrebbe scritte lui.

“E come facevi ad avere le pagine originali del diario di Stefania?”
Sono passate da poco le 24, e questa domanda dei poliziotti fa crollare Mario Squillaro, rivelando qualcosa che forse neanche loro potevano prevedere.
“Stefania è morta, l’ho uccisa io”.

Una svolta drammatica e improvvisa, mentre proprio in quel momento i coniugi Bini aggrediscono verbalmente gli inquirenti, preoccupati per il fermo di Squillaro. “Non potete arrestarlo, è l’unico che può farci riavere Stefania viva. Lui è in contatto con i turchi…”. Elegantissimo, una camicia a righe che profuma di bucato e pantaloni grigi con la riga perfetta, una sigaretta dopo l’altra, negli uffici della Mobile lo zio sembra ormai rassegnato.

Ma come ha ucciso Stefania, e perché?

Mario Squillaro, lo zio di Stefania Bini.

L’epilogo, l’orrore

Avvicinato da un giornalista del Messaggero in questura, appena finito l’interrogatorio, dirà: “Sono un mostro, avevo deciso tutto un mese prima. Quella mattina l’ho vista alla fermata di via Baldo degli Ubaldi e l’ho invitata a salire sul mio furgoncino con la scusa che l’avrei portata da mia figlia, sua cugina Vittoria. Lei è salita, e da lì ho capito che mi ero ficcato in una situazione pericolosa. L’ho portata nel seminterrato e dopo qualche ora lei ha scoperto il mio piano e si è ribellata. Non l’ho toccata con un dito, volevo solo tenerla prigioniera per la storia del riscatto. Dopo pianti e lamentele, alla fine si è addormentata su una poltrona. Quella notte a Roma c’era un temporale, ero confuso e ho pensato che non avrei più potuto liberarla. Così mentre dormiva l’ho guardata a lungo, e non appena c’è stato un tuono, le ho sparato un solo colpo, alla tempia”.

Quindi il calzolaio ha ucciso la nipote con un colpo di pistola, una Browning 7.65: ma dove l’ha sepolta? “Passai la notte a fumare, poi l’ho sistemata in un baule e l’ho lasciata lì per tre giorni. Ho deciso di nascondere il baule nel pavimento, ho scavato un buco nel cemento e poi ho ricoperto tutto con la moquette”.

In un attimo le volanti raggiungono il seminterrato al numero 6 di Via Sessoriana, quattro stanze squallide impregnate da un odore acre di colla e cuoio. Proprio il pavimento sotto al letto del piccolo Mario, il figlio del ciabattino, è il luogo indicato come sepoltura di Stefania.

Sono ormai le 3 di notte, e i Vigili del Fuoco scavano nel cemento con martello pneumatico e picconi. L’aria è irrespirabile. Sotto un secondo strato di cemento e terra, dalle viscere emerge un baule avvolto nel cellophan e chiuso con un nastro da imballaggio. I pompieri aprono il baule, dentro c’è il corpo di Stefania. Un tanfo pestilenziale si prigiona nella bottega, grande commozione generale, il caso ora è risolto.

L’arresto di Mario Squillaro.

O quasi, perché dai poveri resti di Stefania gli esami autoptici non riescono a riscontrare nulla. Lo zio ha sempre negato la violenza sessuale, e per sua fortuna a distanza di 10 mesi, il cadavere quasi scheletrito non “parla”. I vestiti sono certamente quelli di Stefania al momento della scomparsa, e anche gli oggetti coincidono con quelli che portava la ragazza: un orologio, dei bracciali, due orecchini. Quello che più preme è la domanda sul movente: lo zio omicida era mosso dal principio a spillare soldi ai Bini o si tratta di una brutta storia a sfondo sessuale?
Forse un cocktail di vendetta, morbosità e guadagno facile, ispirato dal caso Orlandi?

Il seminterrato al civico 6 di Via Sessoriana.

Intervistati, i vicini di Via Sessoriana, che non hanno sentito lo sparo (altra stranezza, visto che la pistola non aveva il silenziatore) commentano: “Era un po’ strano, ultimamente si vantava di avere di aver ricevuto un’eredità. Quello che non si capisce è come si possa pensare che un tipo come lui potesse trattare con una banda di rapinatori, specialmente conoscendolo. Che ingenuità assurda”. Una signora ricorda anche che il ciabattino si prendeva delle libertà di troppo quando doveva fare delle misurazioni di cinte direttamente sul corpo delle clienti.
L’altro punto fumoso della vicenda riguarda eventuali corresponsabilità: veramente Squillaro ha fatto tutto da solo? In realtà no, a scrivere i comunicati l’ha aiutato la compagna, Vincenza Di Novi.

Partita (o forse mandata fuori apposta dal ciabattino) per San Marzano il 17 ottobre 84 con il figlio Mario jr., era tornata un mese dopo nella casa-bottega di Via Sessoriana (Stefania pare sia stata uccisa la sera stessa del rapimento o il giorno dopo, quindi o il 20 o il 21 ottobre).
Una volta a Roma, a fatto già compiuto, Squillaro l’avrebbe minacciata per farle scrivere le lettere di riscatto: “Se non l’avessi fatto mi avrebbe ucciso, mi aveva detto che Stefania era viva”. Al ritorno da San Marzano, la Di Novi avrebbe trovato la bottega (tra l’altro di sua proprietà) tappezzata con una moquette, Squillaro si sarebbe giustificato così: “L’ho messa per fare giocare il bambino per terra”.

Una morte orrenda

I funerali di Stefania si terrano il 23 agosto 1985 a pochissimi metri da casa Bini, nella chiesa di S.Ambrogio, proprio lì dove è stata battezzata e dove ha fatto la prima comunione. Una folla di amici e vicini si raduna per dare conforto ai genitori e ai fratelli in un caldo infernale. Il parroco Don Angelo, nella sua omelia, assicura che sarà fatto un grande affresco sopra l’altare e uno degli angeli avrà il volto di Stefania. Cosi sarà.

il 2 giugno 1987 i giudici della quarta sezione del tribunale di Roma condannano all’ergastolo Mario Squillaro. Otto anni per la convivente, Vincenza Di Novi.

L’avvocato Gennaro Egidio, legale dei Bini, nel suo libro “La strategia delle ombre” scriverà di quella notte a Via Sessoriana: “Ho sempre dinanzi agli occhi quel seminterrato. L’ambiente angusto e buio, la stanzetta dove si era svolto il misterioso dramma. Ricordo tutto quando entrai invaso da quel senso di rispetto che sempre ispira la presenza della morte. L’unica finestrella, a livello stradale, era tanto sudicia che la luce dell’alba vi penetrava a fatica. (…) La mia attenzione era concentrata sulla macabra figuretta che giaceva in un baule le spoglie di una povera creatura contorta nella bara come se l’agonia fosse stata penosissima(..) Il teschio sembrava rispecchiasse un’espressione di e terrore di odio quale mai apparsa su un volto umano”.

“Ho visto la morte sotto molte forme, ma mai mi era sembrata tanto orrenda come in quella macabra stanza di quel buio seminterrato”.

 

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  • Pietro Di Dionisio

    Pietro Di Dionisio, collaboratore dell'Aise - Agenzia Internazionale Stampa Estero per il Vaticano. Autore, chitarrista, appassionato di storia dell'arte, cronaca nera e anni di piombo.

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