La Strage di Capaci e l’Ombra di chi premette il radiocomando

Scritto da: Manuele Avilloni, Federico Carbone
2 Dicembre 2025

Il 23 maggio 1992 la strage di Capaci costò la vita a Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e tre agenti della scorta, uccisi da un’esplosione radiocomandata sotto l’autostrada A29. Oggi nuovi sviluppi emergono dal processo per depistaggio: a Caltanissetta, la testimone Marianna Castro ha raccontato che il poliziotto Giovanni Peluso le avrebbe confidato nel 1997 che il telecomando non fu azionato da Brusca, ma da uomini dei servizi segreti. Una rivelazione che rilancia dubbi e ombre sulla dinamica dell’attentato…

Strage di Capaci.

Sabato 23 maggio 1992 – Giovanni Falcone torna in Sicilia per il fine settimana, con lui la moglie, Francesca Morvillo e l’autista Giuseppe Costanza. Atterrano all’aeroporto di Punta Raisi di Palermo intorno alla 17:45. Ad attenderli sulla pista c’è la scorta con tre Fiat Croma blindate. Usciti dall’aeroporto le auto sono in fila, la Croma Marrone con Antonio Montinaro alla guida, Rocco Dicillo alla sua destra e Vito Schifani sul sedile passeggeri posteriore. Al centro la Croma Bianca guidata da Falcone stesso che prese il posto di Giuseppe Costanza per stare vicino alla moglie, quindi Francesca Morvillo davanti, sul sedile posteriore per l’appunto Giuseppe Costanza. A chiudere la fila del convoglio la Croma Azzurra con Gaspare Cervello alla guida, Angelo Corbo sul sedile passeggeri anteriore e Paolo Capuzza sul sedile posteriore.

Le auto imboccano l’autostrada A29 in direzione di Palermo, la destinazione programmata è l’abitazione di Falcone in Via Notarbartolo. Pochi chilometri più avanti c’è uno svincolo, quello per Capaci. Un posto insolito per pianificare un attentato, insolito per le difficoltà tecniche. Insolito perché il know-how richiesto per pianificarlo è la somma di capacità strategiche, ingegneria ed esplosivistica.

Un aspetto colpisce più di altri, almeno inizialmente, un attentato in quel punto ha una probabilità di successo scarsissima, colpire un’auto in movimento mentre corre a velocità sostenuta è tutt’altro che semplice. Qui emerge una prima discordanza di elementi, c’è chi sostiene che i veicoli viaggiavano ad una velocità sostenuta, circa 160 km/h, altri elementi portano a ritenere che vi fu una decelerazione della Croma Bianca guidata da Falcone, fino ad una andatura di circa 120 Km/h. Questo a nostro avviso denota ancora di più la difficoltà nello scegliere il momento esatto della detonazione poiché la variabile velocità non è un dato costante.

Supponiamo entrambe le velocità, a 160 Km/h l’auto percorre 44,44 m/s, quindi 4,44 metri in un decimo di secondo. Ad una velocità di 120 Km/h invece percorre 33,33 m/s, 3,33 metri al decimo di secondo. Sbagliare il momento esatto nel quale si preme il pulsante, di solo qualche decimo di secondo, diminuisce drasticamente la probabilità di successo.

L’altro aspetto fondamentale che deve essere calcolato, con una precisione chirurgica, è il momento tra innesco e detonazione, in sostanza il ritardo tra l’azione di spingere il tasto di un radiocomando e la detonazione. Possiamo quindi inquadrare lo scenario in dei fattori chiave, il design del luogo, gli strumenti, il ritardo tra innesco e detonazione, l’andatura del bersaglio e il punto preciso nel quale far collimare tutti i calcoli. Come è possibile compiere un attentato del genere senza fare delle prove? Chi ha eseguito i calcoli? Chi ha scelto il metodo?

L’ideazione di questo attentato prevede una pianificazione scientifica e strategica. Stando alle ricostruzioni la pianificazione è stata affidata ad un gruppo ristretto di uomini di cosa nostra, Pietro Rampulla, l’artificiere che ha progettato il sistema di innesco, Santino di Matteo, Giovanni Brusca che, almeno fino ad oggi è colui che avrebbe premuto il tasto del telecomando, Gioacchino La Barbera, Gioè, Troia e Battaglia.

Il punto dell’attentato viene identificato sullo svincolo per Capaci. Sotto il manto stradale dell’autostrada A29 insiste un canale di drenaggio in cemento. Serve a far defluire le acque piovane, abbastanza grande per posizionare la bomba. Un ordigno con una quantità di esplosivo impressionante. Secondo alcune ricostruzioni la quantità arriverebbe fino a 500Kg. Secondo le descrizioni del pentito Giovanni Brusca sarebbero stati utilizzati dodici bidoncini da 25Kg più un altro bidoncino da 30/35 Kg.

Molte inchieste hanno cercato di identificare l’origine del materiale esplosivo. Secondo le dichiarazioni dello stesso Brusca per la composizione della bomba sarebbe stato utilizzato materiale proveniente da cava e tritolo. Gli accertamenti condotti nell’ambito del processo “bis” hanno portato a desumere che la carica utilizzata deriverebbe da vecchi ordigni bellici e da tritolo militare. Possiamo anche supporre che un quantitativo così cospicuo possa derivare da tutti questi luoghi.

Torniamo alla composizione della carica, con molta probabilità un mix di Tritolo, Nitrato d’Ammonio e RDX, prevalentemente utilizzata in ambito militare. A questa è stato collegato un sistema di detonazione con radiocomando, di quelli che si usano per il modellismo, una scatola ricevente e dei detonatori elettrici.

Le Prove dell’attentato

Emerge un aspetto tanto inquietante quanto terribile, gli attentatori si allenarono eseguendo più prove. Per poter eseguire delle prove d’innesco, il sistema di detonazione era stato collegato ad un flash per macchine fotografiche. Riuscirono così a calcolare il ritardo tra l’azionamento della leva del radiocomando e l’innesco.

Serve quindi un riferimento visivo per calcolare il punto di azionamento. Gli attentatori si appostarono su di una collina poco distante l’autostrada, a circa 900 metri in linea d’aria con una buona visuale. Ai margini della carreggiata autostradale viene posizionato un elettrodomestico, è la linea visiva di riferimento per calcolare il tempo di percorrenza.

Sulla collina si appostarono Giovanni Brusca e Gioè, un punto d’osservazione con buona visibilità ma difficile da notare per chi percorre l’autostrada. A questo punto vennero eseguite diverse prove di percorrenza. Per approfondire questo specifico punto potete leggere l’approfondimento sul “Domani” a cura dell’Associazione Cosa Vostra (link: Strage di capaci: corse in auto a 170 km/h, simulazioni di una strage).

L’esplosione

A pianificazione avvenuta successe quello che tutti avevano temuto ma che ognuno non aveva nemmeno osato ipotizzare. Il convoglio arriva all’altezza dello svincolo per Capaci, l’auto di Falcone è al centro del convoglio, la velocità è ridotta rispetto ai 160 Km/h ipotizzati, presumibilmente compresa tra i 100 e 120 Km/h.

Viene azionato il telecomando, i detonatori provocano l’esplosione che investe il primo veicolo del convoglio, la Croma Marrone con Antonio Montinaro alla guida, Rocco Dicillo davanti lato passeggero e Vito Schifani sul sedile passeggeri posteriore. L’auto salta letteralmente in aria.

Questo denota con molta probabilità che le prove che vennero eseguite erano tarate su di una velocità più sostenuta. L’esplosione innalza macerie e asfalto creando un muro di macerie sulle quali si schianta il veicolo di Falcone. Solamente in seguito, attraverso le ricostruzioni forensi si apprenderà che sia Falcone che la coniuge non indossavano le cinture di sicurezza.

Falcone muore insieme alla moglie e ai tre agenti della prima auto, tutti gli altri agenti del convoglio riescono a salvarsi, compreso Costanza che viaggiava nella stessa auto di Falcone. Uno scenario di guerra, una bomba di dimensioni indescrivibili lava via ogni ipotesi su possibili attentati, lo Stato è stato colpito nel modo più duro e indicibile.

L’anomalia: la “Guerriera” e il Protocollo di Alghero

C’è un fantasma che si aggira sullo svincolo di Capaci. Una presenza che stona, che gratta via la patina della narrazione convenzionale “tutta mafia e coppola”. È l’anomalia statistica che diventa indizio giudiziario: una donna. In Cosa Nostra, nel 1992, le donne non premono telecomandi. Non maneggiano esplosivo militare. Al massimo portano messaggi o gestiscono la latitanza. Eppure, le carte che scottano – quelle che spesso finiscono in fondo ai faldoni o vengono bollate come deliri di pentiti – ci raccontano un’altra storia.

Antonella, la “Segretaria” del terrore – a dare un nome e un volto (seppur parziale) a questo spettro è il collaboratore di giustizia Antonio Lo Giudice. Le sue parole aprono uno squarcio su quella terra di nessuno dove lo Stato si fa criminale e il criminale diventa strumento di Stato. Lo Giudice parla di una donna che accompagnava spesso Giovanni Aiello, il famigerato “Faccia da Mostro”, cerniera purulenta tra cosche e servizi segreti deviati. Si chiamava Antonella. Nell’ambiente, con quel cinismo tipico degli apparati, la chiamavano “la segretaria”. Ma Antonella non archiviava pratiche. Secondo il pentito, Antonella era una operativa. Una killer di Stato. Il dettaglio che fa la differenza, quello che sposta Capaci da “strage di mafia” a “golpe militare”, è il suo curriculum. Lo Giudice riferisce che la donna non aveva imparato a sparare nei vicoli di Palermo, ma in una base militare ad Alghero. Alghero. Il nome evoca immediatamente i fantasmi della Guerra Fredda, il Centro Addestramento Guastatori, la struttura Stay Behind, Gladio. Lì, in quella Sardegna trasformata in palestra per operazioni coperte, Antonella sarebbe stata addestrata a compiere attentati e omicidi. Una professionista della destabilizzazione. Una donna capace di calcolare tempi, inneschi e vie di fuga con la freddezza di un contractor.

La connessione libica – ma se Antonella è l’ombra “interna”, c’è un’altra pista che porta ancora più lontano, intrecciando la strage con gli scenari di politica internazionale. È Pietro Riggio, altro collaboratore di peso, a tirare in ballo la “pista estera”. Riggio riferisce le confidenze ricevute da Giovanni Peluso, l’ex poliziotto e 007 che abbiamo già visto aggirarsi sul luogo del delitto con la disinvoltura del padrone di casa. Peluso gli avrebbe rivelato che quel 23 maggio, a osservare l’autostrada, c’era una donna appartenente ai servizi segreti della Libia. Una “Guerriera”. Non è un dettaglio buttato lì a caso. Riggio fornisce un riscontro inquietante: il padre di Marianna Castro (la compagna di Peluso che poi lo accuserà) sarebbe stato un appartenente ai servizi di sicurezza di Gheddafi. Un cortocircuito familiare e operativo che lega Roma, Palermo e Tripoli. Che ci faceva una 007 libica a Capaci? O forse “la libica” e “Antonella” sono la stessa persona, o due facce dello stesso “Gruppo per le operazioni speciali” di cui parlava il  collaboratore di giustizia Francesco Elmo? Un’entità ibrida, composta da agenti dei Servizi civili e militari, pronta a intervenire “a chiamata” per il lavoro sporco.

La presenza di una donna con addestramento militare risolve molti dei dubbi balistici che abbiamo sollevato all’inizio. I mafiosi, per quanto feroci, restano “viddani” prestati alla guerra. Brusca ha bisogno di un segnale, di un tempo. Ma per tarare un attentato che non ammette errori, per gestire un radiocomando modificato, per coordinare l’inferno in quei tre decimi di secondo, serve altro. Serve una mente tecnica. Serve chi ha fatto le scuole giuste. Se su quella collina, o nei pressi dello svincolo, c’era una donna addestrata ad Alghero, allora la Strage di Capaci smette di essere solo la vendetta di Riina contro Falcone. Diventa un’operazione militare chirurgica, dove la mafia ha messo la manovalanza e l’esplosivo da cava, ma qualcun altro – qualcuno che rispondeva a logiche di Stato (o di anti-Stato) – ha messo il cervello, il dito sul pulsante e, forse, il volto rassicurante di una donna che nessuno avrebbe mai fermato a un posto di blocco.

Il Processo di Caltanisetta

Per comprendere la natura di questo attentato dobbiamo inquadrare il momento storico, il profilo e la storia dei suoi esecutori, la risposta delle istituzioni e i depistaggi alle indagini. Lo faremo, continueremo a dare voce a questa esigenza, una esigenza che parte da chi ancora oggi chiede verità e giustizia.

E qui torniamo al processo di Caltanissetta e ai depistaggi, dove la figura di Giovanni Peluso diventa centrale. La testimomianza di Marianna Castro, sua ex compagna è una testimonianza che sembra uscita da una spy-story, ma che è terribilmente reale. La Castro avrebbe conosciuto Peluso nel 1990, dopo una amicizia i due intrapresero una relazione durata poi fino al 2001. La Castro racconta di un uomo che ammetteva di svolgere “lavori particolari” per il Sismi e per il Sisde. La testimone ricorda di aver trovato “degli ordigni dentro la sua macchina”, una Lancia Thema di colore blu. A dirglielo sarebbe stato lo stesso Peluso che aprendo il cofano dell’auto avrebbe trovato due piccoli ordigni di colore bianco. A quel punto Peluso le avrebbe confessato di svolgere delle indagini particolari a Palermo e che stava collaborando anche con il Sisde.

Nel 1992 la Castro si trovava in servizio al Consiglio Superiore della Magistratura, ricorda che dopo la strage di Capaci lo stesso Peluso, andato via il venerdì, non avrebbe risposto su alcuna delle sue due utenze. Il giorno della strage, proprio quel sabato, ricevette una ambigua telefonata dall’America, da certo Gotti, sulla sua utenza diretta del CSM per sapere “come stesse”.

Peluso fece rientro in casa il lunedì sera successivo e disse di essere stato in Sicilia per delle indagini. Sulla strage disse di aver acquisito delle carte da dover consegnare a Roma. In ragione di una seconda telefonata dall’America, ricevuta il lunedì mattina, la Castro confidò il tutto al Peluso, il quale le rispose di avere degli amici americani e che probabilmente quel Gotti era un mafioso italoamericano e faceva parte di Pizzaconnection.

L’aspetto più significativo di questa testimonianza riguarda l’estate del 1997 quando Peluso portò Marianna Castro prima a Trapani, per questioni personali, poi sul luogo dell’attentato, a Capaci. In quell’occasione le avrebbe mostrato il luogo della strage “mi ha descritto dove avrebbero messo il tritolo nello scolo e mi disse la punta dove era partito il telecomando”. Il Peluso avrebbe parlato senza alcuna domanda diretta della Castro, le confessò che “il telecomando non lo aveva premuto Brusca ma bensì i servizi segreti, loro”. A questo punto la Castro gli chiese se avesse ammazzato della gente proprio lì, domanda che si spense nel silenzio assordante dello stesso Peluso.

Un altro episodio particolare che viene raccontato dalla stessa Castro è il susseguirsi di telefonate che riceveva poco prima del rientro del Peluso, telefonate per le quali sia lei che i genitori sporsero più denunce alla A.G.. Volendo incontrare l’autore di queste telefonate, certo Pasquale Cuomo da Palermo, gli diede appuntamento a Marina Grande, Tor San Lorenzo, alle porte di Roma, nell’occasione si presentò un uomo vestito da prete che entrò in una Mercedes nera. “L’uomo corrispondeva all’identikit di Provenzano”. Chiese lumi al Peluso il quale rispose “eh può darsi!” senza dare poi alcuna spiegazione.

Peluso fu tratto in arresto mentre faceva servizio al Commissariato Esquilino. Venne detenuto a Santa Maria Capua Vetere e dopo la scarcerazione parlò alla Castro di aver incontrato in carcere Giuseppe Porto, De Nicola, Bacca e Pietro Riggio con i quali era stata creata una task force per la cattura di Provenzano.

Proprio in occasione di un incontro tra Porto e Peluso sarebbe emersa un’altra figura significativa, la Castro dice di ricordare Antonio Mazzei detto “Il Principe”, proprio quel Mazzei morto lo scorso ottobre che avrebbe dovuto testimoniare in aula a Caltanisetta sui depistaggi riguardanti la strage di Capaci.

Tra telefonate misteriose dall’America, incontri con personaggi vestiti da prete che somigliano a Provenzano, e task force fantasma create in carcere, il quadro che ne esce è devastante. Non è stata solo la mafia. Falcone non è morto solo perché Cosa Nostra lo voleva morto. C’era la tecnica. C’era l’esplosivo militare. C’erano gli 007. E c’era, forse, una donna addestrata ad Alghero che guardava l’autostrada aspettando l’istante perfetto. La storia ufficiale è una menzogna confortante. La verità, come spesso accade in questo Paese, è inconfessabile.

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Autori

  • Nasce in provincia di Frosinone nel 1989. Laureato in Scienze Politiche, ha successivamente intrapreso gli studi in Relazioni Internazionali presso l’università di Torino dove approfondisce gli aspetti legati all'IA e alla Cybersecurity. La passione per l’informazione, le dinamiche sociali e le materie forensi lo hanno avvicinato al mondo del giornalismo e nel 2022 inizia a collaborare con InsideOver e ilGiornale.it. Qui incontra il Giornalista Gianluca Zanella, inizialmente suo docente e inizia una collaborazione. Diventa parte integrante di Darkside occupandosi di inchieste e tecnologia. Fonda Darkcyber, una rubrica di approfondimento che si muove nelle zone d'ombra dell'innovazione tecnologica, quei territori dove il progresso incontra il rischio, la curiosità sfida la trasparenza e la complessità del digitale si intreccia con la vita reale.

  • Criminologo esperto in scienze forensi, criminologia investigativa e criminal profiling, pedagogia giuridica, psicopedagogia forense e valutazione della pericolosità sociale, scienze penalistiche, educatore socio-pedagogico e giornalista pubblicista, direttore di comunità.Profondo conoscitore delle trame italiane del periodo che va dalla fine degli anni Ottanta alla metà degli anni Novanta.Consulente della famiglia Mandolini.

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