L’algoritmo che ti spia: Overwatch e le schedature digitali

Scritto da: Federico Carbone
24 Aprile 2025

Nell’era della digitalizzazione, anche gli agenti sotto copertura diventano degli algoritmi: sono difficili da scovare, non hanno scrupoli morali, ma sono addestrati per fare il loro lavoro: spiare, dossierare, provocare. Il risultato del loro lavoro viene archiviato in server inaccessibili, dove i dati delle persone sono alla mercé di qualcuno senza un volto.

Immagine di repertorio.

C’è un software. Si chiama Overwatch. A guardarlo sembra solo un prodotto da brochure governativa americana. Un nome rassicurante, vagamente hollywoodiano. È stato creato da Massive Blue, una di quelle società dal sito web opaco e dalle pagine che promettono soluzioni “intelligenti” per la sicurezza pubblica. In realtà è un sistema di infiltrazione e schedatura digitale. Lo usano i dipartimenti di polizia al confine tra Texas e Messico. Non agenti in carne e ossa, ma identità inventate, bot. Persone digitali – finte – con facce costruite da intelligenze artificiali, passati inventati, interessi messi a punto per intercettare, catalogare, provocare.

La spia che viene dalla rete 

Documenti ottenuti da 404media e Wired raccontano come il Texas Department of Public Safety l’abbia adottato per infiltrare le proteste universitarie contro la guerra in Gaza. Nessun agente fisico, nessun microfono nascosto. Solo identità inventate, studiate a tavolino. Una donna, 36 anni, appassionata di cucina vegana, divorziata, attivista social. Una giovane di Dearborn, finto honeypot, modellata con tratti yemeniti per attirare sospetti. Bot costruiti per inserirsi, conversare, ottenere fiducia e raccogliere informazioni.

Un esempio di identità creata con Overwatch di Massive Blue.

Un’operazione costosa e senza arresti

Il sistema è costato centinaia di migliaia di dollari. Nei rapporti interni viene descritto come un moltiplicatore di forza. Eppure, mesi di attività, contatti, dialoghi, trappole virtuali non hanno prodotto alcun arresto ufficiale. Nessuna prova concreta, nessuna operazione conclusa. La domanda è inevitabile: se il fine fosse davvero fermare reati, dov’è il risultato? La risposta appare evidente. Perché il vero obiettivo non è reprimere, ma schedare. Creare mappe di contatti, reti sociali, archivi di opinioni.

Come accadeva un tempo, quando negli uffici nascosti dietro le facciate istituzionali si compilavano cartelle. Dentro finivano nomi, abitudini, legami. Bastava una stretta di mano fuori posto per finire su quei fogli. Oggi accade allo stesso modo, solo che il dossier è digitale, distribuito, senza intestazioni né firma.

Lo schema è lo stesso. Solo che adesso non è più l’uomo che ti segue, è la macchina che ti legge.

Il rischio dell’entrapment digitale

Questo non è solo un problema tecnologico, è una questione politica, legale, etica. Negli Stati Uniti la Costituzione tutela il cittadino da sorveglianze arbitrarie, ma nessuna legge disciplina l’uso di bot AI per provocare, ingannare o schedare preventivamente. Il rischio è quello dell’entrapment. Episodi passati, come il complotto contro la governatrice Gretchen Whitmer, lo dimostrano: agenti sotto copertura spingevano piccoli gruppi marginali a pianificare un rapimento.

Qui il metodo è il medesimo. Solo che è un software a farlo. Ti parla, ti consola, ti provoca, ti registra.

Dibattito online e scetticismo

Non tutti però ci cascano. Reddit, Hacker News, Lemmy, The Verge, Slashdot: su queste piattaforme il caso Overwatch è esploso. Tecnici, informatici, attivisti lo smontano riga dopo riga. Molti affermano che i bot, pur sofisticati, sono individuabili: usano schemi ripetitivi, tempi di risposta perfetti, profili senza passato reale.

Per altri, invece, il problema non è la perfezione della trappola, ma il fatto stesso che esista. Perché il confine tra lotta al crimine e repressione politica preventiva si sta facendo troppo sottile.

Archivi senza volto

Il vero salto non è nella tecnologia, ma nella legittimazione pubblica. Un tempo si negava, oggi si giustifica. Parlano di sicurezza, emergenza, ordine pubblico. Ma il risultato è sempre lo stesso: schedare ogni frammento di dissenso.
Oggi non servono più faldoni polverosi o registri compilati di nascosto. Gli archivi sono invisibili, custoditi in server remoti, gestiti da mani che nessuno vede. Cambiano padrone quando cambiano i governi, le emergenze narrative, i rapporti di forza.
Non è necessario usare la forza per imporre un controllo: basta che ognuno sappia di essere osservato.

E così come un tempo sparivano documenti, agende, verbali scomodi, oggi a sparire sono i dati che scottano, le tracce digitali che non devono comparire. E nessuno protesta, perché tutto avviene senza che nessuno debba entrare in casa tua.

Nessuna via di fuga

Alla fine resta solo una certezza: non esistono più luoghi sicuri. Né digitali, né reali. Ogni rete è una trappola, ogni conversazione un potenziale dossier, ogni manifestazione un esperimento di schedatura sociale.
E chi pensa di potersi sottrarre, semplicemente non è ancora stato inquadrato nel mirino.

Non serve più censurare, basta rendere superfluo ribellarsi. Perché nel nuovo ordine digitale non è la repressione a funzionare meglio. È l’abitudine. È il silenzio.

 

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  • Criminologo esperto in scienze forensi, criminologia investigativa e criminal profiling, pedagogia giuridica, psicopedagogia forense e valutazione della pericolosità sociale, scienze penalistiche, educatore socio-pedagogico e giornalista pubblicista, direttore di comunità.Profondo conoscitore delle trame italiane del periodo che va dalla fine degli anni Ottanta alla metà degli anni Novanta.Consulente della famiglia Mandolini.

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