L’assassinio della prova: come la scienza ha trasformato il guanto di Mattarella in una bomba a orologeria

Scritto da: Federico Carbone
28 Ottobre 2025

Un guanto, un depistaggio e una verità scientifica anticipata. Il 6 gennaio 1980, accanto alla Fiat 127 dei killer di Piersanti Mattarella, fu trovato un guanto che sparì nel nulla poche ore dopo. All’epoca sembrava un reperto insignificante, ma pochi anni più tardi sarebbe diventato la chiave per identificare un assassino grazie al DNA. Oggi, nuove intercettazioni collegano quella sparizione all’avvento delle tecniche genetiche, suggerendo che qualcuno — con inquietante lungimiranza — capì in anticipo il potere della scienza e agì per cancellarne le tracce. Un depistaggio perfetto, nato prima ancora che esistesse la tecnologia per smascherarlo…

Il guanto nell’auto dei killer poi sparito.

Un singolo oggetto giace metaforicamente sepolto, molto più in profondità di quanto qualsiasi archivio o magazzino reperti possa nascondere. È un guanto. Un guanto di pelle marrone, per mano destra.

All’indomani del 6 gennaio 1980, giorno dell’Epifania di sangue di Piersanti Mattarella, quel guanto fu trovato nella Fiat 127 usata dai killer. E poi svanì. La sua sparizione non fu un banale errore investigativo. Non fu un pasticcio burocratico, uno smarrimento in un ufficio caotico e travolto dall’emergenza. Quella sparizione, letta oggi con gli occhi del criminologo, assume i contorni netti di un’operazione chirurgica. Fu un calcolo. Una mossa strategica. Fu, a tutti gli effetti, un assassinio della prova.

Per comprendere la gravità di ciò che è accaduto, per misurare il peso dell’ombra che questo gesto proietta sulle istituzioni, non dobbiamo guardare a quel reperto con gli occhi del 1980. Dobbiamo analizzarlo come una capsula del tempo. Quello che fu fatto sparire non era un semplice indumento. Era un contenitore biologico. I “signori delle ombre” hanno disinnescato con diabolica preveggenza una bomba a orologeria che, decenni dopo, sarebbe inevitabilmente esplosa in faccia ai colpevoli. E, forse, ai loro mandanti.

Questa è l’autopsia di quel depistaggio. Un’analisi in tre atti che segue l’evoluzione della scienza, un’evoluzione che ha trasformato un pezzo di pelle in un testimone quasi onnisciente.

Il 1980 – L’Età della Pietra Forense

Quando quel guanto fu repertato sulla Fiat 127, la scienza forense, per come la intendiamo oggi, semplicemente non esisteva. Era una disciplina artigianale, basata sull’intuito e su poche, rudimentali certezze. Se Filippo Piritore, l’uomo oggi accusato di averlo fatto sparire, o chi per lui, avesse dovuto giustificare la “poca importanza” dell’oggetto, avrebbe avuto gioco facile. Sarebbe stato credibile.

Agli occhi del 1980, quel guanto era un reperto “debole”, quasi muto.

  1. Le Impronte (Dattiloscopia): La speranza principale, ma anche la più vana. Le impronte digitali latenti, i segni lasciati dai grassi e dal sudore dei polpastrelli, sono notoriamente refrattarie alle superfici porose, trattate e conciate come la pelle. Non è come il vetro o il metallo. I prodotti chimici usati per la concia del guanto, la sua stessa natura assorbente, rendevano lo sviluppo di un’impronta leggibile un’impresa disperata. L’unica, flebile speranza sarebbe stata un’impronta lasciata all’esterno, magari dal killer che maneggiava il guanto prima di infilarlo. Ma anche in quel caso, la superficie non era ideale. Un vicolo cieco.
  2. La Serologia (Gruppo Sanguigno): Ammettiamo che il killer, nell’adrenalina dell’agguato, avesse sudato copiosamente. O che si fosse ferito, lasciando una traccia di sangue. La massima informazione che un laboratorio del 1980 avrebbe potuto estrarre era il gruppo sanguigno (Sistema ABO). Si sarebbe scoperto, forse, che l’assassino aveva “sangue di Tipo A”. Un’informazione investigativamente irrilevante. In Italia, circa il 40% della popolazione appartiene al gruppo A. Sarebbe stato come cercare un sospetto descrivendolo come “un uomo con i capelli scuri”. Non era una prova “di classe”; era una non-prova. Non identificava nessuno e, peggio, non scagionava nessuno.
  3. I Residui di Sparo (GSR): Più promettente, ma non per l’identificazione. Si sarebbe potuto analizzare l’esterno del guanto con il microscopio elettronico a scansione (SEM) per cercare le particelle sferoidali di bario, antimonio e piombo (i componenti dell’innesco della cartuccia). Trovarle avrebbe provato che quella mano (o meglio, quel guanto) era vicina a un’arma al momento dello sparo. Utile, sì, per confermare il ruolo del killer (“chi indossava questo guanto ha sparato”), ma totalmente inutile per rispondere alla domanda fondamentale: chi era?

Verdetto del 1980: Agli occhi di un investigatore dell’epoca, e soprattutto agli occhi di chi doveva coprire le tracce, il guanto era un fastidio, non una minaccia. Un reperto “sporco”, ambiguo. Farlo sparire era “buona amministrazione” per chi orchestrava un depistaggio. Era facile. Bastava un cassetto dimenticato, una relazione di servizio ambigua, un passaggio di mano mai verbalizzato.

Chi lo fece sparire, in quel momento, stava solo “ripulendo” la scena. O forse, con una preveggenza che ancora oggi mette i brividi, sapeva già cosa stava per accadere nei laboratori del mondo.

Metà Anni ’80/’90 – La Rivoluzione

Qui la storia cambia. Qui la negligenza diventa dolo. Qui il depistaggio assume una connotazione diversa, più sinistra, quasi profetica. È in questo decennio che la scienza forense nasce davvero, e lo fa con un boato.

Due nomi, due date, cambiano per sempre la storia del crimine:

  1. 1983 – Kary Mullis inventa la PCR: Negli Stati Uniti, un biochimico eccentrico immagina un processo che rivoluzionerà la biologia. È la Reazione a Catena della Polimerasi (PCR). In sintesi, è una fotocopiatrice biologica. Per la prima volta nella storia, si può prendere un frammento minuscolo, invisibile, degradato di DNA — una singola cellula — e amplificarlo milioni, miliardi di volte, fino a ottenere una quantità di materiale genetico sufficiente per essere analizzata.
  2. 1984 – Alec Jeffreys inventa il DNA Fingerprinting: In Inghilterra, un genetista scopre che il nostro DNA contiene sequenze “spazzatura” che si ripetono in modo unico per ogni individuo (all’epoca chiamate VNTR, oggi STR). Sviluppa la tecnica per visualizzare queste ripetizioni: il risultato è un “codice a barre”, un profilo genetico univoco.

All’improvviso, nel volgere di pochi anni, quel guanto marrone dimenticato in un armadio reperti (o già distrutto?) non è più un pezzo di pelle inerte. È diventato uno scrigno.Il sudore che prima serviva solo per il gruppo sanguigno ora è una miniera di cellule. Le cellule epiteliali di sfaldamento, la forfora, un capello impigliato all’interno… tutto ciò che prima era invisibile e inutile, ora diventa la potenziale firma inequivocabile dell’assassino. È qui che dobbiamo tornare a quella frase. Quella frase intercettata nel 2024, agghiacciante nella sua precisione. È Filippo Piritore che parla con la moglie, agitato dopo essere stato convocato dai PM:

“Dico saranno sparite negli anni ’90 perché prima nell’80 servivano da solo… non potevano servire solo per le impronte digitali, e dopo è venuto il Dna… Quindi sono sparite da… se sono state occultate negli anni ’90, quando si è scoperto il Dna”.

Dal punto di vista criminologico e dell’analisi del linguaggio, questa non è la divagazione confusa di un anziano. Questa potrebbe essere una confessione di consapevolezza. Piritore, o chi per lui, dimostra di conoscere perfettamente il valore mutevole del reperto. Sta dicendo ai magistrati, e a noi: “Non cercatelo, è inutile, è sparito proprio allora”. Sembrerebbe quasi voler collere il movente della sparizione (l’avvento del DNA) al tempismo (gli anni ’90).

Chi ha agito, ha agito con la consapevolezza che il reperto, da “inutile” che era, era diventato una bomba atomica forense. La sua sparizione, o la sua distruzione definitiva se fino ad allora solo occultato, doveva avvenire in quel decennio. Prima che quelle tecniche, già usate nei grandi casi in USA e UK, diventassero la prassi anche nelle procure italiane.

Oggi – L’Arma Definitiva

E arriviamo a oggi. Se quel guanto, per un miracolo, spuntasse fuori da un armadio sigillato. Se fosse stato conservato, anche non perfettamente, ma al riparo dalla contaminazione. Cosa succederebbe? Succederebbe che il caso Mattarella, per la parte degli esecutori materiali, si chiuderebbe in poche settimane.

Non servirebbe sangue, né sperma. Basterebbe la polvere. Basterebbe il “Touch DNA” (DNA da contatto), e le tecniche di analisi LCN (Low Copy Number). Ecco, passo dopo passo, cosa farebbe oggi la Polizia Scientifica. È lo scenario che il depistaggio ha voluto cancellare.

  1. L’Obiettivo: Le cellule epiteliali di sfaldamento. Può suonare complesso, ma è la cosa più semplice del mondo: è la nostra pelle. Ognuno di noi perde migliaia di cellule ogni minuto. Un killer, in un momento di stress e concitazione come un omicidio, con le mani che sudano e si muovono dentro il cuoio, “impregna” letteralmente il guanto di sé stesso. Lo riempie del suo codice genetico.
  2. L’Estrazione: In un laboratorio sterile, un tecnico userebbe la tecnica dello swabbing (tamponamento). Con un tampone sterile leggermente umido raschierebbe delicatamente la superficie interna del guanto, soprattutto le punte delle dita e la zona del palmo. Poi, con un processo chimico (lisi), romperebbe le pareti di quelle cellule per liberare il DNA.
  3. L’Amplificazione (La PCR): Quel DNA, scarso e degradato da 45 anni, verrebbe inserito nella “fotocopiatrice” (un termociclatore). In poche ore, da poche molecole si otterrebbero miliardi di copie identiche.
  4. L’Analisi (Il Profilo STR): Le copie verrebbero analizzate da un sequenziatore genetico, che non cerca più le vecchie VNTR, ma i più precisi marcatori STR (Short Tandem Repeats). È lo standard aureo mondiale. Il risultato è un grafico con dei picchi, che si traduce in una serie di numeri. Un codice. Il “codice a barre” genetico di chi ha indossato quel guanto.
  5. Il Confronto: Quel profilo (definito “Ignoto 1”) verrebbe confrontato direttamente con il DNA dei killer oggi indagati, Antonino Madonia e Giuseppe Lucchese, già in carcere per altri delitti.
    • Se c’è un “match”: Il caso è chiuso. La probabilità che quel profilo appartenga a qualcun altro sarebbe di uno su miliardi di miliardi. Avremmo la prova regina. La firma biologica dell’assassino sulla scena del crimine.
    • Se non c’è un match: Il profilo di “Ignoto 1” verrebbe inserito nella Banca Dati Nazionale del DNA. Resterebbe lì, in attesa. Pronto a scattare nel momento in cui uno dei killer (se ancora vivo e non identificato), o un suo parente stretto, fosse incappato in un qualsiasi altro controllo.

Sì, perché oggi la scienza permette anche questo: l’analisi familiare. Se nella banca dati fosse presente il DNA di un figlio, di un fratello o di un nipote del killer, il sistema segnalerebbe una corrispondenza parziale, aprendo una pista investigativa nuova e devastante.

L’Ombra del Calcolo

Ecco cosa hanno cancellato. Ecco cosa ci hanno tolto. La sparizione del guanto di Piersanti Mattarella non fu un atto di negligenza del 1980. Fu un atto di strategia criminale. Fu un investimento sull’impunità futura. Chi lo sottrasse, e chi ne coprì la sparizione per decenni, non stava solo cancellando le deboli e ambigue tracce del passato. Stava attivamente, lucidamente e consapevolmente impedendo alla scienza del futuro di risolvere il caso. Sapevano, o intuivano con diabolica intelligenza, che la tecnologia stava arrivando. E hanno agito per fermarla.

Il guanto è un simbolo. È il simbolo di tutti i reperti “smarriti”, di tutte le prove “inquinate”, di tutti i verbali “dimenticati” che costellano la storia delle stragi italiane. Ci dice che il depistaggio non è quasi mai frutto di incompetenza. È un’opera di intelligenza. È un disegno. È una regia occulta che opera dentro lo Stato per proteggere i nemici dello Stato.

La domanda che resta, dopo 45 anni, è la stessa. Ed è più pesante di un macigno: chi aveva così tanta paura di poche, invisibili cellule di pelle? Chi, nel 1980, o nel 1990, aveva il potere di far sparire una prova e la preveggenza di sapere perché andava fatto?

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Autore

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  • Criminologo esperto in scienze forensi, criminologia investigativa e criminal profiling, pedagogia giuridica, psicopedagogia forense e valutazione della pericolosità sociale, scienze penalistiche, educatore socio-pedagogico e giornalista pubblicista, direttore di comunità.Profondo conoscitore delle trame italiane del periodo che va dalla fine degli anni Ottanta alla metà degli anni Novanta.Consulente della famiglia Mandolini.

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