Era una notte come tante, quando il silenzio di Clusone venne spezzato da un’eco di terrore. Trentadue anni fa, la vita di una giovane ragazza si spense in modo brutale, dando inizio a un enigma tuttora irrisolto. Abbiamo deciso di immergerci nei dettagli di quel giorno fatale, a partire dai fatti ed esplorando le indagini che non sono riuscite a portare alla luce la verità, cercando di capire come un omicidio possa trasformarsi in una ferita aperta, capace di riemergere a più riprese nel cuore della cronaca nera…

Laura Bigoni e il suo fidanzato Gianmaria Bevilacqua, detto “Jimmy”.
1993, Milano. Corso di Porta Romana, storico viale del centro città dove al civico 132 spicca un’elegante palazzina . Tra gli abitanti dello stabile ci sono due celebri figure, Dario Fo e Franca Rame. Al suo interno vivono e lavorano i due portinai, Angelo e Maria, con i loro tre figli. Laura, Silvana e Roberto. Laura ha 23 anni, Dario Fo la incrocia spesso nell’androne del palazzo, la descrive come una ragazza “alta, timida, sempre gentile, una fotocopia dei genitori”.
Una ragazza educata
Lunghi capelli castani, occhi color ebano, fisico slanciato. Un lavoro come addetta alle pulizie al Comune di Milano, la passione per l’estetica e il sogno di aprire un salone di bellezza. Ragazza educata e dai modi fini, da due anni ha una relazione con Gianmaria Bevilacqua, detto “Jimmy”. Lui ha 25 anni, fa l’elettricista e nel tempo libero svolge volontariato come pompiere.
La relazione sembra andare a gonfie vele e in effetti sarà così fino all’estate del 1993, periodo in cui Laura scopre alcune cose su Gianmaria. Il ragazzo in realtà da diversi mesi sta portando avanti una relazione parallela con un’altra donna, chiamata Vanna, alla quale ha promesso di andare a convivere.
Una vacanza per ritrovare se stessa
Quando Laura viene a sapere tutto il rapporto con Jimmy va automaticamente in crisi. La giovane vive giorni difficili e irrequieti, tanto che i genitori le consigliano di prendersi un periodo di pausa per staccare da questa situazione e sgomberare la mente. Per questo la invitano a trascorrere una vacanza da sola nel loro secondo appartamento, situato a Clusone, comune della Val Seriana. Un’occasione per cambiare aria, vedere facce nuove, concedersi un momento per sé. O almeno così avrebbe dovuto essere, perché in realtà Gianmaria non sembra rassegnarsi, tanto che la raggiunge più volte nel paese, le fa promesse, cerca di passare del tempo con lei e riallacciare il rapporto.
Una circostanza che si ripete spesso durante quei caldi giorni estivi, quando ancora nessuno può immaginare l’orrore che si verificherà di lì a poco.
L’ultimo giorno di Luglio è un Sabato e Jimmy raggiunge Laura a Clusone: i due passano il pomeriggio insieme fino a quando il ragazzo riceve una chiamata, alle 19:00. Dice a Laura di dover rientrare a Milano e di non poter trascorrere la serata con lei. La ragazza si sente di nuovo piantata in asso. Alla fine decide comunque di uscire lo stesso quella sera, da sola. Sarebbe andata in discoteca, alla ricerca di qualche ora di svago che le facesse dimenticare i problemi dell’ultimo periodo. Pietro, 63 anni, uno dei vicini della casa di Clusone, lavora come posteggiatore al Collina Verde, la discoteca della zona. Laura si fa accompagnare lì da lui e arriva poco prima delle 22.
La tragica scoperta
1 Agosto, mattina. Gli zii di Laura sono sotto al palazzo ad attenderla. Hanno in programma di trascorrere la giornata insieme in montagna, ma nonostante abbiano suonato più volte nessuno risponde al campanello. A questo punto suonano alla vicina e le chiedono se può andare ad avvisarla. La donna si dirige verso l’appartamento ma nota subito qualcosa di strano: la porta è aperta e sta uscendo del fumo. Entra all’interno e arriva in camera da letto, scoprendo così un quadro agghiacciante.
“Questo è uno degli omicidi più terribili che mi siano mai capitati” così descrisse la scena Antonello Tenardi, il Maggiore dei Carabinieri, che di delitti ne aveva visti tanti. E l’immagine che si presentava in quella stanza era davvero angosciante.
Laura giaceva sdraiata sul materasso, avvolta da una coltre di fumo e fiamme. Quando i pompieri, giunti d’urgenza sul posto, spensero l’incendio, emerse tutta la brutalità di quella circostanza. La ragazza, ormai senza vita, indossava soltanto una maglietta. Era stata attinta da dieci colpi di arma da taglio, inferti con un grosso coltello da cucina. Cinque alla gola, quattro al petto, e un’ultima terribile mutilazione con un fendente nella zona inguinale. L’assassino aveva in seguito tentato di dare fuoco al materasso con della lacca e un accendino, ma l’incendio non era divampato per mancanza di ossigeno all’interno della camera chiusa.
La scena del crimine
Gli elementi sulla scena del crimine forniscono alcuni indizi: una tazza di caffè in cucina, la borsa appoggiata sul comodino, le scarpe riposte vicino al letto, le mutande lavate e stese nel bagno. Tracce che sembrano suggerire una situazione precisa: come se la vittima, una volta tornata dalla serata in discoteca, avesse rimesso a posto le sue cose prima di mettersi a letto. Quindi, almeno inizialmente, doveva essere tranquilla e non sentirsi in pericolo.

Il pm Isella sul luogo del delitto.
Due opzioni: o era già in compagnia dell’assassino e si fidava di lui oppure non sapeva che era in casa perché nascosto o perché entrato dopo di lei. Sul corpo non ci sono segni di difesa, probabilmente il killer l’ha colta di sorpresa mentre era sdraiata sul materasso. Un attacco fulmineo e furioso che non le ha lasciato scampo. Ma chi può essere l’autore di un simile massacro?
L’ultima notte: tra ombre e testimoni
Gli inquirenti cercano di ricostruire le ultime ore della vittima. Si scopre così che quella sera in discoteca Laura aveva conosciuto Marco, un ragazzo di 23 anni residente a Endine, soprannominato “il biondino” anche se ha i capelli castani. Interrogato, racconta agli investigatori di aver trascorso la serata con lei, di aver lasciato la discoteca insieme poco prima delle 3 di notte e di essersi diretti con la sua auto verso l’appartamento di Clusone. Arrivati sul posto però, Laura gli avrebbe detto di aver notato una luce accesa all’interno della dimora, così i due si sarebbero appartati in una pineta per trovare un po’ di intimità.

Marco Conti, detto “il biondino”, l’ultima persona ad avere visto Laura Bigoni in vita.
Dopo tutto ciò ritornano verso lo stabile, la ragazza voleva salire da sola per verificare che non ci fosse nessuno in casa, dicendo a Marco che dopo qualche minuto lui avrebbe potuto raggiungerla e bussare alla porta. Laura si incammina, il giovane aspetta alcuni giri di lancetta e poi si avvia verso l’appartamento. Bussa più volte ma non ottiene risposta, così decide di andarsene. Mentre si allontana avverte delle sensazioni strane, ha l’impressione che ci sia qualcuno che lo sta osservando. Nell’androne incrocia una sagoma protetta dall’oscurità della notte, sembra un uomo sui 45-50 anni. Continua a dirigersi con passo deciso verso la sua auto e lascia definitivamente il palazzo.
Viene ascoltato anche Pietro, il posteggiatore della discoteca che aveva accompagnato Laura all’andata e abitava al piano terra dello stesso condominio. Dice di essere rientrato alle 4 di notte e di non aver notato nulla di strano. Nel frattempo arrivano altre testimonianze. Quella di un barista che dichiara di aver visto nella notte, intorno alle 3:30, fuori dallo stabile e in prossimità del vicino bar chiuso, una ragazza bionda. Altri due testimoni raccontano della presenza di un taxi giallo targato Milano fermo sotto alla palazzina, con a bordo due uomini.
L’arresto
Passano pochi giorni quando arriva una notizia che sembra segnare la svolta: Gianmaria, il fidanzato della vittima, viene arrestato. L’accusa è diretta e decisa: secondo gli inquirenti è lui l’autore del delitto. Finisce sotto imputazione anche Vanna, accusata di favoreggiamento.
Jimmy aveva un alibi per le ore dell’omicidio: disse di trovarsi insieme a Vanna e anche lei confermò questa circostanza. Dichiarazioni che non convinsero la PM che lavorava al caso: secondo la sua teoria il ragazzo aveva ucciso Laura, probabilmente perché venuto a sapere che si era accompagnata con un altro uomo, esplodendo in un moto di furiosa gelosia. Conosceva la casa, come volontario pompiere conosceva anche la materia degli incendi e questo combacerebbe con il killer che cerca di dare fuoco al materasso, probabilmente per cancellare le prove. Tuttavia risulta strano che un vigile del fuoco non sapesse che, chiudendo la porta e le finestre della stanza come ha fatto l’assassino, l’incendio non sarebbe potuto divampare.
Il processo e la “nuova” pista
Gianmaria resta in carcere per quattro mesi prima di essere rilasciato per mancanza di prove. La Procura continua comunque a indagare su di lui e si arriverà al rinvio a giudizio. Il processo di Primo Grado si chiude nel Marzo 1997: sentenza di colpevolezza e condanna a 24 anni di carcere. La tesi dell’accusa ha convinto i giudici, un macigno sulle spalle di Jimmy. Ma un anno dopo la corte d’Appello ribalta tutto, l’imputato viene assolto con formula piena per non aver commesso il fatto. Assoluzione che sarà confermata nel Novembre 1998 dalla Cassazione. Gli elementi a carico di Gianmaria si rivelarono fragili e si sciolsero come neve al sole davanti alla bilancia della Giustizia; non era stato lui ad uccidere Laura Bigoni.
La fine del processo andò di pari passo con la fine delle indagini. L’assassino restava un fantasma, una figura invisibile catturata dalle tenebre di quella maledetta notte. Le stesse tenebre che calarono sul fascicolo, archiviato senza nessun colpevole.
Sul caso calerà un lungo silenzio, intervallato di tanto in tanto da sporadici articoli di giornale e da qualche spezzone televisivo che ne ricordava l’esistenza. Si è andati avanti così per quasi 30 anni, quando nel 2021 l’inchiesta viene riaperta. Tutto parte da una testimonianza raccolta dal giornale locale “Araberara”. A riportare i fatti è una donna che dichiara di aver lavorato al Comune di Milano nel periodo precedente all’assunzione di Laura. Si occupava della pulizia degli stessi uffici a cui poi venne assegnata la ragazza. Durante la sua esperienza riferisce di aver avuto a che fare con un tizio piuttosto particolare che lavorava lì dentro. Un signore che sembra avesse l’abitudine di molestare, anche in maniera piuttosto spinta, le giovani colleghe. Lei stessa racconta di aver vissuto alcuni brutti episodi con questa persona e di aver rischiato di subire un’aggressione violenta quando si era trovata da sola con lui. Alla fine chiese e ottenne il trasferimento. Riferisce anche un dettaglio: il soggetto in questione avrebbe avuto un fratello che guidava un taxi giallo.
La redazione del giornale girò tutto il materiale alla Procura e a seguito di ciò sono state riaperte le indagini. Ad oggi, quattro anni dopo la riapertura, non si hanno ulteriori notizie su questa pista né su altre linee d’indagine.
Il puzzle del crimine
Ma cosa poteva essere accaduto quella notte? Il fatto che non siano stati rilevati segni di difesa sul corpo e che nessuno dei condomini abbia udito il minimo rumore suggerisce un attacco repentino e silenzioso. Quando Laura rientra a casa, si comporta in modo del tutto normale: appoggia la borsa e si sfila le scarpe, si sveste parzialmente, lava le mutande: compie gesti intimi che fanno pensare potesse essere da sola e si stesse preparando al riposo. La direzione e la potenza delle coltellate che gli sono state inferte indica che è stata colpita mentre era distesa sul letto, dall’alto verso il basso. Si affaccia quindi un’ipotesi inquietante: è possibile che l’assassino sia entrato nell’appartamento in un momento successivo e abbia colto la vittima nel sonno, mentre si trovava sdraiata sul materasso, approfittando della sua vulnerabilità in quel frangente.
Potrebbe trattarsi di qualcuno che sa dove abita e che, per circostanze di conoscenza o di prossimità, probabilmente sa che in quel momento è in casa. Forse è al corrente anche del fatto che un mazzo di chiavi dell’appartamento viene tenuto all’esterno dell’abitazione, nascosto sotto ai gradini delle scale.
La tipologia di delitto sembra gridare un forte risentimento, la frustrazione di una mente deviata che per qualche motivo sente l’impulso di agire. Un omicidio violento, feroce, con quella brutale coltellata nella zona inguinale, come a voler distruggere l’identità sessuale della vittima.
La luce svanita
Sono passati oltre tre decenni da quel Primo Agosto 1993, le persone che volevano bene alla giovane continuano a vivere con un vuoto incolmabile, una voragine che si è progressivamente amplificata nel corso del tempo. Dopo l’accaduto Dario Fo realizzò due quadri che raffiguravano Laura e li regalò alla famiglia, in ricordo di quella ragazza che incrociava nel condominio, sempre gentile e sorridente, prima che incontrasse la morte nel più terribile dei modi, per mano di un individuo ad oggi sconosciuto.
In questo oscuro labirinto di eventi ogni indizio, ogni dettaglio all’apparenza insignificante potrebbe essere la chiave per gettare un fascio di luce e tentare di rendere giustizia, per questo è importante non dimenticare il volto di Laura e la sua storia, rimasta vittima di un assassino tuttora senza nome.




Bell’articolo. Non conoscevo la storia….mi sembra strano che abbiano creduto subito alla versione del ragazzo conosciuto in discoteca, mi sembra la persona più sospetta.
Io mi ricordo questo brutto avvenimento, le indagini secondo me non sono state fatte bene. Special mente dal Pm. Che a quel tempo indagata su questo caso di cronaca