La chiamiamo ancora “nuova Mafia” ma quella nigeriana è una mafia oramai insediatasi fisiologicamente nel nostro territorio, in circa trent’anni è divenuta il referente per eccellenza per il traffico di uomini, schiave sessuali e armi, con il continente africano.

Blitz della polizia tra Torino e Ferrara ai danni di cittadini nigeriani appartenenti al sodalizio criminale di stampo mafioso “Viking” o “Norsemen Kclub International” (ottobre 2020).
Perché parlare delle mafie nigeriane in Italia? Perché non sono un fenomeno marginale, sono una struttura complessa e ramificata che combina violenza e una rete transnazionale. Tra le strade delle nostre città la loro brutalità passa spesso inosservata. Nelle periferie, si fissano increduli quegli sguardi di ragazze che per pochi euro vendono il corpo su sudici materassi, proprio lì dove il fetore dell’indifferenza si mischia a quello della spazzatura. Chi sono i loro padroni? No, padroni non è una parola forte, indica chi detiene il potere sulla loro stessa vita, chi ignora la loro dignità fino a quando la speranza è così lontana da divenire voglia di morte. La chiamiamo ancora “nuova Mafia”, ma quella nigeriana è una mafia oramai insediatasi fisiologicamente nel nostro territorio, in circa trent’anni è divenuta il referente per eccellenza per il traffico di uomini, schiave sessuali e armi, con il continente africano.
Le radici, l’espansione, la scuola del male
Le mafie nigeriane affondano le loro radici negli anni ’80, quando la Nigeria affrontava una grave crisi economica dovuta al crollo dei prezzi del petrolio. Il contesto di instabilità favorì la nascita di organizzazioni criminali che, almeno inizialmente, si presentarono come confraternite universitarie con scopi culturali e sociali. Col tempo, alcune di queste confraternite si sono poi evolute in potenti gruppi di stampo mafioso, tra questi spiccano i Black Axe e la Supreme Eiye Confraternity (SEC).
L’espansione di queste organizzazioni al di fuori dei confini nigeriani è avvenuta attraverso le rotte migratorie. In Italia una prima traccia della loro impronta è datata 1987, quando venne arrestato un membro della “mafia nigeriana”. Da allora, la loro presenza si è consolidata in varie città italiane, con una struttura organizzativa che replica quella delle mafie tradizionali, caratterizzata da una rigida gerarchia e da rituali di affiliazione. Vien da chiedersi se abbiano frequentato la scuola del male. Sicuramente, hanno avuto ottimi maestri: hanno saputo imitare le mafie locali, cooptando adepti tra i nuovi migranti sul territorio nazionale.
I gruppi mafiosi
Mafie che sfruttano donne e terrorizzano intere comunità. Ma quali sono e soprattutto quante sono? Sul nostro territorio sono ormai tantissimi i gruppi mafiosi nigeriani che sono riusciti a svilupparsi e ramificarsi. I Black Axe ad esempio, nati in Nigeria negli anni ’70 come gruppo studentesco, sono oggi un’organizzazione che si nutre di traffico di droga, prostituzione e tratta di esseri umani. Dominano città come Torino, Palermo, Catania e Napoli. La loro gerarchia è piramidale, con Axe Lords al comando il quale sigilla la fedeltà degli affiliati con riti di sangue.
La Supreme Eiye Confraternity, anch’essa nata nelle università nigeriane, si è trasformata in un clan mafioso attivo in Milano, Torino e Bologna. Il loro capo supremo, il National Head, dirige operazioni criminali che includono sfruttamento della prostituzione e traffico di droga. I Maphite, attivi a Roma, Napoli e Brescia, operano con riti di affiliazione segreti e punizioni brutali per chi tradisce. Infine, i Vikings, con base a Bologna, Verona e Torino, usano mutilazioni e rituali di sangue per mantenere la disciplina all’interno della loro organizzazione. I loro riti di affiliazione sono un mix di prove fisiche, giuramenti su sangue e sacrifici animali. Le donne destinate alla prostituzione subiscono rituali juju, un vincolo spirituale che le lega agli sfruttatori attraverso il timore di maledizioni. Si parla poco di loro. Troppo poco. Il sistema è ramificato, le connivenze molteplici. La tratta di esseri umani non è un fenomeno isolato: è parte di un’economia sotterranea che si regge sulla complicità, sul silenzio, sulla paura.
Basti pensare che nel 2021, un’operazione di Polizia condotta a L’Aquila, ha portato all’arresto di 30 cittadini nigeriani, smantellando una cellula dell’organizzazione Black Axe. Dalle indagini è emerso che le attività criminali spaziavano dal traffico di stupefacenti allo sfruttamento della prostituzione, fino a sofisticate truffe informatiche e riciclaggio di denaro attraverso l’uso di criptovalute. La capacità della mafia nigeriana di adattarsi e integrarsi nel tessuto criminale locale è ulteriormente dimostrata dalla collaborazione con organizzazioni mafiose autoctone. Questa sinergia ha permesso loro di gestire in modo efficace le attività illecite, utilizzando metodi violenti e intimidatori per mantenere il controllo sul territorio.
Vendute, scomparse, dimenticate: il traffico delle schiave moderne
Sono storie che iniziano con una promessa sussurrata all’orecchio di ragazze affamate di vita. “L’Europa ti aspetta, lì troverai un lavoro, soldi, un futuro.” Bugia ben congegnata, una ragnatela tessuta con maestria da coloro che, nell’ombra, trafficano sogni e corpi umani. È così che comincia il viaggio di migliaia di giovani donne nigeriane, spinte dalla disperazione e intrappolate in un incubo che si srotola lungo le piste polverose del deserto del Sahara, dentro i lager libici e sulle onde impietose del Mediterraneo.
Le chiamiamo “schiave moderne”, ma la loro tragedia ha il sapore antico del giogo e del sangue. Benin City è così il crocevia di un traffico che si nutre della miseria e della credulità. Tante le ragazze, anche minori, che lasciano famiglie povere, fiduciose nelle promesse di una “maman”, una donna che si presenta come benefattrice e che invece è il primo anello di una catena criminale che le soffocherà. Prima di partire, vengono sottoposte a rituali voodoo, giuramenti che le vincolano al debito contratto per il viaggio.
Il deserto è il primo inferno. Nel silenzio delle dune, le urla delle donne violentate si disperdono come sabbia nel vento. Nessuno le sente, nessuno le salva. Poi viene la Libia, terra di nessuno, dove il corpo di una donna non ha altro valore se non quello che un trafficante decide di dargli. Prigioni improvvisate, torture, fame, mercati di schiavi: è qui che molte scompaiono, inghiottite dal buio prima ancora di vedere il mare.
Ma per chi riesce ad arrivare alle coste, l’illusione della salvezza è breve. In quei fragili gusci di plastica, gli esseri umani sono stipati all’inverosimile, l’unica speranza è che qualche nave umanitaria li raccolga. Alcune annegano, altre sbarcano ed è così che quel viaggio si trasforma nell’inizio di una nuova prigionia. L’Italia diventa la loro gabbia. Le attende il marciapiede, sotto il controllo delle mafie nigeriane. Ogni donna è una fonte di reddito, ogni ribellione viene punita con la tortura o la morte. A volte i loro corpi vengono trovati abbandonati nei campi, bruciati, spezzati. Sono morti che non fanno rumore e il loro nome si perde nel vento mentre sul marciapiede un’altra ragazza prende il suo posto.




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