Di acqua sotto i ponti della Capitale ne è passata da allora, ma la Magliana è ancora una terra feconda di segreti. Il rebus massimo della Magliana di oggi è la storia del cosiddetto “Collezionista di ossa”. Come giustamente l’ha definita il giornalista Alessandro Capponi del «Corriere della Sera»: «Questa è una storia che ne contiene molte, come uno scheletro che si compone di ossa appartenenti a persone diverse (…) Un puzzle, le cui tessere sono ossa umane».
L’Inizio
Tutto ha inizio un giorno come tanti. Parliamo della mattina di Halloween del 2003, quando il pensionato Libero Ricci saluta la moglie Emilia ed esce dal suo appartamento di via Luigi Rava 7 per la solita passeggiata giornaliera. L’uomo abita in quella zona da sempre, ovvero da quando mamma Rebecca ha scelto quel lembo di terra per sé e per i suoi figli. La speranza è quella di riniziare finalmente a vivere dopo la guerra e le continue fughe per evitare i rastrellamenti nazisti. Sì, perché la famiglia Ricci è una famiglia di origini ebree, un dettaglio cruciale da tenere a mente come vedremo tra poco. Libero ha continuato a dimorare nella Magliana, anche quando è cresciuto, ha iniziato a lavorare come operaio specializzato in Vaticano e ha poi deciso di sposarsi e mettere al mondo dei bambini. E, ora, che ha settantasette anni e soffre di demenza senile seguita ad abitare nella Magliana.
Tornando alla mattina del 31 ottobre 2003, arriva il momento di sedersi a tavola per pranzare e del signor Ricci neanche l’ombra. Scattano immediatamente le ricerche. Quando in serata, ogni tentativo di ritrovare Libero si è concluso con un nulla di fatto, i familiari si recano al vicino commissariato di Portuense per denunciarne la scomparsa. Neanche l’intervento delle forze dell’ordine riuscirà a sortire alcun effetto, né nell’immediato né in futuro.
Trascorrono gli anni, esattamente quattro, e la Magliana ci sorprende con una nuova macabra scoperta. Nell’afoso giovedì del 26 luglio 2007 in via Pescaglia l’autopompa dei pompieri doma un rogo scoppiato in prossimità della fabbrica di profilati in ferro e acciaio Saferrot. Il solito fuoco che a Roma divampa sempre in estate a ridosso delle sterpaglie: ordinaria amministrazione, insomma. Se non fosse che dai resti dell’incendio spuntano delle ossa umane annerite. Poco distante, vengono ritrovati un marsupio con dentro un documento d’identità e le chiavi di una Alfa Romeo e di un appartamento. In entrambi i casi, si tratta di oggetti personali di Libero Ricci. Logica vuole allora che lo scheletro rinvenuto sia proprio dell’anziano scomparso. Ok, perfetto tutti i tasselli combaciano, il caso è chiuso. Oppure no?
I Dubbi e le Analisi
Sin da subito, i figli avanzano dei dubbi a tal proposito, in quanto i vestiti e le scarpe ritrovati in quella zona brulla e selvaggia non corrispondono affatto al cappotto blu, alla maglia marrone e ai pantaloni neri indossati quel 31 ottobre del 2003 da Libero. Per questo motivo, la famiglia Ricci si appella all’autorità giudiziaria per richiedere il test del DNA. Nel frattempo, la polizia conduce le solite indagini di routine e, alla fine, sentenzia nero su bianco che l’incendio è di chiara origine dolosa. Per quanto riguarda la carcassa ritrovata, la risposta impiega circa tre anni ad arrivare e lascia tutti esterrefatti perché quelle ossa non sono di Libero. C’è molto di più: lo scheletro appartiene a cinque persone differenti per sesso, età ed epoca della morte. La rivelazione finale è un vero e proprio colpo di scena che va oltre ogni possibile immaginazione.
I genetisti Carla Vecchiotti e Luigi Cipolloni del laboratorio genetico forense della Sapienza insieme al nucleo “Circe” del dipartimento di scienze ambientali di Caserta provano a “far parlare” quel bric-à-brac di resti umani. Mediante l’analisi del radiocarbonio “Bomb Spike”, deducono che lo scheletro sia composto dalle ossa di tre donne (F) e di due uomini (M) con le seguenti caratteristiche:
(F1): Il teschio, vertebre ed emicostato destro sono di una donna deceduta tra il novembre 2002 e il novembre 2006 con un’età approssimativa fra i 45 e i 55 anni, anche per via dei denti molto usurati, segno che non è mai andata dal dentista. (F2): La tibia destra è di una giovane tra i 20 e i 35 anni, morta tra il novembre 1992 e il febbraio 1998. (F3): Il perone destro appartiene a una donna tra i 35 e i 45 anni, venuta a mancare in un arco di tempo compreso fra l’aprile 1995 e il dicembre 2000. (M1): La scapola destra e l’omero destro sono di un uomo che aveva tra i 40 e i 50 anni quando è morto tra il febbraio 2002 e l’ottobre 2006. (M2): Il femore destro è di un ragazzo tra i 25 e i 40 anni, trapassato tra il febbraio 1986 e l’ottobre 1989.
Immediatamente la Procura della Repubblica di Roma apre un’indagine per omicidio volontario plurimo e occultamento di cadaveri, affidandola al procuratore capo Giovanni Ferrara, al procuratore aggiunto Pierfilippo Laviano e al pm Marcello Monteleone. In contemporanea, si tenta il tutto per tutto al fine di dare un nome e un volto a quelle ossa, compreso un immane lavoro di comparazione con i teschi e le ossa ritrovati in passato al Quadraro, all’Esquilino e a Torvajanica.
Il fattaccio brutto de via Pescaglia arriva anche in Tv, approdando alla storica trasmissione «Chi l’ha visto?». Nella puntata di lunedì 8 febbraio 2010 l’autore del format Pino Rinaldi, assieme alla conduttrice Federica Sciarelli, ammette sconcertato che: «In vent’anni di professione è la storia più folle che mi sia capitata». Dopo pochi istanti, il centralino di «Chi l’ha visto?» appare come impazzito per le chiamate del pubblico in fibrillazione. In tanti, temono/sperano che una di quelle ossa sia di un loro caro scomparso. Fra questi, ad esempio, la cugina di Rosanna Minorenti di cui si sono perse le tracce nel ’90.
Alla fine, l’inchiesta si rivela essere un buco nell’acqua e a marzo 2011 viene archiviata dal gip Nicola Di Grazia su richiesta del pm Monteleone. Prima di porre la parola “fine” a un’indagine che ha provato a smuovere mari e monti, si cerca un confronto anche con il DNA di Emanuela Orlandi e della ventunenne Alessia Rosati, scomparsa a Roma il 23 luglio del 1994. La risposta che si ottiene in ambedue i casi è identica: esito negativo. Di recente, qualcuno ha buttato là l’ipotesi che la tibia destra di F2 sia quella della studentessa Catherine “Katy” Skerl assassinata nel 1984 (ne abbiamo parlato qui Catherine Skerl: un delitto senza colpevoli da oltre 40 anni – Parte I) e la cui bara è stata trafugata dal cimitero del Verano. Possibilità quantomeno astratta poiché, come abbiamo scritto sopra, l’osso è sì di una giovane donna, ma deceduta tra il 1992 e il 1998. Pertanto, il problema sono le tempistiche. Più verosimile allora che il perone destro di F3 appartenga alla quarantasettenne Magdalenda Chindris di nazionalità rumena sposata con l’intellettuale Aldo Rosselli, sparita nel nulla il 31 maggio 1995. E di ciò gli inquirenti si stanno occupando.
La vicenda del famigerato “penta-scheletro” non è finita qui. Dai risultati del DNA mitocondriale effettuati nel 2012 emerge un’altra inquietante verità: la donna F1 sarebbe legata a Libero Ricci da un rapporto parentale per via materna, avendo del codice genetico in comune con la mamma di Libero, la signora Rebecca Moscato morta nel 1987. A determinarlo è raro marker genetico appartenente a un ceppo giudaico-caucasoide. Nel 2023 viene autorizzato un progetto apposito, promosso dal Commissario Straordinario per le Persone Scomparse in capo al Ministero dell’Interno. Tra gli esperti chiamati a far parte di questa speciale task force vi è la dottoressa Chantal Milani, antropologa e odontologa forense. Grazie al suo intervento, si è riusciti a raffigurare al computer un volto in 3D compatibile con il soggetto femminile F1, partendo dalla tac del cranio rinvenuto. Ovviamente, sebbene questa ricostruzione presenti alte probabilità di verosimiglianza, non è da intendersi come una fotografia esatta dell’individuo.

La distribuzione delle ossa.
Le Ipotesi
Ma, da dove provengono queste ossa? La prima ipotesi è che i resti umani derivino da sepolture e che, quindi, il collezionista sia un ladro di tombe, oppure un impiegato cimiteriale o delle pompe funebri. Sarebbe una teoria più che plausibile. Peccato, però, che sia da scartare. Infatti, il medico legale non individua su nessuna delle ossa tracce di zinco o di altri materiali impiegati nella fabbricazione di bare. Non di meno sono da escludere le supposizioni che implicano furti da università o laboratori medici, per non parlare poi dei riti satanici. Accantonate queste teorie, si passa all’eventualità di aver a che fare con un serial killer. Questa congettura è forse campata per aria?
A dire qualcosa di estremamente interessatnte è proprio la dottoressa Milani: «Quella del serial killer è l’ipotesi che ritengo meno probabile. È una ricostruzione di uno scheletro singolare, ma non ci sono altri casi simili correlati o episodi di scomparse correlabili. Un eventuale approfondimento in quella direzione necessiterebbe di un lavoro più sistematico, ma pour parler mi sembra fuori dall’insieme di elementi che caratterizzano l’operato di un serial killer». («Il Giornale.it» del 2 giugno 2023). Di sicuro, chi ha messo in atto questa funerea rappresentazione è un fine conoscitore dell’anatomia umana, giacché lo scheletro non presenta alcun osso duplicato e ognuno è stato disposto nell’ordine esatto.
Dopo 17 anni dal fatidico ritrovamento alla Magliana, di Libero Ricci ancora nessun indizio. Idem per quel frutto di un funereo assemblaggio di vari frammenti sconosciuti, che ancora non vuole parlarci e raccontarci il chi, il come e il perché di un narcisistico gesto alla Frankenstein. E chissà se lo farà mai.





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