A 47 anni dal ritrovamento di Aldo Moro in via Caetani, nel cuore di Roma, restano oscuri i motivi della scelta di quel luogo. Ma c’è una storia che non molti conoscono, quella di un appartamento del Sisde a pochi metri dal ritrovamento, che solleva inquietanti interrogativi su possibili legami con il sequestro e l’omicidio del presidente della DC…

Via Caetani, 9 maggio 1978.
Sono passati 47 anni dal 9 maggio 1978, giorno in cui in via Michelangelo Caetani, nell’antico Ghetto ebraico nel cuore di Roma, fu ritrovata una Renault 4 rossa con il corpo di Aldo Moro rannicchiato nel bagagliaio. L’immagine del cadavere del presidente della Democrazia Cristiana, rapito dalle Brigate Rosse 55 giorni prima, è ancora oggi un pugno nello stomaco della storia del nostro Paese. Troppi i punti oscuri di questa vicenda, a cominciare da una domanda cui nessuno, neanche gli ex brigatisti, che siano pentiti o dissociati, ha dato una risposta: perché si scelse proprio quella zona e proprio via Caetani per far ritrovare il corpo di Moro?
Lo spostamento sospetto
La storia ‘ufficiale’, quella sancita dai cinque processi ma soprattutto basata, da un lato, sul Memoriale Morucci, frutto di un accordo politico, e dall’altro sul libro intervisto di Mario Moretti a Carla Mosca e Rossana Rossanda, racconta che Moro fu detenuto in un’unica prigione, quella di via Montalcini, situata all’opposto estremo di Roma rispetto a via Caetani. È lecito dunque domandarsi perché le BR, che sostengono di aver ucciso lo statista nel box auto di via Montalcini pur avendo l’ultima Commissione parlamentare dimostrato che le dimensioni della R4 e quelle del garage non erano compatibili, abbiano attraversato Roma con un cadavere nel bagagliaio. Una Roma che, è bene ricordarlo, era in quei giorni militarizzata con posti di blocco. Dunque, se lo fecero veramente o erano incoscienti o troppo sicuri di riuscire nell’impresa. Magari perché protetti.
Perché via caetani?
Torniamo un attimo a Via Caetani. La motivazione ‘ufficiale’ è che si scelse quella strada nel centro di Roma perché a metà strada tra Piazza del Gesù, allora sede della Democrazia Cristiana, e via delle Botteghe Oscure, allora sede del Partito Comunista. Una scelta simbolica per protestare contro il cosiddetto compromesso storico tra i due partiti politici di cui proprio Aldo Moro era stato il grande tessitore. Ammesso che si volesse dare questo estremo valore simbolico, lascia perplessi la scelta di via Caetani. Perché era una strada in pieno centro, in zona ‘istituzionale’ e densamente popolata, tantopiù di mattina. Ci deve essere, dunque, una ragione vera, reale e decisiva, che ha spinto le BR a scegliere proprio quella strada. Una strada decisamente particolare.
L’appartamento segreto
Il 15 marzo 2001 l’Ansa segnala il deposito agli atti della Commissione Stragi di una relazione “nella quale si avanza l’ipotesi che in via Caetani, ove fu rinvenuto il cadavere di Aldo Moro, vi fosse una sede del Sisde”. Secondo l’agenzia di stampa, sarebbe stata ricostruita dai consulenti della Commissione stragi la storia di un appartamento, duecento metri quadrati in una delle zone più centrali e contese della Roma antica, situato nel palazzo Antici Mattei, sito in via Caetani n.32 e munito di altro ingresso in via dei Funari n. 31, a partire dal 1983, “quando ufficialmente il Sisde ottiene dal Demanio pubblico di potervi installare un proprio ufficio, rimasto nella disponibilità del ministero fino al 1993”. Nel lancio in oltre viene riferito che, secondo l’on. Valter Bielli, membro della Commissione Stragi, nell’appartamento “nel 1977-1978 abita l’architetto Enrico Cassia, che mantiene ininterrottamente la propria residenza in quell’indirizzo fino ai 1992, anche quando nel 1983 egli viene sfrattato per far posto agli uffici del Sisde. Nel giro di pochi mesi, carabinieri e polizia accertano l’esistenza in quell’appartamento di due diverse società intestate a Cassia e di uno studio di architettura intestato a un certo Meogrossi. Né la società né lo studio, tuttavia, sono mai stati registrati alla camera di commercio di Roma”. La nota di agenzia conclude evidenziando che, sempre secondo Bielli, “appare probabile, viceversa, che fin dall’inizio del caso Moro, in quella via ci potesse essere una sede dei servizi di intelligence italiani”.
Il 5 giugno 2002, lo stesso direttore del Sisde, il generale Mario Mori riferisce “che nel periodo del sequestro Moro (marzo-maggio 1978) il Sisde non era di fatto ancora operativo. Infatti, le strutture logistiche ed amministrative, dopo la legge istitutiva del 24 ottobre 1977, iniziarono a formarsi, con ovvia gradualità, soltanto agli inizi del 1978. Il Sisde, all’epoca cui si riferiscono le vicende richiamate nell’interrogazione, si trovava in uno stato embrionale”. Ma era effettivamente così?
In un appunto datato 29 marzo 2001 e indirizzato dal prefetto Vittorio Stelo, Direttore del Sisde, alla Segreteria Speciale del Ministro dell’Interno e alla Segreteria Generale Cesis, il Comitato esecutivo per i servizi di informazione e sicurezza, si legge che
“nel periodo intercorrente tra il 30 marzo 1984 ed il 18 febbraio 1994, il Sisde ha effettivamente goduto del possesso di un immobile di proprietà demaniale, sito al 4° piano del palazzo Antici Mattei, ingresso via dei Funari n. 31”, precisando che “il suddetto immobile è giunto nel possesso del Servizio a seguito di procedura attivata dall’Amministrazione Finanziaria (in data 10 settembre 1983) con la revoca dell’atto di concessione precedentemente stipulato (in data 19.11.1981, per il periodo 1.05.1980-30.04.1984) con il sig. Enrico Cassia”. Ma sia su Cassia che su Piero Meogrossi il Sisde riferiva che “nulla risulta” ai propri atti, ma precisava, che dalla base-dati Cerved, era emerso che il primo risultava dal 1gennaio 1981 rappresentante della Cassia Srl, costituita nel 1977.
Enrico cassia e Piero Megrossi
Ricapitoliamo: c’era un ufficio riconducibile al Sisde, dunque ai servizi segreti, a pochi metri dal luogo del ritrovamento del cadavere di Moro. La sua esistenza è certa dal 1984 mentre nel periodo precedente la situazione non risulta del tutto chiara. Perché la società che gestisce lo studio Cassia, la Cassia Srl, è stata costituita nel 1977. E le figure di Cassia e Meogrossi sono quantomeno enigmatiche. Di Enrico Cassia, per esempio, si sa poco. Assistente presso la Soprintedenza di Roma, i carabinieri della Tutela Patrimonio artistico lo arrestano nel ‘77 perché coinvolto in una speculazione edilizia nella zona dei Castelli romani. Eppure questo suo arresto non gli impedisce di fondare, nello stesso anno, la Srl che porta il suo nome. E infatti nel gennaio 1978, appena due mesi prima del rapimento Moro, fissa la sua residenza a Palazzo Antici Mattei. Apre e chiude diverse società immobiliari, ospita lo studio del suo amico Piero Meogrossi, architetto anche lui e funzionario della Soprintendenza archeologica. Nel 1983 il Sisde chiede ufficialmente l’appartamento al Demanio e se lo fa assegnare. Cassia ingaggia una battaglia legale forte di protezioni ben note anche negli ambienti del Sisde.
Cassia è ammanicato a tal punto da trascinare la vicenda dell’appartamento per ben nove anni, fino al 1992, quando, almeno formalmente, il Sisde riesce a farlo sloggiare. L’appartamento è ‘appetitoso’: il direttore del reparto logistico del Sisde Gerardo De Pasquale, che poi sarà arrestato per lo scandalo dei fondi neri, vuole sistemarci sua figlia, che lavora nella biblioteca pubblica al piano di sotto. Lo scandalo investe anche l’appartamento di Palazzo Antici Mattei: nel settembre 1993, il Sisde lo restituisce.
L’interessamento di craxi
Ma quell’appartamento, durante il caso Moro, era operativo? L’8 marzo 1984, su incarico dal presidente del Consiglio dell’epoca, Bettino Craxi che aveva chiesto e ottenuto il parere di Scalfaro, tramite l’intendenza di Finanza di Roma, Maurizio Broccoletti, l’ex cassiere dei fondi ordinari del Sisde, coinvolto e condannato per l’uso spregiudicato dei soldi del servizio segreto civile, chiede al ministero del Tesoro l’immediata revoca della concessione con la quale nel 1973 l’appartamento di via Caetani era stato assegnato all’architetto Enrico Cassia. Segno inequivocabile che quell’appartamento interessava e forse non solo per la sua invidiabile collocazione. Un appartamento a pochi metri dalla R4 che aggiunge altri enigmi ad un caso già enigmatico.




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