Diabolik: L’esecuzione era perfetta. Anche l’assoluzione.

Scritto da: Manuele Avilloni
22 Luglio 2026

Sette anni dopo il colpo alla nuca di Fabrizio Piscitelli, lo Stato ha una sola certezza: non c’è un colpevole. E nemmeno un mandante. In compenso, i morti li ha contati tutti.

Fabrizio Piscitelli

C’è una frase, in una di quelle chat criptate intercettate che gli inquirenti hanno letto e riletto, che andrebbe incorniciata negli uffici che contano. Due pregiudicati commentano l’omicidio di Diabolik e uno scrive all’altro: “Cioè sanno chi è stato ma non hanno prove.” E l’altro, con la serenità di chi conosce il meccanismo meglio di chi dovrebbe farlo funzionare: “Certo, cade al processo.” Era il 2020. Profezia. Anzi, perizia.

L’8 maggio 2026 la Corte d’Assise d’Appello di Roma ha assolto Musumeci Gustavo Alejandro, alias Calderon Raul Esteban, argentino, killer secondo l’accusa, innocente secondo la formula più larga che il codice metta a disposizione “per non aver commesso il fatto”. Un anno prima, in primo grado, lo stesso uomo era stato condannato all’ergastolo. Nel mezzo non è successo nulla di nuovo: gli stessi atti, le stesse consulenze, gli stessi silenzi. È cambiata solo la lettura. E adesso, di quell’esecuzione descritta nelle intercettazioni come “perfetta.. Perfezione.. Mafia”, resta questo: un morto sulla panchina del Parco degli Acquedotti, e nessun essere umano che la giustizia italiana sia disposta a indicare come responsabile. Complimenti a tutti. Davvero.

In questi anni sulla figura di “Diabolik” si è detto di tutto, sulla sua caratura criminale, sugli aspetti personali e sul contenuto dei dispostivi cellulari. Manca la questione meno importante, in una Roma estiva e in pieno giorno, manca chi lo ha ucciso con un colpo alla nuca con metodo chiaramente mafioso. Piccoli dettagli.

Il vuoto, spiegato bene

Andiamo con ordine, perché la sentenza, va detto, è onesta almeno in una cosa: nel raccontare la propria fragilità. I giudici d’appello rimproverano al primo grado di aver scritto un romanzo criminale magnifico e di essersi dimenticati l’imputato. Pagine e pagine sul contesto, sui clan, sulle faide, sui mandanti. I mandanti, guarda un po’, sono tutti altrove. Alessandro Capriotti, il presunto committente per contrasto d’affari: richiesta di custodia in carcere rigettata dal Gip il 29 settembre 2020, mai rinviato a giudizio. Leandro Bennato e Giuseppe Molisso, gli altri due nomi che tornano in ogni conversazione: posizioni archiviate il 6 marzo 2023, su richiesta della stessa Procura. Tradotto: lo Stato ha processato la mano e ha lasciato cadere le teste. Poi ha assolto la mano perché, “surprise, surprise!“, mancavano le teste.

È un capolavoro di logica circolare che meriterebbe un seminario. Si processa il solo presunto esecutore materiale; si archivia chi avrebbe pagato e organizzato; e infine si assolve l’esecutore anche perché la sua colpevolezza reggeva solo dentro una cornice di mandanti che, formalmente, non esistono più. Un serpente che si morde la coda.

I tre pilastri di sabbia

Contro Calderon, la sentenza lo scrive nero su bianco, gli elementi specifici erano tre. Pochi e tutti controversi, ammette la Corte. Vediamoli, perché è qui che il pezzo di bravura tecnico diventa involontariamente comico.

Primo pilastro: la testimone-non-testimone. Rita Bussone, ex compagna dell’imputato, madre di sua figlia, sotto protezione. Doveva essere la pistola fumante e si è rivelata la pistola sparita, letteralmente, visto che tutto ruota attorno a una 9×21 svanita nel nulla. In dibattimento racconta di aver ricevuto la confessione (“ho ammazzato Diabolik”); nelle sommarie informazioni la storia è un’altra e la Corte annota che “la credibilità della donna ne viene irrimediabilmente minata”.

Anzi: la Bussone non riceve alcuna confessione, ci arriva per deduzione, mettendo in fila la sparizione dell’arma e un po’ di contanti mai dimostrati come compenso. Ciliegina: nel giugno 2020 fa una “soffiata” alla polizia per far perquisire la casa dell’ex, cioè rischia di far ritrovare proprio l’arma che incastrerebbe pure lei. Comportamento da collaboratrice lucida, evidentemente. La valutazione di credibilità, sentenzia la Corte, è “destinata ad essere tendenzialmente negativa”. E su questo poggiava l’ergastolo.

Secondo pilastro: la balistica che dice forse. L’arma non è mai stata trovata. In compenso c’è una cartuccia, caduta durante una rapina in gioielleria del 2019 a cui la Bussone partecipò, che dovrebbe collegare quel furto all’omicidio. Il consulente del Pm confronta bossolo e cartuccia e partorisce un giudizio di livello C sulla scala ENFSI: che in italiano significa inconcludenza. Corrispondenza di classe, compatibili con una Beretta 9×19 o 9×21 e nient’altro. Il proiettile, testuale, “potrebbe come non potrebbe” essere stato sparato dalla stessa arma.

Il consulente della difesa va oltre e arriva al livello E, cioè esclusione. E come contorno, un balletto di reperti da far accapponare la pelle a un cancelliere: una cartuccia 9×21 che diventa 9×19, la sigla sul fondello che passa da “G.F.L. 02” a “G.F.L. 82”, munizionamento da guerra restituito per due anni a un gioielliere invece di essere sequestrato e, non da ultimo, un sovrintendente di polizia, Perugini Casoni, a cui il 4 agosto 2019, tre giorni prima del delitto, vengono rubati moto d’ordinanza e pistola con tanto di caricatore. Cioè: c’è una seconda pista sull’arma che parte da un furto ai danni delle forze dell’ordine, e resta lì, a prendere polvere.

Terzo pilastro: l’antropometria fantascientifica. Il prof. Lingua, per l’accusa, riconosce una “chiara compatibilità” tra il killer ripreso da una telecamera di via Lemonia e Calderon. Su cinque parametri. Peccato che, e lo dice lui stesso, l’altezza dinamica “è la misura meno precisa a causa della postura quasi mai verticale durante la fuga”, che il video sia di scarsa qualità, che la telecamera originale non ci sia più, che si lavori con una sola inquadratura (monoscopia) là dove servirebbe la stereoscopia, e che il software usato non sia certificato per gli standard europei. Forse le certificazioni sono più importanti della validità stessa dei programmi, ma questo è un altro discorso. Il tutto per un imputato alto circa 187 centimetri confrontato con un uomo di spalle che corre.

E poiché mancano gli elementi individualizzanti, cicatrici, tatuaggi (l’assassino di Fabrizio Piscitelli aveva una vistosa fasciatura sul polpaccio destro), la sentenza di primo grado risolveva così: il killer si era coperto il polpaccio con una vistosa fasciatura proprio per nascondere un tatuaggio a forma di V, l’iniziale di Valentino, il figlio della Bussone. Un indizio importante che gli inquirenti hanno giustamente evidenziato. Ma tutto si riduce al far notare che un un sicario professionista che simula un “runner” in piena estate, che per non farsi riconoscere si avvolge una benda bianca attorno al polpaccio dove ha un tatuaggio invece di mettersi banalmente un pantalone lungo sarebbe incomprensibile. Difesa geniale.

La guerra, e chi la guardava

E qui finisce la barzelletta e comincia la vergogna. Perché attorno a quel colpo “sparato a contatto”, “da sinistra verso destra”, che spense Fabrizio Piscitelli alle 18.44 del 7 agosto 2019 lasciandolo morire “per emorragia cerebrale” davanti a una panchina, non c’è stato il silenzio. C’è stata una scia. Il tentato omicidio di Leandro Bennato, letto da tutti come ritorsione per la morte di Diabolik. L’omicidio di Skelaj Selavdi a Torvajanica. Il tentato omicidio dei fratelli Costantino. Nomi che nella sentenza scorrono a decine, Demce, Molisso, Petoku, Costacurta, Bardhi, il fantomatico “M” che gli investigatori individuano in Michele Senese e che compongono la mappa di una guerra vera, con pallottole vere e cadaveri veri, combattuta per il controllo delle piazze di spaccio di mezza Roma.

Ebbene: di tutta questa mattanza, lo Stato non ha ricavato una sola condanna definitiva per l’omicidio da cui è partita. Gli autori dell’agguato a Bennato “non sono mai stati individuati”. Il mandante di Selavdi resta “un soggetto albanese” senza volto. E l’esecutore di Diabolik, dopo un ergastolo, torna libero. La Procura generale, in appello, aveva perfino chiesto di riconoscere il metodo mafioso: respinto. Aveva chiesto di riaprire l’istruttoria per leggere finalmente certi tabulati e certe ambientali: disattesa. Non necessaria, hanno deciso i giudici. Non necessaria.

Viene il sospetto che, in questa storia, l’unica cosa mai considerata davvero necessaria sia stata voltare pagina.

L’unica perfezione rimasta

Restiamo ai fatti, perché la formula lo impone e la presunzione d’innocenza è cosa seria: oggi Gustavo Alejandro Musumeci è un uomo assolto. Per la legge è come se quel grilletto non l’avesse premuto lui. Benissimo. Ma allora la domanda, quella che nessun collegio ha il compito di scrivere in dispositivo, resta appesa nell’aria come il fumo di quello scooter dato alle fiamme: se non è stato lui, chi è stato? E se qualcuno ha pagato la “multa” da 300.000 euro, i “cento mila euro.. e chi non uccide per cento mila euro” di cui cianciano le intercettazioni, dove sono finiti i soldi e le mani che li hanno intascati?

Nessuna risposta. Non dalla polizia scientifica che restituisce munizioni da guerra ai gioiellieri. Non dalle intercettazioni, valorizzate a tonnellate quando servivano a costruire il contesto e derubricate a “mere congetture” quando toccava indicare un nome. Non dalla Procura, che ha archiviato i mandanti e poi si è stupita di ritrovarseli mancanti. Non dai giudici, che hanno scritto la parola “fine” su un imputato senza aver mai scritto la parola “inizio” su nessun altro.

Fabrizio Piscitelli era molte cose, quasi tutte oscure: capo ultras, narcotrafficante, paciere tra bande, uomo di mondi che si sparano addosso. Non chiediamo lacrime per lui. Chiediamo solo che uno Stato che si dice tale, davanti a un’esecuzione in stile mafioso in un parco pubblico di una Capitale europea e alla guerra che ne è seguita, riesca a produrre qualcosa di più di un’assoluzione e di una lunga, elegante spiegazione del perché non sa nulla.

“Sanno chi è stato ma non hanno prove.” Sette anni dopo, l’unica cosa che ha retto al processo è stata quella chat.

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  • Nasce in provincia di Frosinone nel 1989. Laureato in Scienze Politiche, ha successivamente intrapreso gli studi in Relazioni Internazionali presso l’università di Torino dove approfondisce gli aspetti legati all'IA e alla Cybersecurity. La passione per l’informazione, le dinamiche sociali e le materie forensi lo hanno avvicinato al mondo del giornalismo e nel 2022 inizia a collaborare con InsideOver e ilGiornale.it. Qui incontra il Giornalista Gianluca Zanella, inizialmente suo docente e inizia una collaborazione. Diventa parte integrante di Darkside occupandosi di inchieste e tecnologia. Fonda Darkcyber, una rubrica di approfondimento che si muove nelle zone d'ombra dell'innovazione tecnologica, quei territori dove il progresso incontra il rischio, la curiosità sfida la trasparenza e la complessità del digitale si intreccia con la vita reale.

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