Trafficanti d’arte, mafiosi, agenti segreti: sembra la trama di un libro di John Le Carré, ma è una storia vera, che vede protagonista Francesco Messina Denaro, padre di Matteo, e lo 007 Rodolfo Siviero. Al centro: il furto dell’Efebo di Selinunte…

Francesco Messina Denaro, soprannominato “Don Ciccio”, padre del noto boss Matteo Messina Denaro.
C’è un capomafia che, per diletto e per affari, nel tempo libero da incombenze criminali di altra natura, ruba o fa rubare beni archeologici e opere pittoriche che valgano almeno quanto o più di una discreta partita di eroina. Se la posta non è alta lui non gioca. I picciuli li schifa, neanche si disturba, li lascia agli altri. Si chiama Francesco Messina Denaro, ha 35 anni e un figlio piccolo di nome Matteo.
Un affare di famiglia
Dal padre, Matteo Messina Denaro avrà in eredità il bastone del comando, la rapacità per i beni culturali e la facilità di intrecciare rapporti sentimentali. Diventerà quel Matteo Messina Denaro degli agguati, delle stragi, della latitanza, agiata e sotto casa. Un trentennio alla macchia, una macchia ospitale, come un albergo con tante stelle. Prima della cattura, avvenuta il 16 gennaio 2023, in un pizzino dalla datazione incerta aveva scritto: ”Con il traffico delle opere d’arte ci manteniamo la famiglia”. Insomma, il Dna è quello.

L’arresto di Matteo Messina Denaro, il 16 gennaio 2023, nella Clinica Maddalena di Palermo.
Un agente segreto al servizio dell’arte
E c’è un agente segreto di 50 anni che ugualmente è attratto dalla bellezza dell’arte e non solo per l’innata passione e conoscenza del bello. Lo fa per mestiere. È il ministro plenipotenziario Rodolfo Siviero, nel 1930 uomo di punta del Sim, Servizio Informazioni Militari, poi spia in Germania con la copertura di una borsa di studio per carpire ai nazisti qualsiasi segreto utile al regime di Benito Mussolini. Dopo l’armistizio del’8 settembre 1943, si schiera con il fronte antifascista e per questo viene imprigionato e torturato dalle milizie nere.

Rodolfo Siviero è stato un agente segreto, storico dell’arte e intellettuale italiano, noto per la sua attività di recupero delle opere d’arte trafugate dall’Italia nel corso della seconda guerra mondiale.
Alla fine del conflitto mondiale verrà richiamato nei ranghi dell’intelligence del Ministero dell’interno dell’Italia repubblicana. Sotto copertura e dietro le quinte, gli viene affidato un incarico speciale con il massimo livello di segretezza che svolgerà mettendo a segno una serie di colpi clamorosi. La missione che gli è affidata con carta bianca è il recupero delle opere trafugate dai tedeschi durante la guerra e sparse per il mondo. Poi il suo fiuto viene chiamato a guidare la caccia ai predatori della criminalità organizzata che hanno messo le mani pure su questo business emergente.
La statua rubata
All’arrivo degli anni Sessanta le vite dei due si sfiorano per interposta persona. E quando capita, sono scintille. Lampi di un conflitto a fuoco. Rodolfo Siviero è sulle tracce dell’Efebo di Selinunte, che è stato appena rubato. La città di Selinunte è stata fondata dai greci, in Sicilia, nel 650 avanti Cristo e ha avuto una vita breve, 250 anni. Ora è uno dei parchi archeologici più grandi d’Europa. L’Efebo, la raffigurazione di un adolescente, è una statua di ottantacinque centimetri, datata 400 avanti Cristo. Benedetto Prussiano è poco più di un bambino quando nel 1882 trova la scultura a Ponte Galera nel comune di Castelvetrano.

Rodolfo Siviero e la statua dell’Efebo di Selinunte.
Il municipio la compra per 7000 lire dell’epoca; allora una lira aveva un potere d’acquisto molto superiore all’euro di oggi. La scultura diventa subito la grande attrazione del museo civico Durante la notte tra il 30 e il 31 ottobre 1962, con l’assalto di un commando di picciotti però viene portata via. Nascosta, scomparsa, introvabile. Un colpo della mafia di Francesco “Ciccio” Messina Denaro che si sta prendendo l’intero mandamento di Trapani. Lui, il papà di Matteo, avrebbe ordinato la spedizione non tanto per il suo hobby culturale, ma, piuttosto, per chiedere un riscatto di 30 milioni al sindaco. Riscatto che non viene pagato. Il prezioso Efebo chissà dov’è finito.
Missione segreta
È a questo punto che l’agente segreto Siviero si nasconde nell’identità di un ricettatore disposto a rischiare il rischiabile per trafficare con il prezioso reperto di Selinunte. Stabilisce il suo quartier generale a Foligno dove trova un noto antiquario con interessi in tutta la penisola, Giuseppe Fongoli, che ha tutto per essere la spalla che ci vuole. Infatti, Fongoli può prestargli un nome conosciuto, stimato in quel non facile mondo delle antichità, e con una primaria attività di facciata.
In incognito staziona – e si raccorda con l’uomo dei servizi – nella cittadina umbra anche un poliziotto navigato che ha comandato la Squadra Mobile di Roma e che ora è questore ad Agrigento. Si chiama Ugo Macera che è pronto con una pattuglia dei suoi ad entrare in azione all’abbocco dei ladri o dei loro intermediari. Abboccheranno? Chi può dirlo. Tempo, ci vuole tempo. Intanto a Castelvetrano, la famiglia di Francesco Messina Denaro discute intorno alla destinazione da dare all’Efebo di cui si parla in mezzo mondo. Tenerselo? Chiedere di nuovo un riscatto? Venderlo? Alla fine, la decisione è quella di piazzarlo al miglior offerente da pescare nei meandri del mercato parallelo che è ricco, clandestino e senza confini.
Lo cercano, infatti a New York, in Canada, in Francia, in Svizzera, nei paesi dove hanno corrispondenze fidate. Però c’è un intoppo. Alle loro orecchie arrivano voci allarmate che consigliano la ritirata. C’è il rischio che l’affare salti e, peggio ancora, che la statua venga intercettata e che ci siano guai per chi s’è messo nell’impresa e sta cercando il compratore. Una voce fatta circolare dall’abile Siviero. La scultura in gran fretta e con mille sotterfugi viene fatta rientrare in Sicilia. Amici compiacenti la nascondono a Gibellina. Dove rimane per sei anni. Fino a quando Messina Denaro crede di aver trovato l’acquirente a Foligno. Glielo fanno sapere attraverso un passaparola cifrato. Forse dei pizzini. È convinto che l’affare sia finalmente a portata di mano. Invece è la trappola preparata dall’agente segreto Rodolfo Siviero che oltre ad essere un ministro con pieni poteri è anche un critico d’arte e per il valore di quel reperto non avrebbe mai smesso di stargli dietro.
Con il segugio instancabile ci sono – lo sappiamo – il questore Macera e l’antiquario Fongoli. Fongoli i due li fa passare per clienti che devono trattare una grande quantità di oggetti. Se la loro presenza viene notata con una certa frequenza è perché ci vuole qualche giorno per trovare un accordo sul numero dei pezzi e sulle forme del pagamento. La trattativa con la cosca si sta per chiudere positivamente. Il prezzo pattuito è di 30 milioni di lire. Sono in arrivo quattro emissari con l’Efebo e i soldi.
La trappola
1968, primi giorni di primavera. C’è un ritardo sospetto. Perché? Un ripensamento? Hanno sgamato l’inganno? I poliziotti, oltre al questore e al ministro, altri quattro agenti se ne stanno nascosti in un appartamento di via Scarpelli che è ad un passo dal negozio d’antiquariato. E aspettano, non disarmano. Per altre ventiquattro ore. Quelli di giù arrivano il giorno dopo. Un caffè da “Sparafucile” che è un bar molto ben frequentato. L’insegna sembra l’annuncio di quello che sta per succedere.
Dopo il caffè, con l’Efebo in una valigetta gli emissari vanno all’appuntamento. L’antiquario controlla e poi si toglie il cappello. È il segnale. Un paio di armadi si aprono all’improvviso. Dagli armadi salta giù l’intera squadra con il colpo in canna. Le armi puntano al centro delle sagome che hanno davanti e che non cedono alla sorpresa e reagiscono. Fanno fuoco per primi. C’è una sparatoria. Vola piombo da una parte all’altra. Due malavitosi si arrendono. Per gli altri è una caccia all’uomo a colpi di pistola tra la gente. Gli inseguiti la fanno franca. L’Efebo è salvo, torna al museo. È il 4 aprile 1968.
La fine e un nuovo inizio
Il 30 novembre 1998, Francesco Messina Denaro muore stroncato da un infarto. Il suo cadavere lo trovano, già con gli abiti del per il funerale, appoggiato ad un muro, sotto un ulivo. Funerale poi vietato per motivi di ordine e sicurezza pubblica. Lo 007 dell’arte, dopo aver recuperato un inestimabile patrimonio e dopo le ripetute proteste per il poco impegno dello stato, muore a Firenze il 26 ottobre 1983 e si fa seppellire nell’Accademia dell’Arte e del Disegno fondata da Cosimo I dei Medici con la consulenza di Giorgio Vasari. E c’è un seguito.
Lo interpretano Matteo Messina Denaro, un giovane che sembra venga da lontano, e un detenuto che sa parecchio dei segreti della mafia. Ancora Foligno. Venti anni dopo l’imboscata nella bottega dell’antiquario. Matteo Messina Denaro è un fantasma e come tale imprendibile, il giovane si fa chiamare Roberto Da Silva e dice di essere brasiliano, professione commerciante di antichità di pregio. Il detenuto ben informato è Antonino Gioè. Da Silva l’ha conosciuto in carcere. In realtà Da Silva è Paolo Bellini, ex terrorista nero, recentemente condannato in primo grado all’ergastolo per la strage di Bologna del 2 agosto 1980.
Protetto dai servizi segreti, ha vissuto per lungo tempo a Foligno dove ha preso pure due brevetti da pilota. Pare che Paolo Bellini – lo scrive Lirio Abbate nel suo libro “U Curto”- abbia offerto ad Antonino Gioè la sua mediazione per una questione che stava a cuore a Matteo Messina Denaro. Uno scambio con lo Stato: la restituzione delle opere rapinate al museo di Modena, tra le quali lavori di Velazquez e Correggio, in cambio di un allentamento delle restrizioni del 41 bis. Antonino Gioè, coinvolto nella strage di Capaci, si è suicidato in carcere nella notte tra il 28 e il 29 luglio 1993. Un’altra storia. Forse.




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