Nel cuore della notte, dopo oltre 16 ore di camera di consiglio, la Corte d’assise di Rimini assolve Louis Dassilva: nessuna condanna per l’omicidio di Pierina Paganelli. Nessuna traccia dell’imputato sulla vittima, nessuna sulla scena del delitto. L’unico appiglio dell’accusa era la testimonianza di Manuela Bianchi — cambiata dopo 17 mesi, smentita da una conoscente. Quasi due anni di carcere su basi che non reggevano…

Pierina Paganelli.
Almeno per una volta possiamo dire, almeno fino alla conclusione dell’Appello già preannunciato dalla Procura di Rimini, che giustizia è stata fatta. Louis Dassilva è stato assolto dalla Corte di Assise di Rimini per l’omicidio di Pierina Paganelli, sebbene per questa accusa abbia trascorso quasi due anni della sua vita in carcere.
Come avevo modo di scrivere su queste pagine, l’intera impalcatura accusatoria si sosteneva sulla testimonianza della ex amante dell’operaio senegalese, Manuela Bianchi, modificata dopo ben 17 mesi, secondo la quale la mattina successiva al delitto sarebbe stato il Dassilva a farle trovare il corpo della suocera, oltre a indurla a comportarsi secondo un copione indicato da quest’ultimo.
Una testimonianza che, durante il processo, è stata messa in forte discussione dalle dichiarazioni di una amica della donna, la quale avrebbe raccontato in aula che la Bianchi le raccontò che fu costretta a cambiare versione su pressione degli inquirenti. Ma al di là di come siano andate veramente le cose, nei riguardi dell’uomo accusato dell’efferato omicidio non c’era nulla che lo collocasse nel luogo del delitto nel momento della sua attuazione. Non furono rilevate tracce organiche o impronte di Dassilva nel box nel quale la settantottenne venne attinta da ben 29 coltellate.
Persino la prova regina che secondo l’accusa lo avrebbe inchiodato non ha retto alla prova dei fatti, ovvero l’immagine di un uomo ripresa da una telecamera di sorveglianza di una farmacia sita a pochi metri dal condominio in cui viveva la signora Paganelli – la cosiddetta cam3 -. Ebbene dopo alcuni mesi si scoprì che la persona inquadrata non era l’allora indagato, bensì un inquilino dello stesso condominio, più basso del Dassilva di circa 20 cm, che tornava a casa dopo aver frequentato un bar nelle vicinanze.
Quindi, quando tutti si aspettavano che in quel momento il senegalese venisse scarcerato, la Bianchi modificò la sua versione, consentendo alla Procura di mantenere un appiglio per incastrare l’indagato. Un appiglio che, unito a tutta una serie di indizi abbastanza discutibili e ad un movente che mi è sempre sembrato surreale (il presupposto secondo cui Dassilva avrebbe massacrato la vittima per paura che quest’ultima, scoprendo la tresca con la cognata, lo avrebbe poi messo in seria difficoltà con la moglie, quando proprio con il clamore suscitato dal delitto era inevitabile che gli altarini sarebbero rapidamente venuti in luce), convinse il Pubblico ministero Daniele Paci – magistrato di lungo corso con un curriculum di gran rilievo – a chiedere il rinvio a giudizio.
Dopodiché è storia recente. Il rinvio a giudizio fu concesso e i giudici dell’Assise hanno assolto Dassilva per non aver commesso il fatto.
A margine di questa tragica vicenda, che a mio avviso è ancora tutta da scrivere, mi sento di esprimere alcune brevi considerazioni.
In primo luogo, come ho già avuto modo di sostenere su un altro giornale, Luois Dassilva non avrebbe dovuto passare tutto questo tempo in carcere e né avrebbe dovuto subire un processo, e non perché vi sia la certezza assoluta sulla sua innocenza, ma solo per il fatto che non c’era una sola prova che ne dimostrasse la colpevolezza. In un mondo normale, mi permetto di aggiungere, non è accettabile mandare all’ergastolo una persona sulla base di una sola testimonianza modificata in corso d’opera.
In secondo luogo, ciò dimostra che nel nostro sistema giudiziario è ancora piuttosto dominante, almeno per quanto riguarda le vicende di grande rilevanza mediatica, il cosiddetto processo indiziario. Processo indiziario, come nel caso in oggetto, che ha probabilmente raggiunto la sua apoteosi con la sempre più discussa condanna di Alberto Stasi.
Ebbene si intravede una medesima matrice metodologica in ambedue i procedimenti, ovvero quella visione ristretta o a tunnel – così come la definiscono gli americani – che porta sin dall’inizio ad innamorarsi di una tesi precostituita, concentrando tutta l’attenzione su un unico soggetto. In questo modo si tende a scartare tutte le piste alternative ed a ricercare qualsiasi elemento che possa in qualche modo incastrare la persona indagata, sebbene secondo la legge il pubblico ministero avrebbe anche il dovere di ricercare prove a discarico dello stesso indagato.
Ebbene, per Dassilva abbiamo scoperto che c’era un giudice a Berlino che, almeno in primo grado, ha rimesso le cose a posto. A questo punto vediamo se sulla scia di questo importante risultato qualcosa di ancora più sensazionale accadrà in merito alla revisione della condanna inflitta all’ex “Biondino dagli occhi di ghiaccio”. Non ci resta che attendere.




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