Luigi Di Sarro, un omicidio all’ombra della Legge Reale

Scritto da: Pietro Di Dionisio

La notte del 24 febbraio 1979, nel centro di Roma, il medico artista Luigi Di Sarro viene ucciso per errore da un carabiniere in borghese a un posto di blocco.

24 febbraio 1979: a Roma è l’1:45 di notte di un venerdì grasso e Luigi di Sarro, medico artista di 38 anni, e Leslie Shaw, una sua amica inglese, stanno tornando a casa da una serata tra amici su una Porsche 911 nera. La macchina imbocca corso Vittorio Emanuele II transitando sotto casa di Giulio Andreotti.

I militari in borghese che stazionano davanti all’abitazione del Senatore decidono di fare un controllo, e inseguono la Porsche fino all’ospedale Santo Spirito.

Proprio lì, davanti all’ospedale, un tragico equivoco porrà fine alla vita del medico, nato a Lamezia Terme nel 1941, un diploma all’Accademia delle Belle Arti, apprezzatissimo artista poliedrico nella Roma degli anni 70.

Luigi Di Sarro, autoritratto con forbici. 1970

Una notte di carnevale, Roma è deserta. Per le strade del centro non c’è più nessuno, solo qualche macchina che torna a casa dopo le feste del venerdì grasso. Quel 1979 si preannuncia cupo e violento come l’anno che lo ha preceduto. In pochi giorni a Roma c’è stato già un bagno di sangue. Il 9 gennaio un commando dei Nar ha assaltato con le bombe e i mitra la sede di Radio Città Futura, provocando 5 feriti. Il 10 gennaio due minorenni rimangono sull’asfalto: il primo è Alberto Giaquinto, simpatizzante del Fronte della Gioventù, ucciso a Centocelle da un colpo alla nuca sparato da un brigadiere in borghese durante gli scontri per l’anniversario della strage di Acca Larentia. Il secondo è Stefano Cecchetti, ammazzato sotto casa sua a Talenti. Una raffica di proiettili esplosa da una Mini Minor fa fuoco nel mucchio davanti a un bar. L’assassinio rivendicato dall’inedito gruppo terroristico “Compagni organizzati per il comunismo”. Nel resto del Paese non va meglio: il 24 gennaio le Brigate Rosse uccidono a Genova il sindacalista Guido Rossa, mentre il 29 gennaio a Milano è il magistrato Emilio Alessandrini a cadere sotto i colpi di un commando di Prima Linea.

In questo clima di violenza tangibile e onnipresente, a l’1:45 circa del 24 febbraio, una Porsche 911 nera sbuca da via del Pellegrino e si immette su Corso Vittorio Emanuele II, dirigendosi verso San Pietro. Nel posto sbagliato al momento sbagliato. La Porsche è guidata da Luigi Di Sarro, per tutti Gigi.

Luigi Di Sarro, autoritratto con scrittura di luce. 1970

Gigi ha 38 anni ed è tante cose: è un medico, un apprezzato artista e un docente. È nato nel 1941 a Lamezia Terme, ma in realtà è un romano di Prati. Si è trasferito nella capitale quando aveva un anno e vive a pochi passi da via Cola di Rienzo. Bello, slanciato, occhi azzurri, un volto tipicamente anni ’70. Artista a 360 gradi, fotografo e pittore, scultore e incisore, si è formato nello studio di Carlo Alberto Petrucci. Nel 1967 si è laureato in Medicina e Chirurgia alla Sapienza, non per vocazione, ma per accontentare il desiderio del padre Teobaldo, stimato medico di origine calabrese. Nel 1972 ottiene il diploma all’Accademia delle belle arti di Roma.

Gigi è ricordato da tutti come una figura illuminante. I suoi studenti dell’Accademia di belle arti, dove insegnava Anatomia artistica, parlano di lui come un docente appassionato ed empatico. Quegli stessi studenti, che erano stati troppo giovani per il ’68 ma protagonisti nei movimenti del ’77, hanno la memoria di un professore affascinante, colto e vicino a loro. E quelli sono anni in cui tra scontri, occupazioni e contestazioni, l’attività didattica non è di certo facile. Sembra che in tutto quello che faccia una sola dimensione gli vada stretta: è ossessionato dal creare e dalla sperimentazione, è come se fosse tante persone in una soltanto. La sua arte prende ispirazione dalle correnti d’avanguardia, è indipendente e personalissima.

L’ultima sera della sua vita, il 24 febbraio 1979, Gigi non vuole uscire, ma alla fine gli amici lo convincono.Dopo essere passati a Prati prima, e a Via Veneto dopo, si ritrovano tutti in un piccolo locale a Via dei Cappellari: il Saint George, un minuscolo club dove anche se non si entra va bene lo stesso, si rimane fuori a chiacchierare bevendo un bicchiere di vino.Nella compagnia c’è anche la moglie inglese di un amico, Leslie Shaw, 28 anni, segretaria di un’agenzia pubblicitaria, che proprio quel pomeriggio è stata nello studio di Gigi a Prati a fare una seduta di agopuntura.

Il marito di Leslie, pilota di aerei per una compagnia privata, non può andare con loro quella sera, e quando verso l’una il gruppetto comincia ad andare via alla spicciolata, Gigi si propone per accompagnare Leslie a casa, sulla Laurentina. Salgono insieme sulla Porsche 911 nera di Gigi: l’aveva comprata bianca, poi l’aveva riverniciata. Imboccano Corso Vittorio Emanuele II conversando del più e del meno, ma non si accorgono che qualcuno li ha notati: un’Alfetta Bianca con a bordo tre militari che staziona regolarmente sotto casa di Giulio Andreotti,  in quei giorni nell’interregno tra la quarta e la quinta Presidenza del Consiglio. La Porsche non è proprio una macchina da terrorista o da latitante, loro preferiscono le Fiat 128 ad esempio, più facili da rubare e che danno meno nell’occhio. Ma, forse per errore, pare che la Porsche di Gigi stia marciando a fari spenti. E questo insospettisce i militari che decidono di fare un controllo.

Oronzo Reale. Ministro di Grazia e Giustizia 1974-1976

Quelli sono giorni in cui a chiunque può capitare di essere scambiato per un terrorista e di morire per sbaglio: in vigore c’è la legge Reale. Promulgata nel 1975, trentasei articoli in tutto, prende il nome da Oronzo Reale, il Ministro di Grazia e Giustizia che l’ha redatta. La legge Reale nasce per contrastare il terrorismo, e, tra le altre innovazioni, consente alle forze di Polizia l’uso legittimo delle armi, non solo in un contesto di violenza ma anche per “impedire la consumazione dei delitti di strage, di naufragio, sommersione, disastro aviatorio, disastro ferroviario, omicidio volontario, rapina a mano armata e sequestro di persona”. L’anno prima la legge Reale ha prodotto 19 morti, nel 1979 ne farà altri 20. In un arco di tempo che va dal 1975 al 1989 le vittime saranno 625, 254 morti e 371 feriti. Nel 90% dei casi le vittime erano disarmate, e solo la metà del 10% restante aveva un’arma considerata tale dal codice penale.

Superato il ponte, Gigi gira a destra sul Lungotevere e arrivato davanti all’ospedale Santo Spirito una persona armata con un giaccone bianco gli fa segno di fermarsi. I due occupanti della macchina non capiscono cosa succede, rallentano. All’improvviso una seconda persona armata in abiti civili sbuca alla destra del guidatore. Da lì avviene tutto in un lampo: Leslie urla, Gigi terrorizzato crede che sia una rapina, dice “ci siamo” e spinge sull’acceleratore ripartendo all’improvviso. Un tonfo secco, l’uomo armato viene investito, ora è sdraiato sul cofano e fa fuoco. Il carabiniere Arturo Di Palma, 25 anni, con la faccia schiacciata sul parabrezza e il corpo sul cofano anteriore, fa fuoco quattro volte e colpisce Gigi alla testa, al petto, sotto all’ascella e all’addome. La macchina, dopo 50 metri, finisce la sua corsa contro uno spartitraffico anteriore a Piazza della Rovere: per ironia della sorte soltanto a un paio di ponti di distanza da dove, due anni prima, era stata uccisa Giorgiana Masi. Luigi Di Sarro muore sul colpo, Leslie Shaw riesce miracolosamente a uscirne illesa. Fumo, rottami, vetri in frantumi: il medico è inerme con la testa insanguinata sul volante, Leslie è tenuta sotto tiro da un carabiniere che le urla di non muoversi. Ha ancora paura che siano terroristi, sono tutti sotto shock. Leslie dirà che non c’era stato nessun inseguimento, che avevano trovato l’Alfetta con la targa civile già davanti al Santo Spirito. I militari diranno di aver visto la macchina che viaggiava con i fari spenti sotto casa di Andreotti, di averli seguiti fino al ponte e di aver intimato l’alt con la paletta. Probabilmente Leslie e Gigi, chiacchierando distrattamente non se ne sono accorti.

Articolo di giornale dopo la morte improvvisa a Roma il 24 febbraio 1979

Il funerale si tiene il 28 febbraio, nella chiesa di San Gioacchino a Piazza dei Quiriti. Una folla immensa si riversa silenziosa sul sagrato della chiesa, proprio lì dove Gigi è cresciuto e a pochi metri dal suo studio.

“Ora basta” scriverà Il Messaggero il giorno dopo la tragedia, “occorre un provvedimento che limiti l’uso di agenti in borghese. Il cittadino ha il diritto di sapere subito con chi ha a che fare e non può permettersi il lusso di andare per supposizioni”. Questo invece il commento de L’Unità: “Un’altra vittima della spirale della paura. È morto con un colpo di pistola in fronte un medico che non si è fermato all’alt dei carabinieri in borghese: poteva morire il milite che è stato trascinato per decine di metri sul cofano dell’auto in fuga e che è stato sbalzato a terra al termine della tragica corsa. Aveva paura il medico di trovarsi di fronte a dei rapinatori; aveva paura il carabiniere di trovarsi di fronte ad un bandito. Un’altra tragedia si è così consumata. Adesso ci sarà l’inchiesta, il tentativo di spiegare a fondo i motivi di questa morte e non dubitiamo che una ricostruzione con tanto di perizie dirà che cosa è accaduto sul lungotevere. Il giudice accerterà se è vero che i militari hanno mostrato i loro documenti, se è vero che prima avevano estratto la paletta anche per l’alt. Ma tutto ciò non servirà a spiegare il motivo vero della tragedia maturata in quel clima di insicurezza che si respira nelle grandi città. L’angoscia di camminare di notte per le strade deserte, i nervi tesi, lo stress al quale sono sottoposti gli uomini in servizio di ordine pubblico: sono questi i motivi più profondi.”

Il caso giudiziario per la morte di Luigi Di Sarro fu lungo e durò dall’87 al ‘94. Il militare Di Palma fu prima indagato e in seguito rinviato a giudizio per eccesso colposo nell’uso delle armi. Fu assolto in tutti e tre i gradi di giudizio. Per i giudici la morte di Gigi fu causata da una serie di tragici equivoci. Nelle motivazioni della sentenza si legge infatti che “Di Sarro, che certamente si era fermato credendo di aver a che fare con dei tutori dell’ordine, tanto che si arrestò senza particolari esitazioni, credette a quel punto di essere stato ingannato e di trovarsi di fronte a falsi carabinieri o agenti e, preso dal panico, si dette alla fuga senza nemmeno preoccuparsi, ovvero accentuando l’eventualità che, per realizzare il suo intento, avrebbe finito per travolgere uno di loro che lo avevano indotto a fermarsi.” Il carabiniere invece “si vide aggredito e venne a trovarsi in grave e imminente pericolo di vita, non potendo negare in alcun modo che l’essere scaricato a terra da un veicolo in corsa determini il concreto rischio di essere travolto”. Il 3 febbraio del 1994 la Cassazione mise la parola fine, il militare Di Palma sparò per legittima difesa.

Grandissimo fan di John Lennon e Luigi Tenco (tutti e due morti per mano di una pistola, proprio come lui), scrisse queste parole nel 1978, appena un anno prima della morte: “Se l’arte accompagna la mia vita, se la mia vita serve l’arte, io posso anche morire”

Oggi su quel marciapiede del Lungotevere alle pendici del Gianicolo non c’è una targa o un fiore che ricordi la vita straordinaria di Luigi Di Sarro, medico per dovere e talentuoso artista per vocazione.

Quella notte a Roma. Biografia di Luigi Di Sarro. Scritto da Carla Cucchiarelli. Edito da Iacobellieditore nel 2013

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  • Pietro Di Dionisio

    Pietro Di Dionisio, collaboratore dell'Aise - Agenzia Internazionale Stampa Estero per il Vaticano. Autore, chitarrista, appassionato di storia dell'arte, cronaca nera e anni di piombo.

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