Mafia albanese: da facchini a broker della cocaina

Scritto da: Manuele Avilloni
18 Maggio 2025

Dalle prime fughe via mare verso l’Italia, agli anni della guerra civile albanese del 1997, la criminalità organizzata albanese si è trasformata in un potente network transnazionale diventando un attore centrale nel traffico di droga e armi in Europa, collaborando con cartelli sudamericani e infiltrandosi nel tessuto economico occidentale. Dotata di una struttura fluida e pragmatica, la mafia albanese riesce a coniugare efficienza manageriale e tradizione culturale, mantenendo un saldo legame con il codice d’onore del Kanun…

“Con la pace, sia il benessere; con la guerra, la miseria e il carcere.” Così parlavano al telefono due esponenti del crimine organizzato albanese sul litorale laziale. Una frase semplice, che racchiude tutta la brutalità e la visione strategica di un’organizzazione criminale emergente, capace di insediarsi nel cuore d’Italia e d’Europa.

C’è una parola che rimbomba nei corridoi delle questure europee, tra le pieghe dei rapporti Europol e nei verbali delle inchieste antimafia italiane. Una parola breve, tagliente, che sembra quasi il sibilo di una lama albanese: Shqiptarët. Così si chiamano fra loro: “gli uomini delle aquile”. E come aquile, le mafie albanesi hanno spiccato il volo dalle valli impervie del Sud Albania – da Lazarat, Tepelena, Fier – per posare gli artigli sulle capitali del narcotraffico internazionale. Ma attenzione: parlare di “mafia albanese” è, a suo modo, un errore. Non c’è una sola mafia, ma un arcipelago di clan, famiglie, reti fluide, mobili, mutanti. Come le ombre, si adattano ai contorni del mondo stando bene attenti ad essere coperti dalla luce.

Il crimine organizzato albanese nasce con il crollo del regime comunista nel 1991. Quel momento storico segnò un esodo massivo verso l’Italia e l’Europa occidentale. Migliaia di cittadini in fuga dalla miseria, tra cui si infiltrarono anche elementi criminali pronti a sfruttare le reti migratorie come corsie preferenziali per traffici illeciti. Nel Sud dell’Albania, in particolare a Lazarat, si sviluppa la prima roccaforte del traffico di cannabis, che negli anni ‘90 riforniva buona parte dell’Europa.

Nel piccolo villaggio di Lazarat, incastonato tra le montagne del Gjirokastër, fino a pochi anni fa si coltivava oltre un miliardo di euro di cannabis l’anno. Così scriveva la BBC nel 2014, quando l’esercito albanese fu inviato a riconquistare il villaggio in quella che il governo definì una “guerra alla droga”.

“A Lazarat – scriveva il giornalista inglese Mark Lowen – il profumo della marijuana si sentiva a chilometri di distanza. Gli uomini armati vegliavano sui campi come soldati in tempo di guerra.”

Da lì, da quelle terre senza legge, provengono i primi clan. Famiglie unite da vincoli di sangue e faide secolari. Il Kanun, antico codice albanese, ancora oggi viene sussurrato come legge non scritta: vendetta, onore, ospitalità. Da lì, attraverso l’Adriatico, i clan albanesi si collegano con la Sacra Corona Unita e poi con la ‘Ndrangheta, specializzandosi inizialmente in ruoli di manovalanza e sicurezza dei carichi. Ma il salto di qualità non tarda ad arrivare. Conquistano credibilità ma soprattutto fiducia. La loro manovalanza è spietata, violenta e sfrutta il know-how acquisito nel traffico e trasporto della marijuana.

Il Kanun o Kanuni è il più importante codice di diritto consuetudinario albanese.

Evoluzione: da gregari a broker del narcotraffico

Ma la vera metamorfosi avviene dopo il 1991, con la caduta del regime comunista di Enver Hoxha. L’Albania si scopre libera e disperata. Un milione di albanesi fugge verso l’Italia, la Grecia, la Germania. Tra loro – mescolati a uomini devoti al lavoro, muratori, studenti e badanti – si muovono anche giovani cresciuti nell’anarchia, pronti a farsi spazio a colpi di Kalashnikov. In Italia, negli anni ’90, gli appartenente ad alcuni clan iniziano a essere temuti per i rapimenti, estorsioni, la tratta delle donne. Ma oggi è cambiato tutto.

“Oggi l’albanese non è più il soldato che spaccia al parco. È il broker che tratta la cocaina con i cartelli colombiani.”
(Relazione DIA, 2023)

Secondo i report dell’UNODC, dell’Europol, e dell’Osservatorio sulla Criminalità Organizzata Transnazionale (GI-TOC), i gruppi albanesi oggi sono tra i principali attori nel narcotraffico europeo. La relazione 2023 della Commissione Parlamentare Antimafia italiana conferma che sono in grado di importare cocaina direttamente dal Sud America, senza più mediazioni italiane. «La mafia albanese ha sviluppato un modello fluido e non piramidale, basato su cellule autonome ma interconnesse. Non è una struttura unica, bensì un network dinamico e capillare», spiega Ruggero Scaturro, analista di Global Initiative Against Transnational Organized Crime.

Nel porto di Rotterdam, nel retro di un locale di Anversa, nei vicoli del Rione Traiano a Napoli, gli albanesi sono presenti ovunque. Parlano perfettamente italiano, olandese, francese. Sono diventati il nuovo volto del crimine globalizzato. A Quito e Guayaquil, in Ecuador, operano come broker internazionali, gestendo la logistica dei carichi con una ferocia degna delle mafie più strutturate. Secondo un’inchiesta de La Repubblica (2024), in Olanda sono la seconda forza criminale dopo la ‘ndrangheta.

Niente riti d’iniziazione, niente giuramenti con sangue e santini. Solo affari. E una ferocia antica, che si porta dietro l’eco dei periodi bui dei Balcani. Europol li chiama “una delle minacce criminali più evolute in Europa”. Secondo i rapporti 2023, gestiscono:

  • il 70% del traffico di cocaina nei Balcani occidentali,

  • gran parte della rotta albanese della cannabis (via Adriatico),

  • e hanno alleanze strategiche con ‘ndrangheta e cartelli sudamericani.

Non hanno un “capo dei capi”. Hanno reti orizzontali, affidabili, compatte. Si fidano solo dei propri. I clan sono piccoli, familiari, ma connessi a una logistica internazionale che va da Medellín a Bari, da Tirana a Rotterdam.

Senza nome, senza volti, senza soprannomi

Le mafie albanesi non hanno un nome ufficiale come “Cosa Nostra” o “Camorra”, i media e le forze dell’ordine li chiamano: “Clan delle montagne”, in riferimento alla genesi a Lazarat; “Banda della diaspora” per indicare i gruppi nati tra gli emigrati e “Broker dei Balcani” come definiti nei rapporti DEA e UNODC. E poi ci sono i nomi che contano: Klement Balili, il “Pablo Escobar dei Balcani”, arrestato nel 2019, Ervis Martinaj, il boss “fantasma” di cui si persero le tracce nel 2022 e Florian M., il Re del porto di Anversa, ora sotto indagine internazionale.

Forse sbagliamo a chiamarla ancora “mafia”. Forse, come scrive Antonio Nicaso, questa è “una criminalità liquida, postmoderna, che non conosce frontiere e si nutre delle nostre fragilità sociali ed economiche”. Uno degli interrogativi centrali è se questa forma criminale sia una “mafia albanese” autonoma oppure una declinazione locale, frutto della seconda generazione migrante. Il confine si fa ancora più labile nelle carceri e nelle comunità di recupero dove, secondo inchieste condotte da magistrati come Nicola Gratteri, si creano alleanze tra elementi albanesi, romani e calabresi. Come nel caso di Dorian Bejko, narcotrafficante condannato in Italia, inserito in una comunità terapeutica a Nola che di fatto era diventata una cellula logistica per l’organizzazione.

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  • Nasce in provincia di Frosinone nel 1989. Laureato in Scienze Politiche, ha successivamente intrapreso gli studi in Relazioni Internazionali presso l’università di Torino dove approfondisce gli aspetti legati all'IA e alla Cybersecurity. La passione per l’informazione, le dinamiche sociali e le materie forensi lo hanno avvicinato al mondo del giornalismo e nel 2022 inizia a collaborare con InsideOver e ilGiornale.it. Qui incontra il Giornalista Gianluca Zanella, inizialmente suo docente e inizia una collaborazione. Diventa parte integrante di Darkside occupandosi di inchieste e tecnologia. Fonda Darkcyber, una rubrica di approfondimento che si muove nelle zone d'ombra dell'innovazione tecnologica, quei territori dove il progresso incontra il rischio, la curiosità sfida la trasparenza e la complessità del digitale si intreccia con la vita reale.

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