Un dogma chiamato “mafia appalti”

Scritto da: Federico Carbone
19 Maggio 2026

Il dossier “mafia-appalti” è diventato, negli anni, una chiave totalizzante per spiegare le stragi del 1992. Ma trasformare un filone investigativo in un dogma rischia di oscurare piste eversive, apparati infedeli e connessioni internazionali. La gip Luparello parla di approccio “mistico”. E avverte: la complessità non può essere archiviata…

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Quando un dossier diventa un dogma

L’errore più comodo, in Italia, è trasformare un’indagine in una religione. È successo con il dossier “mafia‑appalti”: da rapporto investigativo su intrecci tra Cosa nostra, politica e grandi opere, è stato lentamente elevato a dogma, a chiave unica di lettura delle stragi del 1992. Un totem rassicurante, perché parla di soldi, gare truccate, interessi economici: cose che il Paese capisce o crede di capire.

Negli ultimi anni questa lettura è stata rilanciata con forza. Il procuratore di Caltanissetta Salvatore De Luca ha definito la gestione del procedimento “mafia‑appalti” una sicura concausa della strage di via D’Amelio e, in misura minore, di quella di Capaci collegandolo al crocevia fra interessi mafiosi, politici ed economici. Parallelamente, la stessa Procura ha chiesto l’archiviazione del filone d’indagine sui mandanti esterni delle stragi fondato proprio sulla pista degli appalti, pur continuando a considerarla l’ipotesi più plausibile ma ancora contro ignoti.

Nel frattempo, reparti speciali dell’Arma e una parte della politica hanno assunto quel dossier come paradigma esplicativo generale, il “paradigma Mori”: tutto passa da lì, tutto nasce da lì, tutto si esaurisce lì. È a questo salto di qualità – dal dato alla fede – che la gip Graziella Luparello ha dato un nome preciso: approccio “mistico” e scelta “miope”.

Cosa dice davvero la gip (e cosa le si contesta)

Nella sua ordinanza, la gip di Caltanissetta non nega affatto il peso del dossier mafia‑appalti; contesta la pretesa di farne l’alfa e l’omega delle stragi.
Per questo ha respinto la richiesta di archiviazione sui mandanti esterni, ordinando 43 ulteriori approfondimenti: da Gladio alle vecchie indagini di Falcone sul delitto Mattarella, fino all’aereo che avrebbe sorvolato Capaci il giorno della strage.

In parallelo, l’idea degli appalti come “movente totale” viene criticata da più fronti. L’ex procuratore di Palermo Giancarlo Caselli ha definito riduttiva e fuorviante la tesi che faccia di mafia‑appalti la causa unica delle stragi, perché rischia di cancellare il ruolo di altri contesti – politico, eversivo, massonico – in cui quelle bombe sono maturate. Il fratello di Paolo, Salvatore Borsellino, e l’avvocato Fabio Repici considerano anzi la pista presentata oggi come “mafia‑appalti spiegazione di tutto” un potenziale depistaggio, funzionale a rimuovere la cosiddetta “pista nera” e le responsabilità di apparati infedeli.

Lo stesso De Luca, mentre insiste sulla concausalità di mafia‑appalti, ammette che il dossier rappresentava un crocevia in cui è “abbastanza probabile” ci siano state interferenze esterne e riconosce che l’individuazione di quel procedimento come concausa non esclude, anzi postula, interventi di altri soggetti esterni a Cosa nostra. In altre parole: gli appalti entrano nell’equazione, ma non la esauriscono.

Il rischio di assolvere chi non dev’essere assolto

Se trasformiamo mafia‑appalti in una religione civile che spiega tutto, rischiamo paradossi giudiziari e storici. Lo ha spiegato con brutale chiarezza Attilio Bolzoni: se davvero tutto ruotasse attorno alla gestione del rapporto ROS sugli appalti, fino a diventare la matrice unica delle stragi, si dovrebbero ridiscutere persino ruoli di protagonisti come Giuseppe Graviano, indicato quale figura centrale nella strage di via D’Amelio.

Non è soltanto una questione di responsabilità individuali. È il quadro a cambiare: se il “movente” viene collocato esclusivamente dentro una guerra per i lavori pubblici, si scolorano la dimensione eversiva, i segnali lanciati allo Stato, il contesto internazionale, le interferenze di servizi e strutture para‑statali che in quegli anni – lo sappiamo dai dossier su Gladio, dalla trattativa Stato‑mafia, dalle stesse carte di Caltanissetta – erano tutt’altro che spettatori.

Una criminologia delle stragi che riduce tutto a “business” è confortante: non chiede di guardare in faccia i rapporti ibridi fra pezzi istituzionali e criminalità organizzata; non obbliga a fare i conti con il concetto di crimine di Stato o di “state‑corporate crime”, in cui le convenienze di élite politiche, economiche e mafiose si saldano su un terreno comune. Ma proprio per questo è una criminologia monca.

Le stragi come crimini complessi: lettura criminologica

Dal punto di vista criminologico, Capaci e via D’Amelio sono crimini complessi a matrice ibrida. Non parliamo soltanto di omicidi plurimi aggravati e di strage, ma di atti che svolgono simultaneamente tre funzioni: eliminare un nemico interno a Cosa nostra, lanciare un messaggio allo Stato, ridefinire gli equilibri di potere in un sistema politico in trasformazione.

Nel paradigma classico della rational choice, la mafia calcola costi e benefici: uccidere Falcone e Borsellino nel 1992, a colpi di tritolo, è razionale solo se qualcuno, da qualche parte, ha garantito che il costo politico sarà sostenibile e che, a valle dello shock, si aprirà uno spazio negoziale o di ristrutturazione degli affari. Gli appalti entrano qui come posta in gioco, non come motore esclusivo.

In questo quadro, il dossier mafia-appalti è un nodo, non la rete.

In termini di teoria dei “crimini di sistema”, le stragi appaiono come prodotti di un’area grigia in cui convergono:

  • l’interesse di Cosa nostra a spezzare il circuito repressivo inaugurato dal maxiprocesso e dalla stagione Falcone‑Borsellino;
  • l’interesse di segmenti della politica a rinegoziare, sotto ricatto, i rapporti con le organizzazioni mafiose;
  • l’interesse di soggetti economici a conservare o conquistare posizioni nel mercato protetto degli appalti, nazionali e locali;
  • il possibile interesse di apparati e mondi eversivi – quella “pista nera” di cui parlano magistrati e familiari delle vittime – a condizionare gli assetti della Seconda Repubblica, usando la violenza mafiosa come strumento di destabilizzazione controllata.

In questo quadro, il dossier mafia‑appalti è un nodo, non la rete. È il luogo in cui si incrociano flussi di denaro, imprese vicine ai corleonesi, sponsor politici, funzionari infedeli. Tutto ciò non basta a spiegare da solo perché, proprio nel 1992, si decida di far saltare un’autostrada e una strada cittadina con modalità da atto di guerra.

La “pista nera” e gli ibridi connubi

L’alternativa secca “mafia‑appalti o pista nera” è un altro falso dilemma. La stessa procura di Caltanissetta, mentre difende la centralità del dossier appalti, ammette che una collaborazione fra Cosa nostra e formazioni dell’estrema destra eversiva – Avanguardia Nazionale di Stefano Delle Chiaie e altri ambienti – è sul tavolo della discussione, specie per la strage di Capaci. Familiari di vittime e avvocati di parte civile insistono da anni su questi “connubi ibridi” che la storia delle stragi italiane, da piazza Fontana in poi, ci ha insegnato a non sottovalutare.

Gli archivi desecretati su Gladio, le ammissioni sul ruolo dei servizi alleati in Italia, i documenti che mostrano come la Sicilia fosse da decenni una piattaforma strategica contesa – dalla guerra fredda alla stagione di Tangentopoli – fanno da sfondo a questo scenario: le bombe del 1992 non esplodono in un vuoto geopolitico o istituzionale.

Una criminologia che voglia davvero essere all’altezza dei fatti deve tenere insieme il livello micro (le famiglie mafiose, i singoli boss, i killer), il livello meso (le imprese, i comitati d’affari, i circuiti degli appalti), e il livello macro (gli assetti politico‑istituzionali, i rapporti con potenze straniere, i servizi segreti e gli apparati di sicurezza). Ridurre tutto agli appalti significa amputare almeno due di questi livelli.

Perché l’approccio “mistico” è pericoloso

Chiamare “mistico” l’approccio che fa di mafia‑appalti la spiegazione totale delle stragi non è un eccesso retorico. È una diagnosi giudiziaria e criminologica precisa: si rimprovera a quell’impostazione di trasformare un filone investigativo in un atto di fede, immunizzato dal controllo critico, usato per chiudere anziché per aprire domande.

È pericoloso almeno per tre ragioni:

  • perché legittima, di fatto, la rinuncia ad approfondire 43 piste e lacune investigative indicate dalla stessa gip: dagli aerei su Capaci alle indagini dimenticate di Falcone, fino alle interferenze di strutture come Gladio;
  • perché consente a una parte del ceto politico di presentare le stragi come “semplici” reazioni mafiose a un’indagine economica, minimizzando il ruolo dei livelli istituzionali e internazionali.
  • perché rischia di riscrivere la storia giudiziaria, normalizzando i depistaggi clamorosi sul caso Borsellino e mettendo in discussione persino la tenuta di sentenze definitive, a beneficio di imputati eccellenti.

Da criminologo, non posso non vedere in questo un tentativo di “chiudere il caso” a livello simbolico prima che sul piano investigativo: offrire al Paese una spiegazione semplice, circolare, in cui il male resta confinato nel recinto di Cosa nostra e di qualche imprenditore corrotto. È la rassicurazione che tutto, in fondo, sia riducibile a tangenti e ribassi d’asta.

Una strada diversa: integrare, non sostituire

Chi scrive non nega affatto che il dossier mafia‑appalti sia stato, e sia, uno snodo centrale: ha fotografato un sistema di potere in cui gli appalti erano la vera moneta di scambio fra mafia, politica e impresa, e ha toccato interessi enormi. Proprio per questo è plausibile che abbia contribuito ad accelerare la decisione di eliminare Falcone e Borsellino.

Il contrario dell’approccio mistico non è un altro dogma: è il rifiuto di ogni spiegazione unica.

Ma una criminologia delle stragi, se vuole essere onesta, deve fare un passo in più:

  • considerare mafia‑appalti come una concausa inserita in una strategia più ampia di destabilizzazione e ristrutturazione del sistema.
  • tenere aperte, e non chiudere, le piste che parlano di mandanti esterni, connessioni con ambienti eversivi, cointeressenze di apparati.
  • leggere Capaci e via D’Amelio come crimini di sistema, dove il confine fra criminalità organizzata e potere legale si fa poroso, fino a diventare indistinguibile in alcuni passaggi.

Il contrario dell’approccio mistico non è un altro dogma: è il rifiuto di ogni spiegazione unica. Significa accettare che, a trent’anni di distanza, la verità sulle stragi del 1992 non sta in un solo fascicolo, ma nella sovrapposizione di fascicoli, memorie, omissioni e depistaggi. E che l’unico modo per non tradire Falcone e Borsellino è continuare a tenere insieme le loro piste: quella degli appalti, quella dei rapporti internazionali, quella degli apparati infedeli.

Finché questo non accadrà, ogni volta che qualcuno pronuncerà le parole “mafia‑appalti spiega le stragi”, il sospetto sarà inevitabile: più che cercare la verità, sta cercando di chiudere il coperchio. E la criminologia, come il giornalismo, dovrebbe esistere proprio per impedirglielo.

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Autore

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  • Criminologo esperto in scienze forensi, criminologia investigativa e criminal profiling, pedagogia giuridica, psicopedagogia forense e valutazione della pericolosità sociale, scienze penalistiche, educatore socio-pedagogico e giornalista pubblicista, direttore di comunità.Profondo conoscitore delle trame italiane del periodo che va dalla fine degli anni Ottanta alla metà degli anni Novanta.Consulente della famiglia Mandolini.

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