Con Magnifica Humanitas, la prima enciclica papale sull’intelligenza artificiale, Leone XIV porta il Vaticano nel cuore del potere algoritmico. Due immagini bibliche strutturano il testo: Babele, torre dell’efficienza che riduce la persona a dati e prestazioni; Gerusalemme, città ricostruita nella responsabilità condivisa. È uno scontro antropologico con la tecno destra americana per cui il limite umano è un errore da correggere. Il Papa risponde: il limite è un dono, la dignità non si guadagna con la performance, il potere dei “tecnofeudatari” privati va ricondotto al bene comune. Il finale è un appello secco: disarmare l’IA…
Il 25 maggio 2026, nell’Aula del Sinodo, è successo qualcosa che nella storia della Chiesa non era mai accaduto: un Papa ha presenziato di persona alla presentazione di una propria enciclica. Ma il dettaglio destinato a far discutere non era la sua presenza. Era chi gli sedeva accanto. Non un teologo, non un filosofo della tradizione, bensì Christopher Olah, cofondatore di Anthropic e responsabile della ricerca sull’interpretabilità dei modelli di IA, chiamato a parlare di fianco ai cardinali Víctor Manuel Fernández e Michael Czerny e alla teologa Anna Rowlands.
L’immagine vale già come tesi. Con Magnifica Humanitas — firmata il 15 maggio, nel 135° anniversario della Rerum Novarum di Leone XIII — il Vaticano dichiara che non intende limitarsi a un'”accademia morale” sull’intelligenza artificiale, ma vuole parlare direttamente a chi quelle tecnologie le programma. È la prima enciclica papale interamente dedicata, come recita il sottotitolo, “alla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale”. Non un testo sull’IA, insistono i commentatori: un testo sull’uomo nell’epoca dell’IA, dentro quella che il documento chiama una nuova “rivoluzione cognitiva”, speculare alla rivoluzione industriale di fronte a cui Leone XIII scrisse, 135 anni fa, la magna charta della dottrina sociale.
Due icone bibliche, due futuri possibili
Il cuore dell’enciclica non è tecnico, è narrativo. Leone XIV costruisce tutto su due immagini contrapposte tratte dalla Scrittura. Da una parte la torre di Babele: l’opera grandiosa di un’umanità che vuole “farsi un nome”, che sceglie “un’unica lingua, un’unica tecnologia, un’unica direzione”, e che proprio nell’ossessione per l’uniformità e l’autosufficienza finisce per disgregarsi. Dall’altra la ricostruzione delle mura di Gerusalemme con Neemia: una città ferita che rinasce non per l’iniziativa di un singolo, ma perché ciascuno si assume “il proprio tratto di muro”, in una responsabilità condivisa che ha al centro Dio e i legami prima ancora delle pietre.
La tecnica non è neutrale: assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa.
«La prima scelta non è tra un “sì” o un “no” alla tecnologia», scrive il Papa, ma «tra edificare Babele o ricostruire Gerusalemme». La tecnica, precisa, non è né soluzione né male in sé: «non è neutrale, perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa». È un’enciclica che diffida tanto degli entusiasmi ingenui quanto delle condanne aprioristiche. Proprio in questo equilibrio, come ha osservato la filosofa Anne Alombert (autrice di De la bêtise artificielle) in un’intervista a Le Monde, sta la sua originalità: evita “la doppia trappola dell’idealismo etereo e del cinismo rassegnato”.
Il punto antropologico: il limite non è un bug
Qui l’enciclica colpisce il nervo scoperto della cultura tecnologica contemporanea. Al paragrafo 12, Leone XIV scrive che edificare nel bene significa “accettare il limite e la fragilità dell’umanità senza considerarli un errore da correggere”. E denuncia “l’illusione di una tecnica che promette di liberarci da ogni fragilità”, la “chimera di un’autoaffermazione illimitata”, la fede in un “potenziamento senza limiti”.
Al paragrafo 51 affonda ancora di più, indicando “particolarmente insidiosa” l’ideologia secondo cui ogni persona dovrebbe guadagnarsi o giustificare il proprio valore, “al punto da attribuire maggior pregio a coloro che sono più efficienti e performanti”. È la radice dell’idolatria della “sindrome di Babele”: l’efficienza come misura del valore, la persona ridotta a mezzo, l’altro tradotto “in dati e prestazioni”.
Lo studioso Gabriele Segre lo ha sintetizzato con efficacia: il Papa interpella frontalmente quella Silicon Valley “convinta che il limite umano sia poco più che un errore di sistema in attesa di aggiornamento”. È esattamente il terreno su cui l’enciclica e la nuova destra tecnologica americana si scontrano.
Chi è la “tecno destra” americana
Negli ultimi anni, attorno a una parte dell’élite tecnologica statunitense, ha preso forma una galassia che giornalisti e studiosi chiamano tecno destra, cyber-destra o neo-reazionarismo tecnologico. I nomi ricorrenti sono noti: l’investitore Marc Andreessen, autore nel 2023 di un “Manifesto tecno-ottimista” che cita esplicitamente il filosofo accelerazionista Nick Land; Peter Thiel, finanziatore e teorico di un transumanesimo che esorta a “correre più rischi” pur di sfuggire alla stagnazione; Curtis Yarvin, l’ideologo che descrive le istituzioni democratiche come “software obsoleto” da sostituire con uno Stato-azienda guidato da un “CEO sovrano”; il vicepresidente JD Vance, lettore dichiarato di Yarvin; e figure come Alex Karp di Palantir, che in The Technological Republic declina questo immaginario in chiave più istituzionale e patriottica, centrata sulla supremazia tecnologica e militare.
Diversi tra loro, e tutt’altro che concordi — Thiel stesso ha detto di non credere che le idee di Yarvin “possano funzionare” — questi attori condividono però, come ha notato la rivista Made in Italy, un’unica intuizione di fondo: che la democrazia liberale sarebbe “troppo lenta, troppo fragile e troppo burocratica” per governare il capitalismo tecnologico. Le strutture portanti di questo pensiero, ricostruite tra gli altri dall’analisi di Sbilanciamoci, sono il transumanesimo, il singolarismo, il lungotermismo e l’accelerazionismo: l’uso indiscriminato della tecnologia come motore di uno sviluppo esponenziale che spinge “anche oltre i confini del corpo e del pianeta Terra”.
Va detto con onestà: questa è in larga parte la descrizione che ne danno i critici. I diretti interessati si raccontano diversamente — come paladini dell’abbondanza, della cura delle malattie, della crescita che solleva tutti. Ma è proprio su questo racconto che l’enciclica interviene.
Il confronto, punto per punto
Non un esercizio di stile, ma la volontà di leggere, uno accanto all’altro, l’enciclica e il canone della tecno destra. Un dialogo nel quale gli interlocutori sembrano rispondersi in negativo. Perché? Proviamo a dare una risposta.
Sul limite umano. Dove Andreessen e Thiel vedono nel limite biologico un ostacolo da abbattere e nella fragilità un problema di ingegneria, Leone XIV vede un dono da custodire: “la vera realizzazione non nasce dalla rimozione delle fragilità”. Il capitolo 3, non a caso, dedica un’intera sezione alle “narrazioni di fondo” del transumanesimo e del postumanesimo per contrapporvi “il limite, il cuore, la grandezza dell’essere umano”.
Sul valore della persona. L’etica della performance, più vali quanto più sei efficiente, è esattamente l’ideologia che il paragrafo 51 dichiara incompatibile con la dignità “ontologica”, quella che “appartiene a ogni essere umano semplicemente per il fatto di esistere” e che nessun fallimento può cancellare.
Sulla democrazia. Mentre Yarvin liquida le istituzioni democratiche come “codice legacy” da rottamare, l’enciclica le rilancia: il bene comune è “la forma sociale della dignità riconosciuta a ciascuno”, e lo Stato ha il compito di “armonizzare con giustizia” gli interessi senza lasciare indietro i deboli. Il paragrafo 64 è quasi una replica diretta al cesarismo tecnologico: “Qualsiasi tentativo o progetto di eliminare o sottomettere una nazione è gravemente immorale”.
I principali motori dello sviluppo sono oggi attori privati con risorse superiori a quelle di molti governi.
Sul potere. Qui sta l’intuizione politicamente più affilata. Al paragrafo 5, Leone XIV constata che oggi “i principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi”. Il vaticanista Piero Schiavazzi, che ricorda come il Papa, laureato in matematica, conosca i meccanismi interni dell’algoritmo, ha letto in questo passaggio la denuncia di un nuovo potere “anonimo e traslazionale” affidato ai “tecnofeudatari” della Silicon Valley, e ha indicato nel verbo “profilare” la nuova declinazione del dominio contemporaneo. Al paragrafo 67, l’enciclica chiede che brevetti, algoritmi, piattaforme, infrastrutture e dati rientrino sotto il principio della “destinazione universale dei beni”: quando restano concentrati in poche mani, “alimentano il divario tra inclusi ed esclusi”.
La voce degli esperti
Alla presentazione, la teologa Anna Rowlands (Durham University) ha riportato tutto alla domanda da cui l’enciclica nasce: “Che significa essere umano realizzato nel tempo dell’IA?”. Per Rowlands, Magnifica Humanitas non è una riflessione neutrale sulla tecnologia ma “un’enciclica che mette la visione del Vangelo a confronto con le culture dell’AI”, e mette in guardia “contro la crescente cultura del potere che sta trasformando lavoro, famiglia, vita politica”.
Sulla stessa linea Christopher Olah, che ha richiamato le responsabilità delle aziende tecnologiche nello sviluppo dell’IA. Anne Alombert, dal canto suo, ha colto una sintonia sorprendente con la metafora papale: “le grandi aziende tecnologiche oggi abitano Babele — competono ferocemente, ma sviluppano gli stessi modelli e i loro usi vengono uniformati”. A questa logica egemonica l’enciclica oppone, secondo la filosofa, una “via di Gerusalemme”: dispositivi costruiti con gli utenti e i cittadini a partire dai bisogni locali — istruzione, salute, alimentazione, trasporti — invece che imposti in modo omogeneo. Tra i rischi che il testo nomina, Alombert sottolinea la delega delle capacità di ragionamento, le influenze ideologiche sulla vita democratica, la dipendenza emotiva e la desocializzazione.
La mossa Anthropic e il finale: “disarmare l’IA”
La presenza di un cofondatore di una Big Tech americana sul palco vaticano è stata letta da molti come un segnale geopolitico. Alcuni commentatori, come quelli de Il Timone, vi hanno visto la scelta di dialogare “con la parte più consapevole” della Silicon Valley, quella attenta alla sicurezza dei modelli; altri hanno avvertito che ridurre l’enciclica a sostegno di un singolo competitor ne tradirebbe la portata universale. La Chiesa, ribadiscono, non gioca “contro” la Silicon Valley né “per” un’azienda: l’unica difesa che le sta a cuore è “quella che riguarda la dignità umana contro ogni forma di riduzione della persona a mero strumento”.
Il documento si chiude infatti con un appello che è diventato il suo slogan: “disarmare l’IA”. Non rinunciare alla tecnologia, chiarisce il Papa, ma “impedirle di dominare l’umano”: sottrarla ai monopoli, renderla discutibile e contestabile, restituirla alla pluralità delle culture. È il rovescio esatto del sogno accelerazionista di una macchina liberata da ogni limite politico e morale.
Resta un’immagine, quella con cui Leone XIV congeda il lettore: l’invito a “non temere di sporcarsi le mani nel cantiere del nostro tempo”, a essere “costruttori di comunione, non architetti di Babele”. Tra chi vuole scalare il cielo con una torre e chi preferisce rialzare, mattone dopo mattone, le mura di una città abitabile da tutti, l’enciclica ha scelto da che parte stare. Alla tecno destra americana e a chiunque la ascolti, lascia la domanda più scomoda di tutte: dove stiamo andando e verso quale meta vogliamo orientarci?




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