Mara Calisti: il delitto della camera chiusa a Todi

Scritto da: Alex Paolelli, Abir Anoun
16 Aprile 2026

Quella di Mara Calisti è una storia che sembra uscita dalla penna di Edgar Allan Poe: una stanza chiusa, nessuna traccia, un unico colpo mortale al petto, forse inferto con un cacciavite. Mara muore così, in pochi secondi. Ma il vero enigma non è solo chi l’ha uccisa: è come sia stato possibile farlo senza lasciare nessuna traccia…

Mara Calisti.

Il “delitto della camera chiusa” (locked-room mystery) rappresenta uno dei sottogeneri più affascinanti e intriganti della letteratura gialla. Il concetto dell’omicidio impossibile ha radici letterarie che risalgono al XIX secolo: “I delitti della Rue Morgue” di Edgar Allan Poe è considerato il capostipite del genere. Le caratteristiche principali dell’enigma della camera chiusa sono l’inaccessibilità del luogo (porte e finestre chiuse dall’interno) e l’assenza di qualsivoglia traccia (apparente) dell’assassino o dell’arma, che portano a domandarsi non solo “chi?” ma anche “come?”.

La tragica morte di Mara Calisti, “Frò”, come la chiamava affettuosamente sua sorella maggiore Rita, è uno dei cold case nostrani ad aver ricevuto questa definizione. Però Mara, in quella nefasta notte, non era da sola: era presente in casa anche suo padre, che dormiva in un’altra camera in fondo al corridoio. Questo atroce e oscuro omicidio, avvenuto nella notte tra il 14 e il 15 luglio del lontano 1993 a Todi, al terzo piano di un condominio in via Angelo Cortesi 131, sembra un rompicapo. Rimane sullo sfondo una sensazione persistente: le risposte si sono cercate, pur senza trovarle – ma ci si è posti le domande giuste?

Mara Calisti

Mara Calisti aveva trentasei anni, di ossatura minuta, grandi occhiali dietro cui si nascondeva uno sguardo attento; i suoi capelli ribelli sembravano raccontare il suo carattere. Vestiva abiti comodi, informali – jeans, maglioni, scarpe da ginnastica – e si muoveva nel mondo con le idee chiare, gelosa della propria indipendenza. A tratti appariva perfino austera. Eppure, dietro quell’atteggiamento da donna forte, celava qualche contraddizione: forza e vulnerabilità intrecciate. 

Amava la montagna, le escursioni, il respiro ampio dei sentieri. Cantava nel coro polifonico di Todi e ascoltava la musica di Beethoven. Intellettualmente vivace, impegnata nel sociale, attiva politicamente a sinistra. Dopo il liceo classico aveva tentato giurisprudenza, ma aveva presto capito che quella non era la sua strada. Così, aveva cambiato rotta: segretaria nello studio di un noto avvocato e, insieme, impiegata in una ditta di pulizie. Diceva che le persone non si giudicano da ciò che fanno, ma da ciò che sono.

Nella sua vita c’era anche un amore nascosto. Una relazione lunga, silenziosa, con un uomo sposato, molto più anziano di lei, medico stimato. Mara aveva scelto di non incrinare l’equilibrio familiare di lui, accettando di restare nell’ombra. La differenza d’età non li aveva mai spaventati; li univa la passione per la montagna. Eppure, quando verrà interrogato, quell’uomo negherà la relazione. Un solido alibi lo terrà al riparo: uscirà rapidamente dalle indagini. 

La morte improvvisa della madre di Mara, l’anno precedente, aveva lasciato un vuoto profondo e sconvolto l’equilibrio familiare, come sempre accade nei lutti. Restavano il padre, Mario — ex operaio, impiegato come bidello dopo un infortunio sul lavoro — la sorella e i nipoti, che Mara amava come fossero figli suoi. La famiglia si era trasferita da poco nella casa di campagna, a Romazzano, una piccola frazione di Todi, ma lei aveva scelto di restare in città, da sola, per difendere quella libertà che per lei era importante. 

Il delitto

Il 14 luglio, nella giornata che precede quella notte di sangue, Mario Calisti torna a Todi a dormire dalla figlia perché l’indomani ha un appuntamento in città con il commercialista. Mara esce al mattino per andare a lavorare allo studio legale verso le dieci, ma prima fa colazione con l’amica Bruna, che talvolta le leggeva i tarocchi. Quel giorno Bruna la nota diversa: più curata del solito. Mara le confida che vedrà il suo amore. Bruna non ha simpatia per quell’uomo: dice che non la tratta come merita, che in pubblico finge di non conoscerla, ma Mara, nonostante tutto, ne è innamorata.

La giornata scorre normalmente: un rientro a casa durante la pausa, poi di nuovo in ufficio verso le 17:30, per rincasare, infine, alle 20:30. Il padre sta preparando qualcosa per cena. Dopo mangiato, Mara invita Lucia, la vicina del secondo piano, per fare due chiacchiere.  Benché non fosse solita farlo, quella sera Mara si mette a stirare, indossando la vecchia vestaglia di cotone rosso a fiorellini bianchi appartenuta a sua madre. Mario esce e va a trovare la cognata che abita di fronte, lasciando le due donne da sole.

Alle 23:30, mentre la serata si spegne, Lucia riferirà che arriva una telefonata breve. Nessuno saprà mai da chi. Verso mezzanotte il padre rientra. Vanno a dormire. Le loro stanze sono separate da un corridoio. All’1:30 Mario si alza per andare in cucina a bere: attraversando quel corridoio inghiottito dal buio, nota che la porta della figlia è chiusa. Anche la porta che separa la zona giorno dalla zona notte è chiusa — un dettaglio insolito.

Alle 3:45, un tonfo scuote l’appartamento sottostante. Seguono le grida disperate del padre di Mara. Alle 3:41, un giovane ballerino insonne, che abita nel condominio accanto, legge l’orario impresso sul videoregistratore e decide di scendere a fare due passi. Arrivato al cancello del proprio giardino, sente un uomo invocare aiuto. Mentre si dirige in direzione delle grida, riferisce di non vedere nessuno in strada e di non notare nulla di strano. 

Mara è a terra. La corsa in ospedale è inutile. Mario Calisti, unico testimone diretto, racconterà di averla vista entrare nella sua stanza, in slip e reggiseno, con al collo la collana di corallo che non toglieva mai. Avrebbe acceso la luce — sull’interruttore resta il suo sangue, ma nessuna impronta leggibile. Le sue ultime parole, prima di cadere a terra e chiudere gli occhi per sempre: “Babbo, guarda cosa mi hanno fatto.”

Il Prof. Franco Fabbroni, medico legale, stabilirà che un unico colpo, vibrato con forza, dal basso verso l’alto l’ha attinta all’emitorace destro penetrando per circa 8 cm, recidendo l’aorta e causando la morte per shock emorragico. Dopo quella lesione, causata da un oggetto dalla punta arrotondata – compatibile con un cacciavite – Mara non poteva sopravvivere più di 30/50 secondi. Nessun segno di lotta. Nessun segno di difesa. La ragazza probabilmente dormiva quando è entrato il suo assalitore: sul comodino c’erano il libro e i suoi occhiali come di consueto. La finestra e la tapparella della sua stanza erano chiuse.  Mara, probabilmente, conosceva il suo assassino. 

Alle 3:55, Lucia — che aveva preso un sedativo — racconta di aver sentito due squilli del suo campanello. Aperta la porta, sul pianerottolo trova l’inquilino del primo piano che sta salendo, concitato, richiamato dalle urla. Entreranno insieme nell’appartamento. Nessuno degli abitanti dirà di aver suonato il campanello di Lucia. Un errore? Un gesto involontario dell’assassino in fuga che cerca la luce e trova invece un campanello? Nessuna impronta verrà rilevata. 

Scena inquinata e indagini impostate male

La scena del crimine è compromessa nel caos di chi entra ed esce. Eventuali tracce importanti, disperse per sempre. Non verranno apposti i sigilli se non prima che trascorrano molte ore. Lo stabile non viene perquisito. L’arma non verrà mai trovata. Un testimone riferisce di aver udito, nel silenzio della notte, il rumore di un oggetto metallico che cade.

Circa un mese dopo, sembra emergere un dettaglio inquietante: un insegnante riferisce alla sorella di Mara che quel giovane ballerino, da adolescente, amava dipingere donne accoltellate. Rita Calisti riferisce l’informazione in questura: della segnalazione non c’è traccia scritta. Ma, analizzando gli orari degli spostamenti del giovane, tutto esclude un suo coinvolgimento: non coincidono, non tornano. Anche perché la povera Mara è morta entro pochissimi istanti.

Abbiamo ascoltato il parere del Dott. Alvaro Fiorucci, giornalista di lunga esperienza, che ha scritto un approfondito libro sulla vicenda – “L’alfabeto del sangue”- secondo cui il caso Calisti è rimasto irrisolto soprattutto perché le indagini sono state impostate male fin dal principio. E, alla luce delle informazioni raccolte, è difficile non condividere questa valutazione.

Chi, quella notte, ha saputo muoversi nel buio così bene? 

Alcune ipotesi

Poco prima del delitto, Mara aveva deciso di frequentare dei corsi d’arte dell’Università della Terza Età, senza informare parenti e amici. In quell’ambiente era stata vista in compagnia di una donna bionda mai identificata: forse una conoscenza recente, estranea al suo abituale giro di amicizie. Dopo l’omicidio, alla segreteria telefonica dello studio dove lavorava arrivò uno strano messaggio: «Il mistero della signorina Calisti è legato alla sua adesione alla terza età». L’autore della telefonata non è mai stato identificato e, peraltro, il messaggio venne ascoltato dagli inquirenti soltanto alcuni anni dopo.

Mara era stata notata mentre parlava con un uomo seduto nell’abitacolo di un’auto scura targata Terni, anch’egli mai identificato. Inoltre, aveva confidato a un’amica, tra il serio e il faceto: «A me, prima o poi, mi ammazzano». Cosa avrà voluto dire? In quale contesto era stata fatta questa curiosa affermazione?    

Tra le ipotesi investigative, si è considerata anche la possibilità che l’assassino si fosse nascosto in soffitta, per poi allontanarsi in un secondo momento, approfittando del trambusto generale. La porta dell’abitazione non presentava segni di effrazione, ma si è detto che talvolta la chiave veniva lasciata inserita nella toppa. Inoltre, nessuno sentì sbattere il portone: un rumore che in quel condominio si percepiva distintamente, a meno che non venisse accostato con estrema cautela: un dettaglio che mal si concilia con una fuga precipitosa. Si è pensato anche a un tentativo di furto, considerando che poco prima era avvenuto un trasloco e qualcuno avrebbe potuto credere la casa vuota. Tuttavia, la borsa di Mara e alcuni oggetti di valore in vista, rimasero al loro posto. In un cassetto della cucina, tra sacchetti di carta e cellophane, fu rinvenuta una piccola macchia di sangue, ritenuta però non recente dagli inquirenti. 

Un’altra ipotesi portava a sospettare un appuntamento notturno, magari con l’autore della famosa telefonata delle 23:30. Ma Mara avrebbe davvero fatto entrare qualcuno in casa di sua iniziativa, mentre era presente il padre, mentre avrebbe potuto farlo quando era da sola?

Le indagini su Mario Calisti

Il 20 luglio 1993, alle 22:30, arriva una telefonata anonima in caserma. Una voce maschile dice queste parole che sono state trascritte: “non cercate chi ha ucciso Mara fuori, è stato il padre con una coltellata al petto, appena inferta, lui si è diretto verso la camera da letto e Mara lo seguiva, giunta vicino al letto, Mara è caduta, e solo allora lui si è reso conto e ha iniziato a urlare. Da quando era morta la moglie soffriva di gravi crisi e quindi non poteva ricordare ciò che aveva fatto, però quando si ricorderà,  fra tre o quattro giorni, potrebbe anche uccidersi, perché non gli fate un fermo? Queste cose ve le devo dire io?”

Dalle indagini sembra emergere che, finché era viva la mamma di Mara, era lei ad appianare le divergenze tra padre e figlia. I dissapori nascevano dalla disapprovazione del padre per la relazione di Mara con il medico e dalla sua opposizione al desiderio di autonomia della ragazza. Come spesso accade, forse il padre sognava per la figlia più piccola un “porto sicuro”: una vita stabile e familiare come quella della sorella. Desiderava magari vederla serena e radicata, auspicando una strada più convenzionale per lei rispetto alle scelte anticonformiste che la caratterizzavano.

Mario Calisti venne indagato in due diverse inchieste, entrambe archiviate, che lo prosciolsero definitivamente. Poiché si trovava in casa al momento del delitto, la sua posizione apparve la pista più semplice da seguire, ma non emersero prove concrete. Si ipotizzò un litigio familiare tra padre e figlia, e le perizie diedero luogo a un acceso confronto tra esperti. Qualche anno più tardi, il Dott. Silio Bozzi, allora Commissario della Scientifica di Bologna, intervistato nel programma Blu Notte da Carlo Lucarelli, sulla base delle risultanze investigative – ipotizzò una possibile ricostruzione della dinamica del delitto analizzando le fotografie delle tracce ematiche presenti nell’appartamento.

Attraverso quella che oggi è nota come Bloodstain Pattern Analysis, ovvero lo studio delle tracce di sangue, ne valutò posizione, dimensione, direzione e area d’impatto. Secondo le sue considerazioni, Mara si trovava in piedi nella sua camera e l’aggressore era probabilmente in posizione fronto-laterale destra rispetto a lei. La distanza tra la camera di Mara e quella del padre era di circa dieci metri: lungo questo percorso le gocce di sangue apparivano irregolari, con un sanguinamento copioso alternato a interruzioni in prossimità di un ostacolo. 

Mara, però, era scalza e le impronte dei suoi piedi non c’erano: come avrebbe potuto non calpestare il proprio sangue mentre camminava? Una possibile spiegazione è che Mara sia stata sollevata e trasportata in braccio lungo il corridoio: ciò giustificherebbe la semiellisse formata dal drip trail di sanguinamento più abbondante in prossimità della soglia, poiché l’aggressore, per far passare Mara dalla porta, ha dovuto probabilmente allentare la presa per riposizionarla a sé: in questo modo, il corpo della ragazza si è momentaneamente discostato dal suo, che fungeva da “contenitore” per il sangue, e di conseguenza ne è fuoriuscita una maggiore quantità. Inoltre, nel corridoio c’era una scia di gocce di sangue omogenea sul pavimento, rasente al muro, proprio sotto la parete: il Dott. Bozzi, ipotizza con notevole intuito che l’assassino, per evitare di calpestare il sangue di Mara e non lasciare così impronte del proprio passaggio, potrebbe aver camminato all’indietro con la ragazza in braccio.

Silio Bozzi, tra passato e presente

Abbiamo avuto il privilegio di confrontarci recentemente con il Dott. Silio Bozzi: nel corso dell’interessante conversazione sono emersi importanti spunti di riflessione sulla gestione delle indagini, sia in riferimento al caso Calisti, sia, in senso più ampio, alla metodologia investigativa.

Un primo punto cardine riguarda la Bloodstain Pattern Analysi : il Dott. Bozzi ha chiarito che, nonostante il naturale progresso scientifico, i rilievi effettuati all’epoca della vicenda devono considerarsi già allora esaustivi. La scienza forense odierna non potrebbe aggiungere elementi sostanziali a quanto già cristallizzato all’epoca dei fatti, poiché quella specifica analisi era già pienamente esplicativa della dinamica.

Tenevamo ad approfondire la natura del colpo inferto a Mara Calisti, vibrato “dal basso verso l’alto”. Se per un osservatore non esperto tale traiettoria può apparire insolita rispetto alle rappresentazioni stereotipate del crimine, il Dott. Bozzi ci ha spiegato come l’azione delittuosa sia sempre il risultato di una dinamica di reciprocità. Non si può mai prescindere dall’interazione cinetica e dagli spostamenti simultanei tra vittima e aggressore, elementi che rendono ogni evento unico e mai scontato.

Un passaggio delicato del confronto ha riguardato l’operato del Comando dei Carabinieri di Todi. Il Dott. Bozzi ha contestualizzato l’attività d’indagine, osservando come le realtà di provincia, a differenza delle grandi metropoli, si confrontino fisiologicamente con una casistica omicidiaria estremamente ridotta. Questa rarità statistica influisce inevitabilmente sull’esperienza specifica necessaria a gestire scenari di tale complessità.

In un’ottica più generale, il Dott. Bozzi rileva la mancanza, nel nostro Paese, di una solida cultura della preservazione della scena del crimine. Il luogo del delitto rappresenta l’epicentro di ogni indagine e la sua integrità è la condizione imprescindibile per l’accertamento della verità. Quando la scena viene precocemente invasa da inquirenti, operatori sanitari o civili, si genera un inquinamento ambientale che compromette irrimediabilmente l’esito dell’attività investigativa. Si tratta di una riflessione che non possiamo che condividere appieno, specialmente considerando come la storia giudiziaria, anche recente, continui a mostrare le criticità derivanti da una non corretta gestione del perimetro investigativo.

In ricordo di Mara

Leggendo il libro di Rita Calisti, scritto quattro anni dopo la morte della sorella, si ha davvero l’impressione di conoscerla, Mara, tanto è autentico il trasporto emotivo con cui Rita ricorda questa giovane donna e la sua vita interrotta che aveva ancora tutto il diritto di essere vissuta. La descrive con semplicità e amore, nei suoi aspetti più umani: ci racconta i suoi interessi, le sue fragilità, la sua personalità indipendente, la sua visione della vita. Un libro bello e luminoso che narra la storia di una separazione improvvisa, colmo di riflessioni intense sulla vita e sulla morte, un libro che sfiora soltanto marginalmente i fatti per come si sono verificati, in cui rabbia e disperazione si dissolvono lentamente, lasciando spazio a una rassegnazione quieta, quasi contemplativa. Rita non cede al rancore; nel suo silenzio composto, riconosce che la morte va accolta e attraversata, anche quando restano domande senza risposta e un senso profondo di mancata giustizia. 

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  • Laureata in Psicologia. Affascinata dalla mente umana e dalle vicende misteriose segue e analizza casi di cronaca, soprattutto quelli irrisolti, per approfondirne ogni dettaglio alla ricerca della verità.

  • Laureata in Mediazione Linguistica, nutre un forte interesse per la cronaca giudiziaria, con particolare attenzione agli errori giudiziari e al fenomeno dell'ingiusta detenzione.

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