Era una tranquilla giornata d’estate quando Maria Luisa decise di immergersi nella bellezza dei percorsi montani, ignara che quel passo in avanti sarebbe stato l’ultimo. Lungo un sentiero immerso nella natura, la morte venne a farle visita nel più inaspettato dei modi. Una storia dove la bellezza dei paesaggi contrasta con il dolore di una vita spezzata, lasciando dietro di sé domande senza risposta e un assassino mai identificato…

Maria Luisa De Cia.
Agosto 1990. Siamo a Sovramonte, comune della provincia di Belluno, parte del Parco Nazionale delle Dolomiti. Un paesaggio immerso tra i monti impetuosi e lo scrosciare dei torrenti. Qui è possibile ascoltare i rumori della natura, respirare i profumi della vegetazione e ammirare i colori della flora. Maria Luisa De Cia, 28 anni, amava questo panorama. Una folta chioma di riccioli, occhiali da vista in stile pilot, era giunta a Sovramonte dalla sua Cornuda, in provincia di Treviso, per trascorrere le vacanze a casa dei genitori. Una vita ben inquadrata: il lavoro come ragioniera, la relazione con Mauro, procuratore legale che voleva presentare ai suoi familiari. Un carattere solare e tranquillo, la passione per i paesaggi naturali e le escursioni all’aria aperta. Ed è proprio seguendo questa sua inclinazione che trascorre i giorni di vacanza, tra gite sui monti e pernottamenti nelle baite.
La scomparsa
Quella di giovedì 16 Agosto sembra una mattina come tante quando i genitori di Maria Luisa si svegliano. Dirigendosi in cucina per fare colazione notano la presenza di un biglietto sul tavolo, scritto dalla figlia: “Sono andata verso San Martino”. Un percorso di montagna, fatto di alberi e sentieri, che conduce al rifugio del Velo della Madonna, a 2358 metri di altezza. Il fascino della natura più intima sembra aver richiamato anche per quel giorno l’attenzione di Maria Luisa. Il fatto che sia andata da sola desta un po’ di preoccupazione, ma la ragazza conosce bene la montagna ed è piuttosto prudente, probabilmente entro il tardo pomeriggio farà rientro.
La situazione assume una sembianza più inquieta quando, con il passare delle ore, la ragazza non torna a casa. Sono ormai le nove di sera e i genitori sono in piena apprensione. Una giovane donna partita da sola per un’escursione sui monti e di cui non si hanno più notizie da ore. Si fa strada il pensiero che possa essere successo di tutto. Forse però nessuno sarebbe mai arrivato a immaginare quello che era accaduto realmente in mezzo a quei sentieri.
Una scoperta agghiacciante
Dopo 24 ore senza notizie di Maria Luisa, il padre esce per andare a cercarla, recandosi proprio a San Martino. Giunto all’imbocco della passeggiata trova la Panda Rossa della figlia. La ragazza deve essere ancora lì. In poco tempo viene organizzata una task force di soccorritori e volontari per battere tutta la zona. Salendo lungo il sentiero, arrivati a 1300 metri di altezza, due volontari notano una diramazione a lato del percorso principale; la imboccano e dopo circa 30 metri giungono a uno spiazzo nel mezzo della vegetazione, trovandosi davanti a una scena terribile.
Il corpo senza vita di Maria Luisa giace supino ai piedi di un masso. Le condizioni del cadavere raccontando un quadro di dolore: distesa sui suoi stessi pantaloni, con le gambe divaricate, la ragazza ha indosso soltanto maglietta e calzini. Un nastro adesivo di colore nero le è stato girato attorno alla bocca spalancata, segni di legature sono presenti ai polsi e alle caviglie, nonostante sulla scena del crimine risultino assenti le corde utilizzate per immobilizzarla. Una clavicola slogata, ecchimosi su braccia e gambe, sul corpo segni che sembrano rimandare a delle sevizie. Ad ucciderla è stato un colpo di pistola alla tempia, sparato con un arma a pallettoni, modificata appositamente dall’assassino per renderla in grado di uccidere. La chiazza di sangue è a circa un metro dal cadavere, segno di una manipolazione del corpo post-mortem. Le caratteristiche del delitto sono agghiaccianti: il killer non ha agito in maniera rapida ma ha deciso di sottoporre la vittima a crudeli atti di sofferenza prima di porre fine alla sua vita, per poi ricomporre il cadavere in quella specifica posa. Una rappresentazione di morte che appare come un amalgama di follia e sadismo.
Accanto al corpo sono presenti gli effetti personali della ragazza, appoggiati alla base di un albero: lo zaino, gli occhiali accuratamente ripiegati, gli slip e le scarpe. È strano che l’assassino abbia agito in quel luogo, all’aria aperta, a poche decine di metri da un sentiero battuto da molti turisti, soprattutto in questa stagione dell’anno. Ha corso due grossi rischi: quello di essere visto e quello di essere sentito.
Le prime indagini
Eppure le testimonianze sono poche e piuttosto fumose: tre giovani che dichiarano di aver udito, intorno alle 15:20, il rumore di uno sparo e di aver visto poco dopo tre persone che correvano giù dalla passeggiata per poi raggiungere una Fiat 127 bordeaux, salire su di essa e andarsene. Poi una coppia che riferisce di aver sentito due urla: prima un grido forte e poi uno strillo strozzato.
Ma come è potuto succedere che un’innocente passeggiata tra i monti si sia trasformata nel teatro di un delitto così inquietante? E chi può essere l’autore di tutto ciò? Un maniaco di passaggio? Un conoscente di Maria Luisa? Agli inquirenti non resta altro che ricostruire le ultime ore della vittima, alla ricerca di ogni possibile traccia che possa indirizzare le indagini.
Il padre di Maria Luisa racconta che la sera prima della scomparsa la figlia appariva turbata e si ricorda in particolare di due circostanze: mentre la ragazza era al telefono con il fidanzato ebbe modo di sentire parte della conversazione: stava confidando a Mauro di avere dei problemi, senza però scendere nel dettaglio, dicendogli anche che l’indomani sarebbe andata a fare un giro da sola in montagna. Poco dopo ricevette un’altra chiamata: in questo caso la chiacchierata sembrava avere toni più freddi e formali, il genitore non udì molto ma si ricorda di aver sentito a un certo punto la figlia dire “possiamo anche vederci”. Chi poteva esserci dall’altro capo del filo? Quali erano questi problemi a cui Maria Luisa aveva accennato? E soprattutto, avevano qualcosa a che fare con quello che sarebbe accaduto l’indomani?
Il fidanzato, Mauro, per il giorno del delitto ha un alibi di ferro. La sua posizione è chiara e precisa: non può essere stato lui. Si scava ancora più a fondo tra le conoscenze: il Procuratore che dirige l’inchiesta, Giovanni Kessler, si reca anche in Germania, nazione dove Maria Luisa aveva vissuto per un anno, nel tentativo di tracciare qualsiasi pista. Non emerge niente di rilevante, in nessuna direzione.
Nuove testimonianze e un identikit
Passano i mesi, gli inquirenti continuano a scandagliare ogni ipotesi, fino a trovarsi davanti a due nuove testimonianze: la prima è di una persona che dichiara di aver visto, la mattina del 16 agosto alle 9:30, in un paese a pochi chilometri da Sovramonte, una macchina accostata a lato della strada. A bordo c’era un uomo sui 35 anni che si girava continuamente indietro, come se aspettasse qualcuno. A un certo punto era sopraggiunta una Panda rossa, alla guida c’era una ragazza che si era fermata proprio accanto all’auto parcheggiata. Dopo una breve conversazione a bordo dei propri mezzi, i due ripartirono.
A far da corredo a questa testimonianza ci sono le dichiarazioni di un tassista, il quale dice che la mattina del 16 Agosto stava guidando sulla Statale 50 quando a un certo punto si era trovato davanti due auto che procedevano a passo lento. Decise quindi di sorpassarli e durante la manovra ebbe modo di vedere che una delle due macchine era una Panda rossa, guidata da una donna.
Il racconto di queste due persone sembra convergere: chi era la ragazza a bordo della Panda? Poteva essere Maria Luisa? E quell’uomo invece? La Polizia fa realizzare un identikit: capelli folti, ciuffo sull’occhio sinistro, viso ovale. Il ritratto viene diffuso ma non porta all’identificazione del soggetto. Anche questo tentativo finisce in un nulla di fatto. Nonostante gli sforzi della Procura di Trento, la soluzione di questo atroce delitto resta lontana. Un puntino nero su una gigantesca tela bianca. Il 9 Marzo 1993, dopo due anni e mezzo di indagini serrate, l’inchiesta viene archiviata, portandosi dietro di sé una serie di domande senza risposta. Con il passare del tempo l’omicidio di Maria Luisa diventa un cold-case, mentre la verità resta sepolta tra il silenzio di quei monti che custodiscono il terribile segreto.
Ombre senza fine
Molti i punti oscuri della vicenda. In primo luogo rimane difficile affermare se vittima e assassino si conoscessero. Ci sono quelle telefonate del giorno precedente. Ci sono anche le due testimonianze che sembrano richiamare una situazione di conoscenza o comunque un appuntamento stabilito con qualcuno. Ma le dichiarazioni vennero raccolte molti mesi dopo e non è possibile stabilire con certezza se la donna vista dai testimoni potesse essere Maria Luisa. In ogni caso quello che possiamo evincere è che il killer probabilmente ha approfittato della situazione di vulnerabilità della vittima per mettere in scena le sue fantasie deviate. La ragazza era da sola, in una zona boschiva. Zona che, ragionevolmente, l’assassino doveva conoscere piuttosto bene. Una persona che si è mossa con sicurezza, con una certa manualità e abile nel costruire armi. Qualcuno che ha sentito l’esigenza di portarsi via le corde utilizzate per immobilizzare la giovane: forse temeva che quei legacci avrebbero potuto identificarlo?
20 anni dopo: il caso si riapre
Siamo nel 2010, dal delitto sono passati 20 anni, quando emerge una notizia inaspettata: la Squadra Mobile di Trento, dopo mesi di indagini sottotraccia, è convinta di avere individuato il probabile assassino di Maria Luisa. Redigono un rapporto con sette punti chiave e lo consegnano alla Procura. Il sospettato è un uomo di 60 anni, quindi quarantenne all’epoca dei fatti, che risiedeva nel Montebellunese. Ex imprenditore, amante del gioco d’azzardo, cacciatore esperto e con la passione per la fabbricazione di armi e pallottole artigianali. Possedeva una baita a 2 km di distanza dal luogo dell’omicidio. Pare che persone che gli erano state vicine lo avessero descritto agli inquirenti come una persona violenta e sadica. A distanza di due decenni si fa strada l’idea di poter giungere finalmente a una soluzione della vicenda.
Polizia e Questura perquisiscono dunque la sua abitazione, alla ricerca di indizi che possano collegarlo al delitto. Ma alla fine dall’ispezione non emerge niente di rilevante. I reperti della scena del crimine erano ormai andati distrutti e quindi non era possibile neanche effettuare dei test genetici. Vista la mancanza di prove tangibili, nell’Agosto 2011 il PM chiede e ottiene l’archiviazione. Gli elementi circostanziali non trovarono riscontri concreti, motivo per cui anche questa pista d’indagine si chiuse.
Amara conclusione
A distanza di 35 anni il caso è tuttora irrisolto. Una verità perduta tra le rocce e le foglie; un assassino sfuggente, come un fantasma che si aggira tra i boschi delle Dolomiti. Così, mentre il tempo continua il suo corso, la memoria di Maria Luisa vive nei racconti di chi l’ha conosciuta, nelle domande senza risposta che ancora aleggiano nell’aria e nelle inquietudini di chi ha cercato di dare un senso a un crimine così brutale. Resta l’importanza di tenere viva la sua memoria, nella speranza di poter riempire un domani tutti quegli spazi lasciati vuoti da questa triste vicenda.




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