Mario Ferraro: morte di uno 007 (parte 2)

Scritto da: Gianluca Zanella
9 Dicembre 2024

Quella di Mario Ferraro è una morte impossibile da catalogare come suicidio. Lo avevano capito sin da subito i magistrati e lo avevano capito anche i suoi colleghi del Sismi. In questa seconda parte, come già precedentemente annunciato, ci soffermeremo, affidandoci alle carte, proprio sul rapporto che intercorreva tra Mario e gli altri agenti segreti che, a vario titolo, hanno incrociato il suo cammino. Se già con il precedente articolo – quello relativo alla sfera privata dello 007 trovato impiccato nel bagno di casa sua 29 anni fa – ci eravamo mossi su un terreno scivoloso, adesso siamo letteralmente in caduta libera.

Mario Ferraro.

007 e mazzette

Dalle parole fissate su carta dai magistrati che si occuparono della morte di Mario Ferraro, emerge uno spaccato tutt’altro che idilliaco che parte dagli anni Ottanta fino a metà degli anni Novanta. Il Sismi ha superato con le ossa rotte lo scandalo delle liste della P2. Successivamente, i giochi di potere e la logica delle cordate hanno reso il lavoro di molti 007 un inferno. Nel Sismi in cui lavora Ferraro non c’è posto per i liberi battitori, nessuno può correre da solo e gli amici sono il bene più prezioso. Poi, ogni tanto, esplode un bubbone che rimescola le carte. Quello che scoppia mentre Ferraro è in attività riguarda una gestione a dir poco opaca dei fondi finanziari, ma anche una brutta storia di tangenti.

Se al principio degli anni Novanta è salito all’onore delle cronache il cosiddetto Sisdegate, lo scandalo dell’utilizzo dei fondi neri del servizio segreto civile per scopi privati da parte di alcuni dirigenti, il Sismi non è stato da meno. Semplicemente i militari sono stati più bravi a nascondere la polvere, anche quella mediatica, sotto il tappeto. Una polvere che però si alza non appena ci si addentra nell’inchiesta sulla morte di Ferraro.

Al centro di una vicenda dai contorni torbidi, alcune commesse milionarie che riguardano strumentazione tecnologica e i relativi fornitori. Negli ambienti interni del Sismi, sin dalla prima metà degli anni Ottanta iniziano a circolare delle voci. Alcuni dirigenti di alto livello, infatti, avrebbero messo in piedi un sistema che si regge sul ricatto, obbligando i direttori di alcune aziende a pagare una tangente per aggiudicarsi le gare di appalto e diventare – o restare – fornitori dei servizi segreti. I nomi che nei circuiti interni al Sismi cominciano a vorticare per i corridoi e le segrete stanze sono due: Tindaro Italiano e Vincenzo Dell’Elce, rispettivamente colonnello e generale, che a metà degli anni Ottanta dirigevano la V Divisione del Sismi, quella che si occupava di intercettazioni e apparecchiature elettroniche.

Le indagini di “Fabio”

Agosto 1982. Il manager Francesco Del Vasto si gode un po’ di meritato riposo. Lavora per un’azienda che si occupa di costruire strumentazione elettronica, la Sistrel, il cui amministratore delegato, l’italo-americano John Marcello Tiso, è supervisore dell’ufficio acquisti di Elettronica Spa. Un settore strategico, che porta Del Vasto ad avere rapporti commerciali soprattutto – se non quasi in esclusiva – con le “barbe finte”. Proprio al Sismi, infatti, Del Vasto fornisce furgoni adattati per le intercettazioni, apparecchiature ottiche e televisive di registrazione all’epoca molto all’avanguardia. Quando viene contattato, la telefonata arriva da Forte Braschi, sede del servizio segreto militare. Viene convocato d’urgenza per un non meglio specificato “problema di consegne”.

Di malavoglia, Del Vasto lascia la famiglia e torna nella Capitale. Una volta negli uffici dei servizi, gli viene presentato Fabio, che senza preamboli gli comincia a fare domande sul colonnello Tindaro Italiano e sulle richieste di denaro che gli avrebbe fatto. Del Vasto capisce subito che “Fabio” è molto ben informato, tuttavia decide di negare. D’altra parte nell’ambiente dei servizi non si sa mai bene da chi guardarsi le spalle, meglio fare il pesce in barile.

Anni dopo, siamo tra il 1988 e il 1989, Fabio torna a farsi vivo. Del Vasto ora è direttore di un’altra azienda, la Tecnost. I due stringono un rapporto che si potrebbe definire di amicizia e lo 007, che si occupa di contrasto al traffico illecito di materiale elettronico proprio in seno alla V Divisione del Sismi, coinvolge Del Vasto in alcuni sopralluoghi presso l’aeroporto di Fiumicino, dove – in un’occasione – rinvengono in un magazzino doganale delle valige nere con all’interno dei computer obsoleti, che dentro nascondono delle componenti elettroniche non esportabili. In quell’occasione, Del Vasto chiede a Fabio se intenda fare rapporto ai suoi superiori, ma l’uomo dice di no: “se faccio una cosa del genere, mi trasferiscono”.

Il pallino delle intercettazioni

Probabilmente è superfluo dirlo, ma Fabio altri non era se non Mario Ferraro. Questo episodio al magazzino della dogana di Fiumicino viene riportato da Del Vasto il 30 ottobre 1995, quando quest’ultimo viene sentito dal magistrato Nello Rossi in merito alla morte dello 007, avvenuta non più tardi di tre mesi prima. Ma in realtà, quello che realmente ci interessa di questo rapporto tra un civile e un agente segreto è quel primo incontro a Forte Braschi nel 1982. All’epoca Ferraro era fresco di assunzione al Sismi, dove era entrato solo due anni prima. Eppure già si trovava a svolgere un ruolo non certo facile: quello di indagare sui propri colleghi. Spia tra le spie, verrebbe da dire. E che prendesse molto sul serio il suo ruolo lo dimostra un fatto.

Ferraro viene ricordato da tutti – colleghi e famigliari – come un grande appassionato di strumentazione elettronica e all’avanguardia. Una passione che lo porta a interessarsi in particolare di sistemi di intercettazione e microspie. Una passione che in certi ambienti può diventare pericolosa.

Quando le forze dell’ordine entrano nell’appartamento in via della Grande Muraglia, a Roma, dove Mario Ferraro è stato trovato impiccato ad un portasciugamani il 16 luglio 1995, trovano diverse cose interessanti. Tra queste, una serie di cassette con delle intercettazioni che lo 007 conservava irritualmente. Se ne occupa la Digos, che in un documento del 24 ottobre 1995 redige la lista degli intercettati: si tratta – tranne un caso – di colleghi, tra cui Tindaro Italiano e Vincenzo Dell’Elce. Un altro collega ad essere intercettato è Roberto Marrocco, nel 1995 vice direttore della I Divisione del Sismi, la stessa Divisione in cui è confluito Ferraro.

La registrazione risale ad almeno un decennio prima, proprio quando Ferraro stava indagando sui colleghi infedeli. In quella veste di insider aveva preso contatti con Marrocco, che prima di lui aveva lavorato sul giro di tangenti insieme al generale Pasquale Notarnicola. Marrocco si era messo a disposizione e aveva presentato a Ferraro un imprenditore che poteva raccontare il metodo con cui veniva taglieggiato da Italiano e Dell’Elce. Durante un incontro avvenuto in un ristorante, Ferraro, senza dire nulla al collega, aveva registrato tutto. “Escludo di aver saputo che Ferraro stava registrando il colloquio – dice Marrocco il 6 novembre 1995 al magistrato Nello Rossi – non so come abbia potuto essere conservato a casa un nastro di questo tipo“.

E a ulteriore conferma di questo “vizio” professionale di Ferraro, le parole – piuttosto caustiche e vagamente enigmatiche – di un suo superiore con il quale i rapporti non erano mai stati idilliaci: Bruno Boccassin, che era stato suo superiore, in qualità di capo Divisione DSI, tra il 1985 e il 1986. Sentito da Nello Rossi il 15 novembre 1995, Boccassin dice: “è indubbio che Ferraro amasse servirsi di registratori”, e poi aggiunge “non ricordo di altre registrazioni significative effettuate da Ferraro”. Un’affermazione che ha il sapore del messaggio rivolto a qualcuno.

Bye bye Beirut

Ma fermiamoci un attimo sul rapporto tra Ferraro e Boccassin, perché racconta molto del clima teso in cui lo 007 trovato impiccato si è sempre trovato a lavorare. Tra i due non è mai corso buon sangue, a dir poco. Ne parla lo stesso Boccassin di fronte al magistrato Nello Rossi e agli uomini della Digos, che indagano per fare luce sui risvolti di quella misteriosa morte.

Boccassin, superiore di Ferrarro presso la Direzione Sicurezza Interna [DSI], viene sentito in due occasioni: il 15 e il 23 novembre 1995. Quello che traccia, è il profilo di un agente segreto incostante nei risultati ottenuti: “[Ferraro] è stato allontanato dalla DSI per la conduzione a mio avviso inadeguata e superficiale delle indagini sul capo centro Sismi di Cagliari”. In questo contesto, Boccassin fa una panoramica delle operazioni portate a termine da Ferraro all’interno della DSI, che portarono all’allontanamento o trasferimento di molti 007 macchiatisi di illeciti vari all’interno del servizio. Poi arriva al cuore – almeno apparentemente – dei problemi con il suo sottoposto: una trasferta a Beirut, capitale del Libano, che Ferraro visse come un vero e proprio trauma.

“Ferraro – afferma Boccassin – è stato inviato a Beirut con la prospettiva di farlo lavorare all’estero prima temporaneamente e poi – a prova superata – definitivamente, essendo vacante il posto di vice capo centro a Beirut; e ciò perché io avevo saputo della malattia della figlia e della sua esigenza di più ampie disponibilità economiche”. Un nobile intento, stando alle sue parole. Tuttavia, Ferraro non l’aveva presa bene e aveva scritto una lettera di rimostranze che, all’interno della Divisione, lessero in molti, in particolare il direttore, il generale Rosa: “Credo che la prima parte della lettera di Ferraro di protesta per l’invio a Beirut – commenta Boccassin – sia stata scritta per dimostrare la mia ostilità nei suoi confronti e per indurre il Gen. Rosa a revocare l’allontanamento di Conforti, Rossi e Ferraro dalla DSI da me proposto”.

Ricapitolando: Boccassin propone a Ferraro di prendere il posto di vice capo centro a Beirut per consentirgli di guadagnare di più in un momento delicato della sua vita personale. Nel frattempo, Ferraro scrive una lettera di rimostranze che lo stesso Boccassin ritiene ispirata dal fatto che aveva proposto l’allontanamento dalla DSI di lui e altri due colleghi. Ma quindi lo voleva promuovere o lo voleva cacciare? Qualche dettaglio in più ci arriva dalle parole dei colleghi di Fabio/Ferraro.

Operazione Lima

Prima di Boccassin, il 20 agosto, a poco più di un mese dal ritrovamento del cadavere di Ferraro, dagli investigatori viene sentito Alessandro Conforti, tenente colonnello dei carabinieri, in forza al Sismi dal 1978 al 1992 e collega diretto di Mario Ferraro tra il 1980 e il 1986. L’uomo parla della sua breve permanenza, insieme a Ferraro e a Gianmichele Rossi, nella DSI guidata da Boccassin. Breve perché, a suo dire, loro tre erano contrari a quelli che “a nostro avviso non erano [compiti] suoi [della DSI, nda], come ad esempio fornire a paesi stranieri apparati radio e assistenza tecnica, ricordo ad esempio l’operazione Lima relativa al Perù”. Operazione Lima cui, tra gli altri, partecipò un altro 007 dal destino tragico: Vincenzo Li Causi. Un’operazione da sempre molto discussa, voluta direttamente dall’allora Presidente del Consiglio Bettino Craxi.

Sarebbe questo il motivo – secondo Conforti – che avrebbe determinato, prima dell’allontanamento, la decisione di spedire Ferraro a Beirut. Insomma, una versione ben diversa da quella resa da Boccassin. Conforti, di fronte al magistrato, riferisce un colloquio avuto con l’ex superiore: “Nel corso del colloquio Boccassin disse […], riferendosi a Ferraro “Così’ in mezzo alle bombe speriamo…” ed io intesi che il senso della frase era che lui si augurava che Ferraro riportasse dei danni a Beirut”. [Per inciso, Ferraro si recherà a Beirut in missione, ma non prenderà mai il posto di vice capo Centro, nda].

A Conforti viene poi fatta una domanda, a cui l’uomo risponde: “Credo che il Gruner conoscesse la Viali solo di vista, come noi altri del centro di viale Pasteur”. E qui bisogna introdurre nuovamente due personaggi di cui si è già parlato nel precedente articolo: Eugenio Gruner e Maria Antonietta Viali.

Gruner e la Viali si conoscevano?

Bruno Boccassin non è l’unico superiore con cui Mario Ferraro abbia avuto dei problemi. Una volta allontanato dalla DSI, infatti, Ferraro approda all’VIII Divisione, quella i cui uffici sono in viale Pasteur, zona Eur, il cui dirigente è Eugenio Gruner. L’uomo – che anni dopo sarà ascoltato in Commissione d’inchiesta anche in relazione all’uccisione di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin – racconta di come i rapporti con il sottoposto siano degenerati a causa della relazione intrattenuta da Ferraro con “Antonella” Viali, che lavorava in un ufficio al piano superiore rispetto ai locali del Sismi. Un rapporto tenuto nascosto da Ferraro, fresco di separazione dalla moglie e con il peso di un lutto enorme sulle spalle, essendo da poco morta una delle sue figlie.

L’aver taciuto al proprio superiore di questo rapporto, intrattenuto peraltro con una donna impiegata in un ufficio di cui non si capisce bene la funzione, legato forse al Vaticano, comporta un abbassamento delle sue note caratteristiche, che tuttavia – con grande sorpresa dello stesso Gruner – non inficeranno la carriera di Ferraro, che poi passerà alla I Divisione.

Il 15 gennaio 1996 Eugenio Gruner viene sentito dal magistrato e dagli uomini della Digos. Tra le tante cose che gli vengono chieste, si nota un interesse particolare rispetto a quella che è la sua conoscenza diretta della compagna di Ferraro, Maria Antonietta Viali. Gruner però dice: “Credo di aver visto la Viali in tutto un paio di volte in vita mia, la prima volta da sola, con un cane, sul marciapiede coperto che porta alla scala dove era ubicato l’ufficio di viale Pasteur e la seconda volta (quando ormai sia lei che Ferraro avevano lasciato viale Pasteur) nei pressi del Colosseo insieme a Mario. In questi due incontri, neppure accompagnati da colloqui, sono consistiti tutti i miei rapporti con la Viali”.

Maria Antonietta Viali.

Verso la fine del verbale, quando gli viene chiesto dove abbia svolto la sua carriera precedentemente all’ingresso nei servizi, Gruner afferma di aver lavorato come ufficiale della GdF in diverse città e per ultima nomina Terni, in Umbria. Subito dopo risponde a una domanda: “Escludo di aver mai conosciuto la Viali a Terni. Chiesi indicazioni sulla donna a persone di Terni, ma non la conoscevano”. Perché questa insistenza? Forse a causa di alcune informazioni in mano agli investigatori già dal luglio precedente.

Risale infatti al 31 luglio, due settimane dopo la morte di Ferraro, un appunto redatto dalla Digos dove si riportano le confidenze ricevute da un operatore del Sismi non meglio identificato. Ne riportiamo uno stralcio: “Nel 1990 il Maggiore Mario Ferraro era in servizio presso l’VIII Divisione Sismi alle dipendenze di GRUNER Eugenio, amico della signora Maria Antonietta Viali“. Ma non basta: il 23 novembre 1995 è Bruno Boccassin a lanciare un sasso. Si tratta di uno spunto dato in pasto al magistrato in modo enigmatico, come a voler sottintendere qualcosa. Leggiamo cosa dice: “Vi è stata una coincidenza di cui ho sentito parlare in conversazioni a margine del lavoro d’ufficio: Gruner era ufficiale della Guardia di Finanza in una città (la stessa ove abitava la Viali) [Terni, dna], poi Gruner è stato trasferito a Roma e così anche la Viali anche se non so dire con precisione in quale periodo ciò sia avvenuto. Quest’ultima ha cominciato a lavorare all’Eur in Viale Pasteur. Il centro del Sismi, successivamente all’assunzione della direzione da parte di Gruner, è stato trasferito in Viale Pasteur”.

Boccassin sembra voler intendere una stretta vicinanza tra Gruner e la Viali, la quale sarebbe stata “trasferita”, quasi fosse lei stessa una collega 007. Purtroppo questo spunto cade nel vuoto, o almeno non risulta che il magistrato abbia voluto approfondire con lui questo argomento. Né sembra che gli inquirenti abbiano ulteriormente insistito con Gruner, che appunto verrà sentito nel gennaio 1996, su questa presunta conoscenza pregressa. Tante domande, certo, ma non troppo incalzanti. Probabilmente – ma è solo un’ipotesi – il magistrato riteneva quello spunto inconsistente, frutto dei veleni interni al Sismi. Quegli stessi veleni in cui Mario Ferraro ha sguazzato per buona parte della sua carriera e i cui vapori, alla fine, l’hanno ucciso.

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  • Nasce a Roma. Editor e agente letterario, collabora dal 2015 con alcune tra le principali realtà editoriali italiane. Già collaboratore e inviato per AISE (Agenzia internazionale stampa estera), dal 2021 al 2023 collabora con il Giornale.it occupandosi di inchieste, nel 2024 è stato redattore di InsideOver. È l'ideatore del format di informazione indipendete DarkSide - Storia Segreta d'Italia e presidente dell'Associazione Culturale DarkSide.

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