Nel settembre 1975 Rosaria Lopez e Donatella Colasanti furono vittime di sevizie e violenze in una villa sul promontorio del Circeo. Una morì, l’altra sopravvisse fingendosi morta. Cinquant’anni dopo ripercorriamo un caso che cambiò la percezione della violenza di genere e che segnò per sempre la cronaca nera italiana…

Gli artefici del massacro. Da sinistra: Angelo Izzo, Gianni Guido e Andrea Ghira.
Via Pola, 30 settembre 1975
Sono le ventitré del 30 settembre 1975 e c’è ancora aria d’estate in via Pola, strada alberata borghese e discreta che serpeggia verso il quartiere Trieste dalla via Nomentana.
Tra il silenzio e le ultime cicale stagionali, c’è una signora al primo piano che dorme con le finestre aperte. Quella notte però non riesce proprio a prendere sonno, perché sente dei rumori strani provenire dalla strada, dei lamenti sordi che sembrano quasi gemiti di dolore. Pensa a un gatto, ma i lamenti si fanno sempre più strazianti e insopportabili. “Va’ a controllare un attimo qui sotto ” dice al figlio, che ha un passato nei Carabinieri.
Sotto casa, al numero 5 di via Pola, c’è parcheggiata una Fiat 127 di colore bianco. Dal cofano posteriore scende un rivolo di sangue. Viene allertata una gazzella dell’Arma, e con loro arriva contemporaneamente un fotoreporter del Tempo, lì presente al momento dell’apertura del bagagliaio. Nella macchina ci sono due corpi ammassati e seminudi. I flash del fotografo immortalano una scena destinata a restare nella memoria collettiva italiana. Dal cofano della 127 emergono due occhi stralunati contornati da un mare di capelli crespi e intrisi di sangue.

Donatella Colasanti, la ragazza scampata al massacro.
La sopravvissuta è Donatella Colasanti, 17 anni, il suo corpo martoriato ha subito 36 ore di sevizie furiose da parte di un gruppo di ragazzi che aveva conosciuto pochi giorni prima.
Nel portabagagli c’è anche il cadavere della sua amica, Rosaria Lopez, 19 anni.
Dalla targa i carabinieri risalgono immediatamente al proprietario, è identificato come Raffaele Guido, alto funzionario di banca, abita nella strada parallela a via Pola. Il figlio è Gianni, ha 22 anni e studia Economia, le forze dell’ordine della zona conoscono bene lui e i suoi amici.
Grazie alle dichiarazioni della Colasanti, Gianni Guido viene arrestato in poche ore insieme al suo amico Angelo Izzo, 20 anni. Il terzo componente del gruppo invece, il proprietario della villa del Circeo, teatro del massacro, si dà alla fuga. Si chiama Andrea Ghira, e ha 20 anni.
I violenti di Roma bene

“I violenti di Roma bene” è un film italiano del 1976 ispirato dal massacro del Circeo.
“Nomi smaltati, da prima fila”, così il Messaggero commenta nei giorni seguenti il gruppo di arrestati.
Il nome di Ghira ricorre spesso nei dossier delle violenze fasciste dell’epoca. Figlio di Aldo, noto industriale ed ex olimpionico di pallanuoto alle Olimpiadi del ’48, il neofascista abita nei pressi di Villa Torlonia nel palazzo di proprietà della madre, la nobildonna triestina Maria Cecilia Angelini Rota. Più che il “fascino discreto della borghesia”, il giovane Ghira subisce quello della mala, e all’epoca del delitto ha già sulla fedina penale tra i vari reati una rapina aggravata, lesioni personali, porto abusivo di armi, e un furto aggravato.
“Inguaiati nei jeans a vita alta”, così un giornale dell’epoca descriveva i “pariolini”: “gli stivaletti a punta sempre lucidi, la camicia Oxford su misura, gli occhiali Ray-Ban sulla fronte, il maglioncino di cachemire acquistato allo spaccio del Vaticano esentasse, arrivano ogni giorno a cavallo di maxi moto o Dune Baggy”.
I ritrovi di Ghira e dei suoi amici sono sempre gli stessi da anni, i due bar di Piazza Euclide, nel cuore dei Parioli, il bar Tortuga davanti al liceo Giulio Cesare, e la gelateria di Piazzale delle Muse.
Proprio tra quei luoghi e tra i banchi del San Leone Magno, Andrea si era legato morbosamente ad Angelo Izzo e Gianni Guido, stesso amore per la violenza, per le armi, per la retorica classista.
I tre dividono il mondo in categorie parakantiane: i dominatori, i poveri cristi, i pidocchiosi.
Angelo Izzo, figlio di un ingegnere e forse il meno facoltoso del terzetto, è considerato l’ideologo del gruppo, cita Nietzsche e Celine, vuole combattere la “barbarie del materialismo marxista”.
Nome conosciuto dalla magistratura che lo aveva condannato pochi mesi prima a due anni di reclusione, Izzo proviene dalla stessa “buona” borghesia romana: uno psichiatra su richiesta del padre gli ha diagnosticato una nevrosi maniaco depressiva, e un’alterazione della sessualità dovuta a una circoncisione tardiva.
Gianni Guido, considerato dagli insegnanti “timido ed educato”, pare subire maggiormente l’influenza degli altri due camerati.
Da un altro mondo e dal lato opposto della città, Montagnola e Cecchignola, arrivano le due vittime, Rosaria Lopez e Donatella Colasanti.
Rosaria, ultima di otto figli, non ha certo avuto una vita facile. Il padre molto anziano, emigrato dalla Sicilia quarant’anni prima e la madre con disturbi mentali, una famiglia dignitosa ma ristretta in un seminterrato.
Donatella viene da una famiglia più tranquilla e piccolo borghese, scorrazza per la Montagnola con il motorino portando spesso Rosaria, e sogna forse di elevarsi socialmente, ambisce a qualcosa di meglio di quella che all’epoca era considerata una borgata.
L’incontro tra quei due mondi così diversi avviene in modo del tutto casuale: venerdì 26 settembre le due amiche in zona Cristoforo Colombo incontrano un ragazzo fuori da un cinema dopo avergli chiesto un passaggio (nel post sessantotto l’universo giovanile era un mondo a sé, la fiducia faceva muro contro l’universo degli adulti). Da lì, il passo successivo è incontrarsi il giorno dopo al vicino Fungo dell’Eur, dove fanno conoscenza con gli altri amici della comitiva neofascista. Quei tipi gli sembrano puliti, ben vestiti, usciti da un fotoromanzo. Per lunedì 29 le due hanno già un invito ufficiale per una gita pomeridiana in una villa di Lavinio dove si terrà una festicciola innocente; Rosaria e Donatella accettano, ma a patto di tornare per l’ora di cena.
La villa degli orrori

La villa di proprietà della famiglia di Ghira nel parco nazionale del Circeo.
Il gruppo però non arriverà mai a Lavinio. Izzo e Guido infatti tirano fuori delle scuse e temporeggiando portano Rosaria e Donatella ben più a sud, nel parco nazionale del Circeo, in via della Vasca Moresca, dove arriveranno poco prima delle 19.00. Sulla montagna laziale che domina il Tirreno c’è una villa di tre piani arroccata tra le strade sterrate e la fittissima vegetazione, è la casa della famiglia Ghira.
Appena entrati in casa i due ragazzi, a detta di Donatella, “ce disprezzavano, ma lì per lì non erano cattivi”. Incominciano mettendo musica, Wagner e Beethoven, provano a coinvolgere le due malcapitate in un ballo inizialmente innocente. Poi gettano la maschera di bravi ragazzi, ci “provano” pesantemente, iniziano a provocare, alzano le mani alla prima resistenza delle due.
Quello che poi è successo all’interno della villa nelle seguenti trentasei ore è tristemente noto e va sintetizzato per non entrare troppo nei dettagli morbosi: Donatella e Rosaria vengono spogliate, minacciate con la pistola e chiuse nel bagno per ore, fino alla mattina dopo.
Durante il giorno arriva Ghira, dice di chiamarsi Jacques, e di appartenere alla banda dei Marsigliesi. Riunitosi il terzetto di pariolini, la violenza diventa furiosa, crescente: le due vengono dapprima sedate, portate in stanze diverse e picchiate selvaggiamente. Rosaria resiste con orgoglio, ma viene brutalizzata e torturata. Per piegarne la volontà, verrà tenuta talmente a lungo con la testa nell’acqua della vasca che morirà affogata. Donatella, colpita a sprangate, trascinata nuda per casa con un collare, avrà l’astuzia disperata di fingersi morta e la forza di recitare anche quando verrà presa a calci dal terzetto per sincerarsi se fosse morta o meno.
Il sistema più ovvio per sbarazzarsi delle due è quello classico visto tante volte al cinema e in televisione, metterle tra plaid e sacchi di plastica nell’angusto spazio posteriore della 127.
Prima viene sistemata Donatella, poi Rosaria. La ragazza ancora viva sente gli aguzzini commentare: “Guarda come dormono bene queste due morte”.
Il ritrovamento del corpo, come detto, è casuale. Guido e Izzo parcheggiano la macchina in via Pola e vanno a mangiare una pizza, con l’intenzione di liberarsi dei cadaveri il giorno dopo.
La vicenda giudiziaria

Donatella Colasanti.
Nel processo che si apre a Latina, l’aula è gremita di giovani ragazze e di associazioni femministe, tutte partecipi di un’occasione storica, per chiedere alla Giustizia una svolta nelle leggi e nel costume, nell’ideologia allora dominante per la quale lo stupro era sì reato, ma solo “morale” e non contro la persona. Solo vent’anni dopo, nel 1996, la violenza sessuale verrà finalmente riclassificata dal codice penale.
Il primo processo dice ergastolo per tutti, anche se Ghira è ancora latitante.
Nel processo d’appello, con l’Italia del 1980 già avviata verso un processo di restaurazione, c’è il timore che le perizie psichiatriche possano ridurre le pene inflitte. Ma anche in appello la magistratura è severa: carcere a vita per Izzo e Ghira. Gianni Guido, pentito ed incensurato offre 100 milioni alla famiglia di Rosaria che accetta, e dall’ergastolo passa a 28 anni di reclusione. Donatella, che respinge ogni forma di risarcimento offerta dalla controparte per rinunciare a costituirsi parte civile, è presente a tutte le udienze, testimone incrollabile e protesta vivente contro una tradizione di oppressione.
Izzo e Guido evaderanno poi dal carcere: Guido arrestato in Sudamerica tornerà in cella nel 1994 e uscirà definitivamente nel 2009.
Angelo Izzo verrà messo in semilibertà nel 2004 e l’anno successivo tornerà clamorosamente sulle prime pagine come autore di un duplice omicidio nei confronti di due donne in Molise: Maria Carmela Linciano e Antonietta Maiorano, rispettivamente moglie e figlia di un componente della Sacra Corona Unita, suo compagno di carcere.
Andrea Ghira invece non verrà mai arrestato: dopo vari avvistamenti nel corso degli anni, cambierà nome in Massimo Testa De Andres, arruolandosi nella legione straniera spagnola in Marocco, dove morirà di overdose a 40 anni, nella città di Melilla.
Donatella Colasanti, dopo aver dedicato gran parte della sua vita a lottare per ottenere giustizia, muore nel 2005 a soli 47 anni per un tumore al seno.




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