Mattei, Carlos, Kennedy: sangue e petrolio

Scritto da: Marcello Altamura
27 Ottobre 2024

C’è un filo nero che lega gli omicidi di Enrico Mattei e John Kennedy, avvenuti a un anno di distanza l’uno dall’altro, e il boss mafioso italo-americano Carlos Marcello. Una storia di soldi e intrighi, una storia nera come il petrolio e rossa come il sangue.

Enrico Mattei scende dall’aeroplano Morane-Saulnier.

C’è un filo nero che annoda l’assassinio di Enrico Mattei, presidente dell’Eni, morto nello schianto del suo aereo personale a Bascapè (Pavia) il 27 ottobre 1962, al boss mafioso italo-americano Carlos Marcello e all’omicidio di John Kennedy, avvenuto a Dallas poco più di un anno dopo, il 22 novembre 1963. Un filo nero perché sporco di una sostanza che, ancora oggi, determina i destini del mondo: il petrolio.

Per srotolare questo filo, bisogna partire dall’attività di Mattei, ex partigiano bianco cattolico, uomo geniale ma anche spregiudicato, forse il primo capitano d’industria italiano a usare la politica, uso sintetizzato da una sua celebre frase: “i partiti sono come dei taxi: pago la corsa e scendo”. Mattei era però lui stesso un politico, non tanto in ambito nazionale quanto in ambito estero. La sua politica energetica, armonizzata e appoggiata dal primo centro-sinistra guidato da Aldo Moro (anche lui verrà eliminato dalla scena politica…), è ambiziosa: stringere accordi con i paesi produttori per rifornirsi direttamente bypassando le grandi compagnie, soprattutto petrolifere.

I resti dell’aeroplano Morane-Saulnier sul quale si trovava Enrico Mattei la sera del 27 ottobre 1962

Guerra alle Sette Sorelle

Una politica rivoluzionaria e scomoda soprattutto per gli americani e gli inglesi. I primi erano impegnati a difendere il cartello delle grandi compagnie petrolifere, le cosiddette Sette Sorelle, che avevano una sorta di monopolio sul greggio, mentre i secondi, oltre a curare gli interessi delle loro compagnie, non vedevano di buon occhio il sostegno finanziario che l’Eni di Mattei forniva ai paesi africani, incoraggiando e favorendo le spinte anti-colonialiste. Il cruccio più grande, però, era degli americani, preoccupati che l’Italia, attraverso Mattei, potesse diventare una pedina della strategia di penetrazione sovietica proprio nel Terzo Mondo. Una preoccupazione che diventò terrore quando, a partire dal 1958, Mattei fece accordi con l’industria petrolifera sovietica concludendo un importante contratto di importazione di petrolio pagando con materiali di produzione italiana.

La distensione di JFK

Quando alla Casa Bianca arriva John Fitzgerald Kennedy, che anche per rapporti elettorali non vede di buon occhio le Sette Sorelle (il Texas, la patria del petrolio made in Usa, aveva sostenuto Richard Nixon e proprio a Dallas, in Texas, JFK verrà assassinato), c’è un avvicinamento a Mattei. Documenti desecretati del Dipartimento di Stato svelano che nel 1961 il presidente dell’Eni incontrò a Roma Averell W. Harriman, ambasciatore itinerante del presidente Kennedy, e nel 1962 il sottosegretario George Ball, incontro positivo che favori il desiderio di Kennedy di conoscere Mattei.

John F. Kennedy posa per una foto nel palazzo degli uffici del Senato a Washington, nel 1960.

Una ‘distensione’ politica che non cambiò però la considerazione negativa che di Mattei avevano le Sette Sorelle, anzi. Nel suo libro All’Agip con “Il Principale c’ero io, Giuseppe Accorinti, funzionario Eni dal 1956 al 1996, racconta un episodio significativo: “Nel mio ultimo incontro (con Mattei, nda), eravamo soli nel suo ufficio all’Eur nei primi giorni del settembre ‘62, circa un mese prima della sua tragica scomparsa, lui stesso mi parlo degli americani, dicendomi: stai attento agli americani! Non ti fidare degli americani”.

Un accordo pericoloso e il boss che veniva dalla Sicilia

Mattei, dunque, non si fidava degli americani. E nonostante i rapporti con l’amministrazione Kennedy fossero distesi, quelli con le Sette Sorelle erano pessimi. Anzi, a ridosso della morte di Mattei, stavano addirittura precipitando. Colpa dell’accordo che, all’inizio di novembre 1962, dunque circa una settimana dopo il suo assassinio, il presidente dell’Eni avrebbe dovuto firmare ad Algeri con il presidente Ben Bella. Un accordo per un gasdotto che avrebbe rifornito, attraverso la Sicilia, l’Italia, facendola diventare indipendente in fatto di politica energetica.

Ma cosa c’entra in questa storia di petrolio e politica il boss mafioso Carlos Marcello? Calogero Minacori, in arte Carlos Marcello, nato a Tunisi da una famiglia di immigrati siciliani di Ravanusa, a cavallo tra gli anni ’50 e ’60 è uno dei più potenti boss della mafia italo-americana, l’uomo di Cosa Nostra in Texas. Marcello ha un conto aperto con la famiglia Kennedy: come ministro della Giustizia Robert, fratello minore del presidente John, nel 1961, lo manda al confino in Guatemala e ingaggia una vera e propria battaglia per smantellare il suo impero mafioso. L’ipotesi, accreditata da molti studiosi dell’omicidio di JFK negli Stati Uniti, è che Marcello sia stato una sorta di ‘direttore d’orchestra’ dell’assassinio di Dallas.

Il boss Carlos Marcello davanti la Commissione McClellan (1959).

Una misteriosa fotografia

Mattei a Carlos si incrociano, però, prima del 1963. E a legarli c’è la storia di una misteriosa fotografia. Sarebbe stata scattata a Catania alla fine dell’ottobre 1962, dunque proprio nei giorni in cui l’aereo di Mattei, proprio nell’aeroporto della città etnea, sarebbe stato sabotato, per poi schiantarsi nel Pavese. Ma che ci faceva il boss Marcello a Catania? Era di passaggio in Sicilia, la sua terra, dopo aver preso parte a un incontro segreto a Tunisi, la città dov’era nato, organizzato dai potentati petroliferi americani. Dopo l’incontro il boss, che sarebbe stato accompagnato da un giovane Tano Badalamenti, ancora non asceso a rango di pezzo da novanta mafioso, proseguì per Algeri. Cioè la città in cui Mattei avrebbe dovuto recarsi una settimana dopo per siglare l’accordo energetico con Bella.

Annodiamo il filo nero: Mattei è inviso al cartello petrolifero texano, le Sette Sorelle, e va fermato prima che chiuda un accordo con un paese africano, l’Algeria. Come quello di Kennedy in Texas, il viaggio in Sicilia del presidente dell’Eni è un’opportunità troppo ghiotta. Chi si muove per organizzare l’attentato in Sicilia, non può fare a meno di rivolgersi a Cosa Nostra, almeno per assoldare gli esecutori materiali, un classico schema dell’omicidio politico per sviare le tracce dei veri mandanti.

La Libia e la bomba

Con Carlos Marcello che si trova a Catania almeno dal 24-25 ottobre 1962, l’operazione prende corpo. Il boss italo-americano è un ‘gancio’ perfetto per mettere in contatto i nemici di Mattei con la mafia siciliana che deve eseguire l’attentato. È molto probabilmente un mafioso (è stato ipotizzato che fosse il boss Giuseppe Di Cristina) che, in divisa da carabiniere e qualificandosi come “capitano Grillo”, ispeziona l’I-SNAP che deve riportare Mattei a Milano piazzando una bomba dietro al cruscotto dell’apparecchio – in una posizione che consentiva di posizionarla intervenendo dall’esterno dell’abitacolo – che si attivò durante la fase iniziale dell’atterraggio, perché era collegata ai comandi di azionamento del carrello.

Mattei, dunque, andava fermato per la sua politica energetica. Non solo l’accordo con l’Algeria: il presidente dell’Eni, infatti, stava stringendo un altro accordo per la fornitura di petrolio con la Libia. Lo scrive per la prima volta il settimanale Mondo D’Oggi, un settimanale ‘d’assalto’ che annovera tra i suoi giornalisti anche Mino Pecorelli, nel numero del 26 giugno 1968. Un incontro segreto, celato anche ai suoi collaboratori più stretti, che Mattei avrebbe avuto a Palermo con il vice-primo ministro libico. Una notizia che però, scrive ancora il settimanale, sarebbe trapelata negli ambienti politici che contano. Soprattutto, sarebbe arrivata anche ai ‘nemici’ americani del presidente dell’Eni. Che proprio come Kennedy, lascia sulla scena della sua morte, tracce nere. Tracce color petrolio.

©Riproduzione riservata

sostienici!

Con il tuo sostegno possiamo realizzare nuove inchieste, approfondimenti, eventi e garantirti un canale di informazione libero e indipendente.

sostienici ora!

Con il tuo sostegno possiamo realizzare nuove inchieste, approfondimenti, eventi e garantirti un canale di informazione libero e indipendente.

Autore

Autore

  • Nasce a Napoli. Ha scritto “Dodici Leoni” insieme a Franco Esposito nel 2015 per Absolutely Free poi “La Borsa di Moro” per Iuppiter Edizioni nel 2016. Nel 2017 è stata la volta de “L’anno del Grifo” per Absolutely Free e per la stessa casa editrice, nel 2018, “Le quattro vite di Mike”. Nel 2019 ha pubblicato “Il professore dei misteri” per Ponte alle Grazie e, per la stessa casa editrice, anche “La Casta è rimasta”, nonché, per Slalom Edizioni, “Bomber con i guanti”. Ha scritto, insieme ad altri autori, “Tutti in piedi per la Carpisa” per Graf Editore nel 2006 e “Totò sbanca” per Iuppiter Edizioni nel 2017. Dal 2019 cura, insieme a Gianluca Zanella, il format di approfondimento storico e politico DarkSide - Storia Segreta d’Italia.

condividi

tag dell’articolo

0 commenti

Invia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

0 commenti

Invia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *