Mentalismo e intelligence dietro la liberazione del Generale James Lee Dozier

Scritto da: Federico Carbone
13 Dicembre 2025

Un generale rapito dalle Brigate Rosse. Una sessione segretissima della CIA che tenta di localizzarlo usando la sola forza della mente. Un programma militare sul paranormale durato ventitre anni e poi cancellato dalla memoria ufficiale. Quando intelligence e chiaroveggenza si intrecciano, la storia smette di essere rassicurante e diventa profondamente inquietante…

James Lee Dozier con il presidente della Repubblica Italiana Sandro Pertini al termine del suo sequestro a opera delle Brigate Rosse. Nell’immagine anche la figlia e la moglie di Dozier.

A più di quarant’anni dalla sua desecretazione, un documento della CIA datato 1978 non è una semplice curiosità d’archivio. È una crepa nel muro del Segreto di Stato che, se osservata con la dovuta attenzione, squarcia la narrativa ufficiale.

La mente al servizio dell’intelligence

Non si parla, per una volta, di patti sporchi tra poliziotti, mafia e apparati deviati, la cronaca ordinaria che ha avvelenato la magistratura italiana fino agli anni Novanta. Qui il gioco è ben più tossico e destabilizzante: il governo degli Stati Uniti ha finanziato, per decenni, un programma di “visione remota” (remote viewing) capace, almeno nelle premesse, di permettere a soggetti scelti di “vedere” persone – e luoghi – eversive a migliaia di chilometri di distanza. Senza un satellite. Senza un infiltrato. Solo con la forza della mente.

Non è fuffa per riviste di ufologia da bancarella. È un programma ufficiale, con budget allocati dalla CIA, dalle agenzie di difesa militare e dall’Esercito. Un progetto che ha inghiottito risorse e tempo per ventitré anni, fino al 1995, coinvolgendo decine di “psichici” e producendo migliaia di sessioni documentate.

Missione Dozier: segretissima

Il capitolo più inquietante di questa storia porta il numero 849 e la data del 20 gennaio 1982. Tre giorni dopo — il 23 gennaio — l’Italia e il mondo celebravano la liberazione del Brigadiere Generale James Lee Dozier. L’ufficiale americano era stato sequestrato dalle Brigate Rosse il 17 dicembre 1981, nella sua abitazione di Verona, e fu tirato fuori dal covo dai NOCS della polizia di Stato, con il supporto dell’Intelligence Support Activity americana.

Ma c’è un dettaglio che i manuali di storia, troppo spesso complici, hanno scelto di saltare a piè pari: quella sessione di remote viewing del gennaio 1982 — classificata come segretissima, con l’avviso perentorio “NOT RELEASABLE TO FOREIGN NATIONALS” — era stata convocata con l’unico scopo di individuare il covo dove Dozier era tenuto segregato.

La geometria dell’impossibile

Qui è bene che a parlare sia la burocrazia, l’unica capace di rendere credibile l’incredibile. Il documento declassificato, fascicolo RDP96-00788R, è un capolavoro di ambiguità amministrativa. La sessione inizia alle 09.00 in punto. Una voce, il numero 72, impartisce il compito al remote viewer, il numero 06: “Our target for today is the individual in the photograph, Brigadier General James Dozier. Concentrate, concentrate, concentrate. Where is Brigadier General Dozier located.”

Concentrate, concentrate, concentrate. La tripla ossessiva, come se la parola potesse forare la materia e lo spazio. Come se la mente umana, dopo un training militare, potesse davvero scollegarsi dal corpo e percepire realtà fisiche a migliaia di chilometri di distanza.

Ciò che segue è una cascata di impressioni e dettagli agghiaccianti:

  • Una montagna.
  • Un lago dalla forma anomala, “shaped like a squash shape”, a forma di zucca.
  • Una struttura posizionata in collina, con finestre a tutta altezza, “ceiling to floor windows”, forse di proprietà di un accademico.
  • La neve. Una costante sensazione di ghiaccio lucido e scuro (“ice”).
  • Un’antenna, “in stile militare”, con cinque pali in schema quadrato.

E la localizzazione? Il viewer, con un’inquietante lucidità, si sofferma sul nordest della penisola. Descrive il bacino d’acqua con precisione geografica, identificandolo a posteriori con il Lago di Ghedina, in provincia di Belluno. Cita un nome di zona che “suona come Padua”, “un nome vecchio di circa 300 anni, che apparteneva a un cardinale”. Sbaglia — è Padoa, non Padua — ma la sua prossimità alla verità distrugge l’ipotesi della casualità. La casa del Generale è descritta: la struttura in vetro, l’ubicazione sulla riva del lago. E le persone: “three always, five now. All male” — tre permanenti, cinque presenti in quel momento.

Il buco nero dell’intelligence americana

È qui che il documento si fa abissale. Dove fu trovato Dozier? Gli atti del sequestro, le inchieste, i magistrati italiani hanno accertato che il Generale era detenuto in una cascina a Orzinuovi, nel padovano. A pochi chilometri dalla zona descritta dal “veggente” della CIA. Come poteva l’intelligence americana sapere dove cercare? Attraverso i canali ufficiali: satelliti, intercettazioni radio, la rete di spie umane, il prezioso supporto dei servizi italiani. Questa è la versione edulcorata.

Oppure — e qui la domanda rimane sospesa nel vuoto, maciullando ogni certezza — attraverso una capacità che la scienza ufficiale continua a bollare come ciarlataneria, ma che i servizi segreti americani hanno finanziato ossessivamente per ventitré anni? Il documento non lo dice. Non potrebbe dirlo. Se il fascicolo RDP96-00788R avesse esplicitamente collegato la liberazione di Dozier alla visione remota, avrebbe trasformato una “curiosità storica” in prova documentale di un fenomeno scientificamente impossibile.

Ecco perché i file del Programma Grill Flame — il nome in codice del progetto di remote viewing — sono rimasti al massimo livello di segretezza fino al 2017. Non perché fossero uno scherzo, ma perché la loro serietà avrebbe costretto il mondo accademico e l’opinione pubblica a riesaminare le fondamenta della scienza contemporanea.

La logica del depistaggio

Ciò che la maggior parte dei critici non ha mai compreso è che Grill Flame non era un freak show parapsicologico. Era un programma di ricerca con protocolli formali, con la consulenza dell’Università di Stanford, e finanziamenti blindati.

Nato nel 1972 come SCANATE presso lo Stanford Research Institute (SRI), il progetto fu compartimentalizzato nel 1978 e ribattezzato Grill Flame. L’INSCOM (Esercito) e la DIA (Defense Intelligence Agency) hanno centralizzato e gestito l’operazione. I numeri sono la vera accusa: secondo i registri declassificati, 227 psichici hanno condotto 26.000 sessioni di remote viewing. Ventiseimila volte lo Stato americano ha cercato di fare quello che la scienza nega.

E allora, funzionava? La valutazione finale del 1995 sentenziò che i risultati erano “statisticamente significativi ma operativamente insignificanti”. Tradotto dal burocratese: sì, c’era qualcosa di misurabile, di riproducibile, di anomalo rispetto alla probabilità casuale. Ma non era abbastanza preciso per giustificare il costo. Eppure, il programma non fu semplicemente chiuso. Fu cancellato. In primis dalla memoria istituzionale. I ricercatori furono epurati, i documenti sigillati. Nel 2017, la narrazione ufficiale fu: “Curiosità di laboratorio, senza valore reale.” Fine della storia.

Tranne per una cosa: nessuno ha mai spiegato come mai, se il programma non funzionava, la CIA lo abbia finanziato ininterrottamente per ventitré anni. Di fronte a una persistenza così maniacale e costosa, la conclusione di “curiosità” non regge, ma puzza di depistaggio istituzionale.

Le stesse persone…

Torniamo all’ultimo, gelido paragrafo della sessione 849. Quando il viewer 06 smette di localizzare e inizia a “sentire” dinamiche e presenze. E poi, il dettaglio più agghiacciante: una “very strong impression” che qualcosa di terribile stava per accadere: “Get an impression that there’s going to be some kind of, I don’t know, explosion or something by these same people. It’s… be like a car type bomb. It’s going to be on a military type installation, as well.”

Un’impressione. Un’autobomba. Su un’installazione militare.

La sessione è del 20 gennaio 1982. Dozier è liberato il 28 gennaio. E poi? Tra il 1980 e il 1993, l’Italia sarà dilaniata da autobombe: Capodichino (1980), la caserma Ederle di Vicenza (1984), le stragi di Milano, Roma, Firenze (1993). Nessuno ha mai osato collegare l’impressione del remote viewer della CIA a quegli eventi successivi, rivendicati da gruppi terroristici, crimine organizzato e servizi deviati. Forse perché ammettere un legame avrebbe fatto saltare non solo le Brigate Rosse, ma l’intero castello di carte delle verità ufficiali sulle stragi italiane.

La domanda finale

A questo punto, l’efficacia scientifica del remote viewing è l’ultimo dei problemi. La questione vera è un’altra: Il documento CIA sulla sessione 849 esiste. È lì. Chiunque può verificarne i dettagli geografici, i tempi, la corrispondenza con un sequestro risolto in Italia. Chiunque può notare come la descrizione del Lago di Ghedina con la forma “a zucca” sia una precisione che la casualità fatica a spiegare.

E chiunque dovrebbe farsi l’unica domanda che conta, quella che mette in crisi l’apparato: se la CIA aveva la capacità di localizzare il Generale Dozier attraverso la visione remota, come mai ha aspettato quarantadue giorni prima di fornire l’informazione ai servizi italiani?

La risposta, probabilmente, non la sapremo mai. Perché i file più importanti — quelli che spiegherebbero i tempi, i ritardi, le connivenze — sono ancora classificati. Sepolti negli archivi di Fort Meade.

Nel frattempo, noi continuiamo a nutrirci delle versioni ufficiali di una realtà che, evidentemente, è molto più complessa, e molto più spaventosa, di quanto ci viene raccontato. E come disse una volta chi di segreti di Stato se ne intendeva: qualcosa di marcio c’è. Non solo in Danimarca, ma nel nostro apparato statale. Nelle agenzie di intelligence che dovrebbero tutelarci, e che invece conducono esperimenti il cui scopo rimane avvolto dal mistero.

Il documento CIA è una prova. Davvero vogliamo conoscere la risposta?

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Autore

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  • Criminologo esperto in scienze forensi, criminologia investigativa e criminal profiling, pedagogia giuridica, psicopedagogia forense e valutazione della pericolosità sociale, scienze penalistiche, educatore socio-pedagogico e giornalista pubblicista, direttore di comunità.Profondo conoscitore delle trame italiane del periodo che va dalla fine degli anni Ottanta alla metà degli anni Novanta.Consulente della famiglia Mandolini.

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