Michele Profeta, il killer delle carte da gioco

Scritto da: Gianluca Zanella
24 Gennaio 2026

Un uomo distinto, educato, dalla parlantina sciolta e i modi raffinati. Amante del lusso, delle belle auto e dei vestiti su misura. In carcere venne soprannominato “il professore”. E in carcere ci era finito perché era diventato un serial killer…

Michele Profeta.

Una personalità complessa

Michele Profeta nasce a Palermo il 3 ottobre 1947, in una famiglia medio-borghese dalle grandi aspettative. Il padre è un impiegato, la madre una casalinga che ha pianificato per i suoi figli una vita di successo e benessere. Ma fin dall’infanzia, Michele vive all’ombra del fratello maggiore, Maurizio, il figlio modello che la madre preferisce e presenta come un esempio irraggiungibile. È l’inizio di una relazione conflittuale con la figura materna che segnerà tutta la sua esistenza, creando in lui quel complesso di inferiorità e quel “bisogno di grandiosità che lo accompagneranno per sempre.

Frequenta i primi anni delle elementari in una scuola pubblica, poi i genitori lo iscrivono alla Don Bosco, un istituto privato più prestigioso. Si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza, ma non completerà mai gli studi: il primo di una lunga serie di progetti incompiuti che costelleranno la sua vita. È già in questi anni che emergono i primi segnali di una personalità complessa, caratterizzata da grandi doti dialettiche e affabulatorie, ma anche da una tendenza a vivere al di sopra delle proprie possibilità, come se il lusso e l’apparenza potessero colmare il vuoto che sentiva dentro.

Un fallimento dietro l’altro

Il primo grande dolore arriva quando è costretto a lasciare Concetta, il suo primo amore, una ragazza di rango sociale inferiore che la madre giudica inadeguata. È una ferita che non si rimarginerà mai, l’ennesima dimostrazione che la sua vita non gli appartiene, che deve sempre piegarsi ai voleri degli altri. Poco dopo sposa Adriana, con la quale ha due figli maschi, ma la relazione finisce presto dopo la nascita del secondo bambino. È un altro fallimento, un’altra conferma che niente di quello che tocca riesce a durare.

Solo nel 1979 riesce finalmente a sposare Concetta Mordino, forse nella speranza di ricomporre almeno un pezzo della sua esistenza frantumata. Con lei ha altri due figli maschi, ma anche questo matrimonio è destinato a incrinarsi quando Michele scopre i diari segreti della moglie, rendendosi conto di non conoscerla veramente. È l’ennesima delusione per un uomo che cerca disperatamente autenticità in un mondo che gli sembra fatto solo di maschere e compromessi.

Negli anni Ottanta, Michele Profeta sembra finalmente aver trovato la sua strada. Lavora in una società immobiliare e la sua parlantina gli permette di chiudere molti contratti, guadagnando bene. Si occupa anche di pubbliche relazioni e organizzazione eventi a Palermo, settori che gli consentono di coltivare quella passione per i riflettori e l’apparenza che è parte integrante della sua personalità. Per qualche anno assaggia il sapore del successo, o almeno della sua illusione: le belle auto, i vestiti su misura, la vita agiata che aveva sempre sognato.

Ma anche questa fase dorata è destinata a finire. Un azzardo pubblicitario e alcune operazioni al limite della legalità lo portano a una condanna per falso in bilancio e truffa. La sua agenzia immobiliare fallisce e lui non può più esserne titolare. È il crollo di tutto quello che aveva costruito, il ritorno brutale alla realtà di un uomo che ha sempre vissuto al di sopra delle proprie possibilità. I debiti si accumulano, forse alimentati anche dalla sua passione per il gioco d’azzardo, e presto gli usurai di Palermo iniziano a bussare alla sua porta.

Gioco di maschere

Per sfuggire alle pressioni, negli anni Novanta è costretto a trasferirsi al Nord, in Veneto, lasciandosi alle spalle la Sicilia e tutti i suoi sogni di grandezza. Prova a reinventarsi come promotore finanziario, ma anche qui le fortune sono alterne. Si adatta a lavori saltuari, sempre più lontano da quel mondo di lusso e successo che aveva brevemente assaporato. Anche in Veneto arriva un altro fallimento: viene licenziato da un’agenzia immobiliare a causa dei suoi precedenti. Si ritrova sull’orlo del baratro, senza un impiego e con due famiglie da mantenere.

È in questo periodo che Profeta inizia a condurre quella doppia vita che caratterizzerà i suoi ultimi anni. Divide la sua esistenza tra Adria, dove risiede ufficialmente con la moglie Concetta e i due figli, e Mestre, dove vive con l’amante Antonia Gemmati. A entrambe le donne ha taciuto l’esistenza dell’altra relazione, costruendo attorno a sé una rete di bugie sempre più complessa. È l’ennesima dimostrazione della sua incapacità di affrontare la realtà, del suo bisogno di creare versioni alternative della propria vita che possano sostenere l’immagine di successo che vuole proiettare.

All’inizio del 2001, Michele Profeta è un uomo di cinquantatré anni che ha alle spalle una vita piena di fallimenti e rovesci di fortuna. La sua personalità complessa, caratterizzata da un’alta considerazione di sé non supportata dai successi reali, sta per esplodere in quello che gli psichiatri definiranno un delirio di onnipotenza. È in preda a questo stato mentale alterato che il 10 gennaio 2001 prende una decisione che cambierà per sempre la sua esistenza e quella delle sue future vittime.

Il piano e la follia

Quel giorno, seduto a un tavolo con un normografo professionale, scrive una lettera alla Questura di Milano che ricorda inquietantemente le missive del killer americano Zodiac. In quella lettera chiede 12 miliardi delle vecchie lire, equivalenti a oltre 15 milioni di euro odierni. Minaccia omicidi casuali in qualsiasi città italiana se non verrà pubblicato un annuncio specifico sul Corriere della Sera: una delirante richiesta di lavoro, con riferimento a un “tornitore specializzato con dodici anni di esperienza”, e un numero di cellulare per i contatti. È l’inizio di un piano criminale che rivela tutta la sua megalomania: vuole sfidare lo Stato, mettersi al centro dell’attenzione mediatica, dimostrare di essere più intelligente di tutti.

Il 15 gennaio l’annuncio e il numero di cellulare vengono effettivamente pubblicati, ma le chiamate ricevute sono solo da persone realmente interessate al lavoro. Michele Profeta non ottiene quello che vuole: non i soldi, non l’attenzione, non la dimostrazione della sua superiorità. È l’ennesima delusione per un uomo che ha fatto del fallimento la cifra della sua esistenza. Ma stavolta è diverso: stavolta non si arrenderà.

Il 29 gennaio 2001, alle ore 20:45, Pierpaolo Lissandron, un tassista di 41 anni, sta lavorando nella sua vettura a Padova quando un cliente gli si avvicina. È un uomo distinto, ben vestito, che chiede una corsa. Lissandron non può immaginare che quello sarà il suo ultimo viaggio. Durante il tragitto, l’uomo estrae una pistola Iver Johnson calibro .32 e gli spara un colpo alla nuca. Il tassista muore poco dopo in ospedale, mentre il suo assassino si allontana nella notte lasciando dietro di sé il portafoglio della vittima: non è una rapina, è qualcosa di molto più inquietante.

Il “Joker”

Il 1° febbraio Profeta invia una seconda lettera alla Questura di Milano per rivendicare l’omicidio, specificando che “questa non è una rapina” e firmando “Padova 1”. Ripete la richiesta di pubblicare l’annuncio del tornitore. È evidente che per lui l’omicidio non è stato altro che un mezzo per attirare l’attenzione, per dimostrare che fa sul serio. Ha ucciso un uomo innocente solo per mandare un messaggio, con la freddezza di chi considera gli altri esseri umani semplici pedine in un gioco di cui lui si sente il regista assoluto.

Il secondo atto di questo teatro dell’orrore si consuma il 10 febbraio 2001. Walter Boscolo, agente immobiliare, ha un appuntamento con un certo “signor Pertini” in un appartamento di via San Francesco a Padova. Non sa che quel nome è stato scelto da Michele Profeta forse come un richiamo a Sandro Pertini, l’ex Presidente della Repubblica amato dagli italiani: l’ennesima manifestazione del suo bisogno di essere “amato” e “speciale”, di associare la sua immagine a figure rispettate e popolari.

L’incontro si trasforma in un massacro. Profeta spara tre colpi di pistola alla testa di Boscolo, uccidendolo. Ma stavolta la sua “firma” è più elaborata: accanto al corpo lascia due carte da gioco, i Re di quadri e di cuori, insieme a un messaggio che recita “anche questa non è una rapina”. È l’evoluzione del suo delirio, la teatralizzazione della morte che lo farà soprannominare “il Joker di Padova” o “il Killer delle carte da gioco”.

Le carte non sono scelte a caso: i Re rappresentano il potere, l’autorità, tutto quello che Michele Profeta ha sempre desiderato e mai ottenuto. Lasciandole accanto ai cadaveri delle sue vittime, si proclama simbolicamente sovrano di quelle esistenze che ha spezzato, padrone assoluto di vita e di morte. È il suo modo di firmare l’opera, di trasformare l’omicidio in una performance artistica di cui lui è l’unico protagonista.

Progetti di morte

Profeta aveva già progettato un terzo omicidio, definendolo un’azione “senza rischi”. Aveva contattato il portiere di notte di un hotel del centro e aveva avuto incontri con altri agenti immobiliari, presentandosi sempre come “signor Pertini”. Uno di questi scampa al delitto solo perché si presenta all’appuntamento con un amico, costringendo l’assassino a desistere. Le vittime vengono scelte sulla base di un semplice criterio: i soggetti non dovevano fare resistenza. Ma c’è dell’altro: la sua scelta ricade su tassisti e agenti immobiliari anche per un livore maturato verso queste categorie professionali, forse legato ai fallimenti passati con una società di taxi a Palermo e con la sua agenzia immobiliare. È come se stesse uccidendo simbolicamente i settori che lo avevano deluso, vendicandosi di una vita che non gli aveva dato quello che credeva di meritare.

La cattura

Il 16 febbraio 2001, a una settimana esatta dal secondo omicidio, Michele Profeta viene fermato e arrestato a Padova mentre rincasa con la sua Škoda Felicia dopo un colloquio di lavoro. La sua cattura ferma quella che sarebbe potuta diventare una probabile lunghissima scia di sangue, come dichiarerà in seguito la polizia. Il Joker di Padova aveva sottovalutato la capacità investigativa delle forze dell’ordine e soprattutto la propria tendenza all’errore.

Le indagini erano partite da un appunto scritto a penna nell’agenda di Walter Boscolo con il giorno e l’ora della chiamata del “signor Pertini”. Gli investigatori avevano acquisito tutte le telefonate in entrata all’utenza dell’agenzia di Boscolo, scoprendo che la chiamata proveniva da una cabina telefonica dell’ospedale di Noventa Vicentina, effettuata con una scheda prepagata. La scheda aveva ancora del credito residuo, e questo aveva permesso di rintracciare una telefonata che Profeta aveva fatto alla madre in Sicilia: un errore decisivo che aveva ristretto il cerchio su di lui.

A incastrarlo definitivamente era stato un giovane agente immobiliare che Profeta aveva contattato tre volte prima dell’omicidio di Lissandron. L’uomo si era fatto avanti riconoscendolo dalla foto segnaletica e aveva raccontato del comportamento strano di quell’aspirante cliente che non si sfilava mai i guanti e faceva domande inquietanti. Durante la perquisizione dell’auto e delle abitazioni di Profeta, gli investigatori avevano trovato le prove definitive: una carta da gioco (un re di fiori) che era pronto a lasciare sulla sua prossima scena del crimine, il normografo utilizzato per scrivere le lettere, un revolver Iver Johnson calibro .32 ritenuto l’arma del delitto, e un mazzo di carte da cui mancavano proprio i quattro Re.

Il 27 aprile 2001 la consulenza balistica del professor Luciano Cavenago conferma che il revolver sequestrato a Profeta è compatibile con quello che ha ucciso sia Lissandron che Boscolo. Il cerchio si chiude definitivamente attorno al Joker di Padova, che il 30 giugno viene trasferito dal carcere Due Palazzi di Padova a quello di Voghera dopo la scoperta di un sospetto tentativo di evasione: aveva nascosto una lima nel portaocchiali e stava tentando di limare le sbarre del bagno. Anche in carcere, Michele Profeta non riesce a rinunciare alla sua natura di eterno fuggiasco dalla realtà.

Delirio di onnipotenza

Il 22 marzo 2002 inizia il processo in Corte d’Assise a Padova, ma la svolta arriva il 12 aprile, durante una perizia psichiatrica per la difesa condotta dal professor Vittorino Andreoli. Per la prima volta, Michele Profeta ammette le sue responsabilità nei due delitti. Andreoli conferma che il movente è stato un delirio di onnipotenza, ma il 3 maggio una pre-relazione dei consulenti psichiatrici dell’accusa rivela che Profeta ha negato di aver confessato. È il solito gioco delle maschere, la stessa doppiezza che ha caratterizzato tutta la sua esistenza.

L’8 maggio Profeta si ripresenta in aula e conferma il contenuto del colloquio con Andreoli, ma il 17 maggio la Corte d’Assise nega la perizia psichiatrica richiesta dalla difesa, accogliendo la tesi dell’accusa secondo cui non è affetto da delirio maniacale. Il 23 maggio la Corte d’Assise di Padova lo dichiara colpevole dei delitti e lo condanna all’ergastolo e a due anni di isolamento.

Nel settembre 2002, dal carcere di Voghera, Profeta consegna al suo legale un memoriale di sette pagine intitolato “Per questo ho ucciso”. È il suo ultimo colpo di teatro, l’ultima messa in scena di una vita spesa a recitare ruoli sempre diversi. In quelle pagine racconta di aver sentito una “voce calma e carezzevole” che identificava con la sua madrina morta vent’anni prima, una voce che gli avrebbe comandato di compiere “sacrifici umani” – due vittime innocenti, una al “dio del Bene” e una al “dio del Male” – per risolvere i suoi problemi e ottenere il perdono delle sue colpe.

Il 14 marzo 2003, nella prima udienza del processo d’appello, Profeta confessa di nuovo i delitti in aula, costringendo la Corte d’Appello di Padova a disporre una perizia psichiatrica. Ma il 16 luglio i periti d’ufficio affermano che “non ha mai versato in uno stato di mente tale da ritenere che le capacità di intendere e di volere fossero escluse o grandemente scemate”, e la sua personalità “complessa” esclude patologie psichiatriche. Il 17 luglio la Corte d’Appello di Venezia conferma la pena dell’ergastolo, e il 7 maggio 2004 anche la Corte di cassazione conferma la condanna.

Una fine paradossale

Il 16 luglio 2004, Michele Profeta si trova nella sala degli avvocati del carcere di San Vittore a Milano. Ha cinquantasei anni e sta sostenendo il suo primo esame universitario in Storia della filosofia per l’Università degli Studi di Milano. È cardiopatico, ma sembra determinato a riprendere in mano i fili della sua esistenza, a completare finalmente quegli studi di cui si era sempre pentito di non aver concluso. Forse, dopo anni di bugie e recitazione, sta cercando di trovare una versione autentica di sé stesso.

Il Professor Davide Bigalli, presente alla scena, racconta che durante l’esame Profeta ha un rilassamento, piega la testa all’indietro, chiude gli occhi e inizia a tremare come in preda a convulsioni. Un infarto se lo porta via in pochi minuti, e non c’è nulla da fare. La sua morte viene definita “paradossale” perché avvenuta in un momento di calma e preparazione, quando forse per la prima volta stava provando a costruire qualcosa invece di distruggere.

Michele Profeta se ne va così come aveva vissuto: improvvisamente, inaspettatamente, lasciando dietro di sé più domande che risposte. L’uomo che aveva terrorizzato Padova con le sue carte da gioco, che aveva trasformato due omicidi casuali in una performance teatrale, muore mentre sta cercando di diventare finalmente quello che aveva sempre sognato di essere: uno studente, un uomo normale, qualcuno che studia invece di uccidere.

Dietro le sbarre del carcere di San Vittore resta la storia di un uomo incompiuto, un uomo che aveva cercato disperatamente l’attenzione e il rispetto, che li aveva ottenuti nel modo più terribile possibile, uccidendo due innocenti e trasformando le loro morti in un gioco macabro. Un uomo che fino all’ultimo aveva continuato a recitare, anche quando le luci del palcoscenico si erano spente per sempre.

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  • Nasce a Roma. Editor e agente letterario, collabora dal 2015 con alcune tra le principali realtà editoriali italiane. Già collaboratore e inviato per AISE (Agenzia internazionale stampa estera), dal 2021 al 2023 collabora con il Giornale.it occupandosi di inchieste, nel 2024 è stato redattore di InsideOver. È l'ideatore del format di informazione indipendete DarkSide - Storia Segreta d'Italia e presidente dell'Associazione Culturale DarkSide.

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