Moro, la R4 e il nodo Monte Savello: la prigione finale era vicino a via Caetani?

Scritto da: Marcello Altamura
9 Maggio 2026

Il 9 maggio 1978 il corpo di Aldo Moro viene ritrovato nel bagagliaio di una Renault 4 rossa in via Caetani. A quasi cinquant’anni dall’omicidio, resta un’anomalia mai chiarita: perché le Brigate Rosse attraversarono una Roma militarizzata trasportando il cadavere per oltre 7 km? Tra memoriali, appunti e riscontri investigativi, il nodo torna sempre nello stesso punto: Monte Savello…

Rolando Fava è un fotografo di razza. Nel 1978, lavora per l’agenzia ANSA. Alle 13 del 9 maggio, si trova nei pressi di piazza Venezia quando è colpito dall’insolito traffico nella zona. Si era subito informato ed aveva saputo che era stata segnalata, in via Caetani, la presenza di un’auto che forse conteneva una bomba. La strada era stata subito chiusa da entrambi i lati dalle forze dell’ordine. Fava ‘sente odore’ di scoop e si porta in via Caetani passando da una entrata secondaria e infilandosi in un palazzo di cui chiede al portiere il favore di affacciarsi da una finestrella un metro per un metro del suo appartamento, al piano rialzato. Da lì, Fava scatta le foto che faranno il giro del mondo: prima quella degli artificieri che aprivano prima il cofano anteriore, poi il portabagagli della Renault 4. Dentro, rannicchiato in quella che Fava definisce una posizione un po’ innaturale, c’è il corpo di Aldo Moro.

Sono passati 48 anni da quella mattina ma tra le tante domande insolute dell’omicidio del presidente della Democrazia Cristiana, ce n’è una che si ripropone: perché le Brigate Rosse, che hanno sempre sostenuto e sostengono ancora di aver tenuto prigioniero Moro a via Montalcini per 55 giorni, portarono il cadavere dello statista pugliese nell’antico Ghetto ebraico di Roma? Una scelta singolare, visto che la Renault 4 rossa percorse oltre 7 km in una città militarizzata da posti di blocco delle forze dell’ordine.

Se il tragitto durò davvero pochi minuti, allora il punto di partenza non può essere via Montalcini.

La risposta, logica e semplice, è una sola: che l’ultima prigione di Moro fosse a poca distanza da via Caetani. Una circostanza sempre negata dai brigatisti ma sulla quale spesso hanno ‘inciampato’. Come Mario Moretti, il capo dell’organizzazione durante il sequestro, l’unico che ufficialmente ha interrogato lo statista nella prigione del popolo, che nel 1984 in un’intervista a L’Espresso nel rispondere a Giorgio Bocca che voleva sapere se non era stato un rischio eccessivo trasportare il cadavere di Moro dalla estrema periferia di via Montalcini al centro storico di via Caetani, aveva spiegato il senso complessivo della beffa e aveva giustificato i rischi parlando di “un tragitto di pochi minuti”.

La circostanza è ancora più strana considerata l’ora in cui sarebbe avvenuto questo tragitto, cioè tra le 8 e le 9 del mattino. Una fascia oraria di un giorno feriale e lavorativo (il 9 maggio 1978 era martedì) in cui per andare dalla Magliana al Ghetto ci volevano di media 40 minuti.

Uno scenario illogico: l’ultima prigione di Moro era più vicina a via Caetani. È Valerio Morucci, nel suo memoriale, a fare un riferimento a un indirizzo preciso: via di Monte Savello.

La Ricostruzione dei tragitti

Nel ricostruire i tragitti della R4 la mattina del 9 maggio, il brigatista dice che l’auto sarebbe partita da via Montalcini, con a bordo il cadavere di Moro e Moretti e Gallinari. L’automobile, sostiene Morucci, “raggiunge piazza di Monte Savello, a poca distanza dalla Sinagoga. Qui, i due, parcheggiano l’auto e raggiungono a piedi altri due br (lo stesso Morucci e Seghetti) che erano lì in attesa. Questi ultimi, comunicano agli altri due l’esito delle ultime ricognizioni sul tratto finale del percorso da compiere quella mattina, poi le due coppie di uomini raggiungono le rispettive macchine. La seconda auto è una Simca 1300 verde metallizzato che parte per prima aprendo la strada alla Renault. La Simca taglia per le strade del Ghetto e raggiunge piazzetta Mattei, da lì gira per via Paganica, si affaccia su via delle Botteghe oscure e gira subito a destra per via Caetani”. Parcheggiata la R4, la Simca si allontana. Moretti e Gallinari “si incamminano per le vie del Ghetto fino a giungere ancora in piazza di Monte Savello, dove si separano”.

Monte Savello non è un passaggio: è un punto di convergenza.

Il memoriale Morucci è una ricostruzione ‘ufficiale’. E da questo passo si deduce che Moretti ha dato un appuntamento preciso (Monte Savello): è lì che sta parcheggiata la R4 col cadavere di Moro. Ed è ancora lì che Moretti si divide dai complici dopo l’ultima fase dell’operazione. Ed è sempre lì che Germano Maccari, il presunto quarto uomo e carceriere di Moro, conferma di incontrare i suoi compagni.

Ma non basta: Mario Moretti fa riferimento a un indirizzo di via di Monte Savello in due suoi manoscritti ritrovati nel covo di via Gradoli. Note che sembrano ricondurre a palazzo  Orsini, in via di Monte Savello. Un grande edificio con passo carrabile  a pochissima distanza da via Caetani. Il palazzo era la residenza della  nobildonna Valeria Rossi in Litta Modignani ed era intestato alla Immobiliare Savellia passato poi all’Ordine di Malta.

Una piantina di Palazzo Orsini venne rinvenuta nell’appartamento della ex fidanzata di Valerio Morucci, Leonarda Faggioli, a Roma in via Archimede n. 141/B. Nel corso della perquisizione, oltre ad alcune fotografie di Morucci, vennero sequestrate agende telefoniche, una nota spese del 1971 (l’anno in cui iniziò la relazione con la Faggioli, finita nel 1973) per l’acquisto di materiale vario, tra cui armi, e uno “schizzo di una zona non individuata di Roma con indicazioni su un appartamento alla Camilluccia e su Piazza Igea”. Nello schizzo sequestrato sono vergati a mano anche cinque nominativi corredati da altrettanti indirizzi e non vi è alcun riferimento specifico a Palazzo Orsini. L’unico accostamento possibile è costituito dalla seconda indicazione, riportata nella parte alta del foglio sequestrato nell’abitazione della Faggioli:

“Dietro al Portico d’Ottavia a sinistra Olivetti”.

Le Indagini e uno strano incrocio

Le indagini della seconda commissione parlamentare hanno appurato che il riferimento “Olivetti” era a Roberto Alessandro Olivetti, nato a Torino il 18.03.1928, laureato, dirigente d’azienda, deceduto a Roma il 27.04.1985, figlio di Adriano, fondatore dell’azienda di Ivrea. Da un sopralluogo effettuato all’epoca degli accertamenti in via di Monte Savello n. 30 (complesso edilizio meglio sconosciuto come Palazzo Orsini Savello), seguendo il percorso indicato nello schizzo planimetrico vergato nell’appunto, si appurò che il disegno riproduceva verosimilmente una situazione dei luoghi analoga a quella esistente proprio al civico 30 di via di Monte Savello. Infatti, seguendo il percorso indicato, dopo aver attraversato il giardino, si giunge proprio all’androne della palazzina n. 6 dove era ancora ubicata l’abitazione della signora Olivetti. L’appartamento era situato al pian terreno rispetto all’androne d’accesso.

Gli inquirenti analizzarono lo schizzo, giungendo alla conclusione che le due anse parallele potessero indicare l’alveo del Tevere che, proprio in quel punto, inizia la sua curva e la diramazione nei due bracci che delimitano l’Isola Tiberina mentre il disegno formato da più cerchi posto tra le due anse e lo schizzo planimetrico indicava verosimilmente la Sinagoga. Infine i cerchietti concentrici disegnati in prossimità dell’ingresso del complesso indicano, probabilmente, due statue raffiguranti orsi seduti, con la bocca aperta e le zampe anteriori alzate poste su due pilastri all’inizio della prima rampa che rappresentano lo stemma araldico della famiglia Orsini.

Dallo stesso androne, posto a livello del giardino, si può accedere anche alle due unità immobiliari di Valeria Rossi in Litta Modignani, inizialmente gestite dalla immobiliare Savellia, prima che venissero alienate con vendita e con donazione.

Uno strano incrocio, dunque, che spuntò persino in una segnalazione di Gerard Croiset, il famoso veggente olandese che, dietro richiesta dell’Ucigos, segnalò una “Civitella Paganica” come luogo in cui Moro poteva essere ricercato. E parallela a via Caetani esiste a Roma una via Paganica.

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  • Nasce a Napoli. Ha scritto “Dodici Leoni” insieme a Franco Esposito nel 2015 per Absolutely Free poi “La Borsa di Moro” per Iuppiter Edizioni nel 2016. Nel 2017 è stata la volta de “L’anno del Grifo” per Absolutely Free e per la stessa casa editrice, nel 2018, “Le quattro vite di Mike”. Nel 2019 ha pubblicato “Il professore dei misteri” per Ponte alle Grazie e, per la stessa casa editrice, anche “La Casta è rimasta”, nonché, per Slalom Edizioni, “Bomber con i guanti”. Ha scritto, insieme ad altri autori, “Tutti in piedi per la Carpisa” per Graf Editore nel 2006 e “Totò sbanca” per Iuppiter Edizioni nel 2017. Dal 2019 cura, insieme a Gianluca Zanella, il format di approfondimento storico e politico DarkSide - Storia Segreta d’Italia.

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